"Siamo tutti pesci fuor d'acqua" parola di Enrico Casarosa papà di Luca, il film Pixar tutto italiano

·6 minuto per la lettura
Photo credit: Deborah Coleman / Pixar
Photo credit: Deborah Coleman / Pixar

I borghi arroccati come presepi, le colline terrazzate a ulivi e vigneti, le scogliere a picco e tutte le sfumature del mare, dal cobalto al turchese, dagli abissi più neri alla spuma bianca delle onde, riprodotte con poetico realismo da chi lavora nelle frontiere più avanzate dell’animazione in 3D: le meraviglie incontaminate delle Cinque Terre sono il cuore e il fondale di Luca, ventiquattresimo film Pixar che insegue un’amicizia tra due preadolescenti “outsider” in una Liguria senza tempo, e soprattutto senza turisti, abitata da un pugno di marinai, contadini, artigiani temprati da salsedine e fatiche.

Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo

Luca, che uscirà il 18 giugno su Disney+, è una favola italiana, animata dal talento di Enrico Casarosa, genovese emigrato negli Usa a vent’anni, che ha già collaborato a film come Cars, Ratatouille e Up ed è stato candidato all’Oscar nel 2011 per La luna, cortometraggio d’animazione che ha segnato il suo debutto da regista. Un coming of age, lo definisce lui, che ormai parla italiano come un personaggio del Padrino, di due giovani mostri marini in incognito, che scoprono di poter acquisire, a contatto con l’aria, sembianze umane (ma basta una goccia d’acqua a smascherarli). «A differenza dell’amico Alberto, più sgamato, Luca è letteralmente un pesce fuor d’acqua», esordisce Casarosa, «ho usato la sua intensa meraviglia, l’incanto e la curiosità con cui scopre la vita in superficie come cifra narrativa per raccontare il mondo bellissimo della mia infanzia, portando il pubblico a conoscere i dettagli e le facce di chi abita da generazioni i paesini della Riviera. È il racconto di un'estate italiana».

Facce e dettagli che più che agli anni della sua infanzia sembrano rimandare ai gloriosi Cinquanta.

Cercavo un’ambientazione che mi desse l’opportunità di mostrare tutto il mio amore per il cinema italiano e quello fu davvero un periodo d’oro: Luca è costellato di omaggi: a Vacanze romane, La strada, La terra trema, Divorzio all’italiana. Ma anche alla musica di quel periodo, colonna sonora di tante storie estive, e infine ai romanzi. Le insegne vintage, il design, le Vespe d’epoca, i vecchi ciclo-carretti rimandano l’eco di un’atmosfera che trasuda nostalgia. Anche l’inglese che parlano i personaggi nella versione originale è intercalato da termini italiani particolarmente espressivi, parole comprensibili universalmente che restituiscono il sapore della nostra lingua.

Tutte cose che le mancano un po', a quanto pare.

Mi manca soprattutto la meraviglia che provavo da bambino. Poi sono orgoglioso di essere un emigrato italiano: più sei lontano dalle tue radici, più le apprezzi. Mia figlia ha tredici anni e ogni giorno le parlo nella mia lingua, per tenerla viva. Questo film è in fondo la lettera d’amore di un expat. Più in generale, sono convinto che raccontare bene una storia voglia dire creare empatia, far camminare per un po’ lo spettatore nelle scarpe del personaggio, trasportarlo tra i suoni e i profumi che lo avvolgono, unici e irripetibili. Volevo che questa storia sapesse di trofie al pesto, pesce e soprattutto di focaccia: è il nostro pane, siamo l’unico popolo che riesce a inzupparla persino nel caffè. Spero che il mondo guardando Luca impari a conoscerci un po’ e che ogni ligure possa riconoscersi.

Luca e Alberto sono ossessionati dalla Vespa, ne costruiscono anche una artigianale.

Beh, esiste forse un oggetto più bello? Il suo design è stupefacente, anche quando sono vecchie e arrugginite, come nel film, hanno il loro fascino. Ora le fanno pure in versione elettrica: forse con una buona dotazione di Vespe elettriche in giro potremmo addirittura risolvere i problemi del pianeta. All’epoca non ne possedevo una, se è questo che si sta chiedendo, ma sono parte del paesaggio italiano, per me rappresentavano la fuga, la libertà. E poi sono pensate per portare due persone: è come se Luca e Alberto continuino per sempre a correre via, in fuga, a bordo di quella Vespa.

Torniamo a quei bambini...

Vorremmo che quella del mostro marino fosse una metafora per tutti coloro che si sentono diversi. In particolare tutti gli adolescenti e i preadolescenti che pensano di dover nascondere la loro vera natura, perché si discosta da quella della maggioranza, per chi fa in genere molta fatica ad accettarsi. E ciò ci porta a bomba al fatto che questa è soprattutto una storia di amicizia.

Che nasce in una fase particolare della vita.

Sì, prima che arrivino fidanzate e fidanzati a complicare le cose. È quel tipo di amicizia che ti spinge a metterti nei guai, a cambiare, e alla fine a trovare te stesso. Scrivendo il film, abbiamo inventato una metafora anche per questo: Alberto è la mano che spinge Luca giù dal precipizio. Lo sfida a lasciare la bolla sicura della famiglia. Ma è anche il primo che lo vede davvero per quello che è, e che in fondo lo apprezza. Sono entrambi strani e soli, insieme si aiutano a riempire quel vuoto. Mentre realizzavamo il film, ci siamo detti spesso che vorremmo che tutti, guardandolo, si ricordassero di aver avuto un Alberto nella vita.

Il suo com'era?

Il mio è l’originale, e si chiama davvero così: io avevo un Sì della Piaggio e lui una motoretta, andavamo su e giù per spiaggette e scogliere, in cerca dei posti migliori da cui tuffarci. La sua era una famiglia un po’ assente, la mia era fin troppo presente. Io ero timido, ansioso; lui pieno di passioni, spericolato, le ginocchia perennemente sbucciate. Sfidava continuamente le sue paure. Mi ritrovo spesso a raccontare la storia di quando comprò un pitone - un vero serpente - e lo portò a scuola, era il suo animale domestico. Qualche anno fa mi confessò che lo terrorizzava dovergli dare da mangiare, ma si imponeva di farlo. Ha fatto carriera nell’aviazione italiana, è colonnello e pilota di caccia. Mi ha aiutato a crescere, a cambiare. Siamo ancora in contatto, ci bastano cinque minuti insieme e torniamo quelli di allora. Mi ha chiesto di fargli fare una bella figura nel film. Vorrei provare a sorprenderlo un poco.

Le è rimasto dentro qualcosa del mostro marino, o è ormai umano al cento per cento? Qualche scaglia, una pinna...

Cerco di restare il più possibile bambino, se è questo che intende, di trattenere sempre in me il ricordo della sensazione di euforia che provavo quando giocavo per ore tra le onde. Qui in California c’è l’oceano, ma è troppo freddo: niente a che fare con la pazza gioia di tuffarsi e stare a mollo nel nostro mare. Fino a quando non ti vengono le pieghe sulle dita, proprio come ai mostri marini. |

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli