«Siamo diventati genitori in 72 ore» storia bellissima di un'adozione

Di Simona Siri
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Photo credit: Courtesy Simona Siri
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From Marie Claire

Le coppie normali hanno di solito nove mesi per prepararsi all’idea di diventare genitori. Io e mio marito Dan abbiamo avuto 72 ore, tante ne sono trascorse dalla telefonata dell’avvocatessa che ci avvertiva che c’era una bambina in Florida che aveva bisogno di una famiglia, fino al nostro arrivo a Orlando. Il lunedì sera eravamo nella
nostra casa di New York a fare la vita di sempre (e a pensare che sulla questione figli era tempo di metterci una pietra sopra, dopo due anni di tentativi di vario tipo), il giovedì mattina l’assistente sociale che lavorava con l’avvocatessa di cui sopra ci metteva in mano un fagottino dalla pelle nera con occhi giganteschi e tantissimi capelli ricci. «Vostra figlia», disse prima di insistere per scattarci una foto ricordo da appendere nel suo studio con quelle delle altre coppie di genitori adottivi. Nell’immagine, io sorrido inebetita, la faccia di una a cui non sarebbe opportuno affidare un pesce rosso, figurarsi un neonato. Mio marito sembra un automa, le mani lungo i fianchi, completamente irrigidito dalla tensione. L’unica serena è lei, la nostra bambina. Ella Mae: chiamata così in onore di Ella Fitzgerald e di Mae Carol Jemison, la prima astronauta afroamericana della storia. «E adesso siamo una famiglia multirazziale», ci siamo detti io e Dan guardandoci negli occhi, mentre in televisione tutti i canali di informazione trasmettevano le immagini delle proteste avvenute nel mondo per la morte di George Floyd, l’ennesimo afroamericano ucciso a sangue freddo a Minneapolis da un poliziotto bianco.

Una parola che qui usano tantissimo è overwhelmed, essere sopraffatti da una sensazione. Da quando c’è Ella ho incominciato a usarla spesso anche io. Sopraffatta dall’amore per questa minuscola persona di cui fino a due mesi fa ignoravo l’esistenza. Ma sopraffatta anche dal senso di responsabilità per farla crescere nel miglior modo possibile, con tutto l’affetto e le attenzioni di cui sarò capace, dandole tutte le occasioni che si merita e che è giusto che abbia, consapevole che l’adozione è un concetto complesso, che accanto all’amore ci sono per forza anche sentimenti contrastanti e forti che hanno a che fare con l’abbandono e il dolore, con l’identità e l’appartenenza. Alle volte guardo mia figlia (scriverlo mi fa ancora impressione, ma è una sensazione bellissima) e mi chiedo perché. Perché tra tutte le coppie che vogliono bambini e che forse non li avranno mai, questa fortuna è toccata proprio a noi. Sarò degna? Ella mi amerà abbastanza da non pensare che avrebbe potuto averne un’altra, di madre, magari più brava di me? Se lo chiederà lei, come me lo sto chiedendo io, perché noi e non qualcun altro? Non è senso di colpa, ma ci arriva vicino e mi spinge a dovermi meritare tutti i giorni l’onore di crescerla. Una mia amica madre di un bambino adottato a Haiti ieri mi ha girato questa frase che ha trovato su uno delle decine di gruppi Facebook in cui i genitori adottivi, soprattutto di bambini di colore, si ritrovano per discutere: “Un bambino nato da un’altra donna mi chiama mamma. Non mi sfugge la grandezza di questa tragedia e la profondità di questo privilegio”. Inutile dire che ho pianto per un’ora.

Photo credit: Courtesy Simona Siri
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La piccola Ella Mae al parco in braccio a Simona.

