"Siamo diventati come i tifosi: alla fine la colpa è sempre dell'arbitro", dice Cottarelli

 

Il dibattito sul Mes? “Non mi è piaciuto di sicuro, come avrebbe potuto? È un dibattito assurdo. Si sono dette delle cose che non sono vere, altre che sono vere ma sono state usate fuori contesto”. In un'intervista a Il Giornale, Carlo Cottarelli, ex Commissario alla spending review, dice che quello sul Mes è come un dibattito che si svolge intorno alle bufale, le fake news, perciò sottolinea che il Mes “è un accordo che va discusso e che contiene degli aspetti delicati, ma i temi vanno trattati per quelli che sono, cercando di capirli”.

Cottarelli sostiene anche che l'aspetto più sorprendente è che “a protestare sono state le forze politiche che erano al governo quando l'intesa è stata negoziata”, per poi chiedersi: “Ma a suo tempo, quando avrebbero dovuto fare attenzione, dove erano?”. Il manager pubblico si dice anche infastidito dal mito che caratterizza gran parte del dibattito pubblico in Italia perché “i nostri problemi sono colpa di qualcun altro”.

Ovvero, “non contano la burocrazia soffocante, una giustizia che non funziona, la produttività delle aziende che non cresce. No, nulla di tutto questo” ma invece “c'è una specie di complotto di chi ci vuole male. E naturalmente è sempre colpa del governo precedente”, chiosa.

Poi Cottarelli aggiunge anche che “è chiaro che ci sono delle responsabilità che affondano le loro radici nel tempo” come il debito pubblico, per esempio, che “è frutto ancora della prima repubblica” e “ce lo trasciniamo dietro da allora”, però sottolinea, “siamo come gli appassionati di calcio che danno sempre la colpa all'arbitro”.

Ma il punto, secondo il manager della spesa pubblica, è che “nell'ultimo quarto di secolo siamo cresciuti pochissimo” e in Europa “solo la Grecia ha fatto peggio di noi e questo ci porta a interrogarci sul tema con più preoccupazione e angoscia di altri. Dovremmo riconoscere che è in gran parte colpa nostra. Ma la verità fa sempre male” mentre si preferiscono usare i social che “sono il terreno ideale per ‘parlare alla pancia'” e “dove è più facile fare crescere i miti”.