Se adottare un bambino è una sfida, adottarne uno di una etnia diversa lo è ancora di più, soprattutto nell’America di oggi dilaniata da quella che potrebbe sfociare in una vera guerra civile: i suprematisti bianchi da una parte appoggiati neanche troppo velatamente dal presidente Trump, Black Lives Matter dall’altro. Nel giro di due mesi, l’appoggio mio e di Dan al movimento e all’antirazzismo è passato dall’essere una cosa importante ma periferica della nostra vita, a occuparla tutta. Da andare casualmente a qualche manifestazione, a parlarne praticamente tutti i giorni, studiare, confrontarci, ascoltare il dolore e le richieste della comunità afroamericana. Quella che prima era solo una scelta politica e sociale, è diventata personale, intima. Leggiamo di Breonna Taylor, la ragazza uccisa a Louisville, in Kentucky, da due poliziotti bianchi che hanno fatto irruzione a casa sua mentre dormiva, e pensiamo con orrore che potrebbe succedere a Ella. Veniamo a sapere di Willy, il ragazzo ucciso a calci e pugni a Colleferro, e pensiamo che anche se decidessimo di tornare in Italia, purtroppo non sarebbe molto diverso. Siamo consapevoli che non potremo proteggerla da tutto e che molto presto - alcuni genitori adottivi consigliano addirittura di parlarne ai tre anni - dovremo affrontare con lei il “perché mamma e papà sono di un colore diverso”. Allo stesso tempo quando guardo Ella e la sua meravigliosa pelle nera, penso che i bambini come lei siano il futuro. Che lo sia una famiglia come la nostra. La generazione che negli Stati Uniti viene dopo i Millennial è già la più etnicamente diversa (il 48% appartiene a minoranze non bianche secondo i dati del Pew Research Center riportati da NPR). Quando Ella avrà quindici, sedici anni, il mondo sarà molto diverso e misto. Si spera anche più tollerante. Intanto oggi, rispetto a dieci anni fa, esistono per lei modelli di donne di colore di successo, forti, affascinanti. Non solo artiste come Beyoncé, Rihanna, Viola Davis. Ma anche politiche come la latina del Bronx Alexandria Ocasio-Cortez; la candidata alla vicepresidenza in ticket con Joe Biden, Kamala Harris. Madre indiana e padre giamaicano, se dovesse essere eletta, sarebbe la prima donna in assoluto a ricoprire questo ruolo. E siccome le donne di colore pur rappresentando solo il 7,5% dell’elettorato sono tra gli elettori più affidabili e la loro affluenza supera spesso quella nazionale (con punte record nel 2012 per il secondo mandato di Obama), se votassero in massa, potrebbero essere davvero quelle che salvano il mondo da altri quattro anni di Trump.

in questi mesi in molti ci hanno ripetuto che l’amore da solo non basta. Ci vogliono impegno, risorse, aiuto. Io e Dan siamo pronti a lavorare sodo. E siamo eccitati dai mondi che nostra figlia ci aprirà, dalle cose che ci insegnerà, ci costringerà a imparare. La prima, che sembra una sciocchezza ma non lo è, riguarda i suoi capelli. Da quando è arrivata ho sviluppato una ossessione per i tutorial su YouTube che ti spiegano come vanno curati i capelli africani. Come racconta la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie in
Americanah, i capelli delle donne afro discendenti sono motivo di orgoglio e identità, di forza e di lotta, di politica. Sono uno dei modi in cui per anni sono state discriminate, obbligate a rincorrere l’ideale estetico della donna bianca. Il mio primo, fondamentale impegno con Ella parte da lì. Non farla mai sentire brutta o diversa, insegnarle che dei suoi ricci deve essere fiera perché sono bellissimi e speciali, come è speciale lei, la mia magica ragazza nera.

Photo credit: Courtesy Tea
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Da leggere Mai stati così uniti, il nuovo libro di Simona Siri con Dan Gerstein (il consorte), racconta, come recita il sottotitolo, Cosa ho capito dell’America litigando con mio marito americano. È appena uscito da Tea (€ 15) ed è dedicato a Ella Mae.