Sicilia, alluvione a Licata: l’appello del sindaco

Sicilia, alluvione a Licata: l’appello del sindaco

Il maltempo degli ultimi giorno ha colpito anche la Sicilia, in particolar modo Licata in ginocchio a causa dell’alluvione che si è abbattuto nelle ultime ore. Il tutto segue quanto accaduto a Venezia e in Toscana, in cui alcuni cittadini hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni e la situazione sembrava davvero ingestibile. Al momento, per fortuna, non risultano esserci danni di particolare gravità.

Sicilia, alluvione mette in ginocchio Licata

I cittadini di Licata rivivono (parzialmente) la catastrofe che mise in ginocchio la città nel lontano 2016. Il forte alluvione che ha colpito la città agrigentina nelle ultime ore sta facendo vivere attimi di panico all’intera popolazione, i livelli dell’acqua hanno raggiunto il metro di altezza in alcune zone. L’intensa pioggia caduta nella notte tra il 18 e 19 novembre ha paralizzato Licata, soprattutto il centro storico e la statale 115 che, da quel che emerge nelle ultime ore, sembrano essere le aree maggiormente colpite. Sono in atto le operazioni di ripristino da parte dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile, sia per liberare i tratti stradali momentaneamente bloccati del licatese, sia per ridurre i rischi derivanti dall’evacuazione di alcuni edifici in forte pericolo.

Dopo quanto accaduto, non si è fatto attendere il messaggio del sindaco di Licata Angelo Galanti, il quale ha voluto lanciare un appello sia alle forze politiche regionali che nazionali per la situazione di emergenza: “Al netto dei rappresentanti istituzionali ringraziati per l’impegno profuso, chiedo immediatamente un intervento straordinario dei governi nazionale e regionale, perché non è ammissibile che vi sia un’Italia sott’acqua a cui si sta rivolgendo l’attenzione delle Istituzioni e che solo Licata venga lasciata sola. Dopo il 2016 l’allora governo regionale promise un piano per Licata da 30 milioni di euro per l’efficientamento delle infrastrutture cittadine, ma evidentemente non è bastato. Oggi, abbiamo un nuovo governo regionale a cui questa città ha dato un grande contributo elettorale e ci aspettiamo che le promesse degli anni passati diventino realtà“.

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    Breve storia di Chico Forti, e perché se ne parla ora in Italia

    Nelle ultime settimane si sono riaccesi i riflettori sulla vicenda Chico Forti, il velista e produttore televisivo italiano che negli anni '90 ha fatto fortuna negli Stati Uniti fino al 15 febbraio del 1998, quando viene arrestato per l'omicidio di Dale Pike, figlio di Anthony Pike, dal quale Forti stava acquistando il Pikes Hotel, struttura che negli anni '80 era al centro della movida dell'isola spagnola. Chico Forti, dal 2000, anno in cui una giuria lo ha ritenuto colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”, si è sempre ritenuto innocente e sono tanti i dubbi che negli ultimi vent'anni hanno accompagnato la vicenda giudiziaria del nostro connazionale.Tutti dubbi sui quali per ultime Le Iene hanno acceso posto attenzione nelle ultime settimane con una serie di servizi che ricostruiscono tutta la storia. Se tutto ciò che abbiamo letto e visto in questi anni fosse vero, il governo americano si troverebbe a fare i conti con un caso di malagiustizia piuttosto evidente e clamoroso. Il processo a Chico Forti infatti, durato appena ventiquattro giorni, presenterebbe diverse lacune piuttosto sospette.Il movente, che sarebbe riconducibile alla trattativa per l'acquisto del Pikes Hotel regge poco, secondo la ricostruzione della iena Gaston Zama, in atto c'era si una truffa, ma proprio ai danni di un ignaro Chico Forti, e non al contrario come sostenuto dall'accusa; tant'è che prima della condanna per omicidio premeditato, l'italiano era stato assolto da otto capi d'accusa riguardanti la frode. Le prove a suo carico, secondo diversi esperti, sia italiani che americani, ai quali è stato chiesto un parere dal programma di Mediaset carte alla mano, sono traballanti e del tutto inammissibili.Tra qualche mese Chico Forti taglierà il checkpoint dei vent'anni passati dietro le sbarre del Dade Correctional Institution di Florida City, un carcere di massima sicurezza, e l'Italia, di fatto, in tutto questo tempo non è riuscita ad ottenere una revisione del processo, che negli Stati Uniti è ammessa solo in caso emergano prove nuove, non considerate durante l'udienza che ha portato alla condanna. Perfino i familiari della vittima dopo anni sono usciti allo scoperto dichiarando apertamente le loro perplessità circa la colpevolezza di Forti; lo ha fatto il padre Tony Pike, ora deceduto, al Tg5 una decina di anni fa e lo farà il fratello della vittima, sempre alle Iene, come anticipato sul finale dell'ultimo capitolo dell'inchiesta andato in onda.Sono numerosi gli italiani illustri che hanno messo la faccia chiedendo al governo italiano un intervento diplomatico deciso riguardo la situazione di Chico Forti, da Fiorello a Jovanotti, fino a Red Ronnie e Marco Mazzoli con tutta la squadra dello Zoo di 105. Per quanto riguarda la politica già nel 2012 Ferdinando Imposimato, all'epoca suo legale italiano, e la criminologa Roberta Bruzzone hanno presentato un report all'allora Ministro degli Esteri Giulio Maria Terzi di Sant'Agata, ma senza ottenere azioni significative che andassero oltre una pubblica manifestazione di vicinanza. Stesso discorso per il ministro successivo, Emma Bonino, che dichiarò l'interesse nei confronti della vicenda. Bocce ferme fino a ieri, quando il Movimento 5 Stelle ha organizzato una conferenza stampa alla Camera per parlare specificatamente della questione.Le parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro sono state chiare ed inequivocabili: “Quello che faremo nei prossimi mesi sarà questo: incontrare possibilmente il governatore della Florida e i rappresentanti diplomatici americani e chiedere la grazia”.Chico Forti ha risposto all'iniziativa dei Cinque Stelle con un messaggio inviato direttamente al Ministro degli Esteri Di Maio, dove ci tiene ad evidenziare il “credito” che l'Italia ha nei confronti degli Stati Uniti, con un riferimento non esplicito ma evidente al caso Amanda Knox: “Onorevole Di Maio, anzi Luigi, visto che già ti considero un amico, tu hai già diritto di richiedere la commutazione di sentenza. Abbiamo rilasciato vari cittadini americani inclusi in Italia con sentenze equiparate alla mia. Richieste esaudite in tempi ristretti. Perché io non posso ricevere lo stesso trattamento? Ho passato vent'anni in catene per un delitto che non ho commesso”. “Ciò che voglio – continua Forti - è tornare in Italia, vivere il resto della mia vita da libero cittadino. Ciò che chiedo è giustizia. Una giustizia che mi è stata negata spudoratamente dal Paese che si proclama leader dei diritti umani”.“È rincuorante – prosegue l'italiano rivolgendosi a Di Maio - sapere che state collaborando per la mia causa uniti, indipendentemente dalle ideologie politiche. Senza il vostro intervento terminerò i miei giorni in un sacco nero, senza lapide. Io accetterò la deportazione e il veto a rientrare negli Stati Uniti. Lo accetterò perché non ho altra scelta. – conclude poi il detenuto italiano - Sono agli sgoccioli di una riserva che ritenevo inesauribile. Sono stanco".

  • Omicidio Sacchi, "da Anastasia dichiarazioni inverosimili"
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    Omicidio Sacchi, "da Anastasia dichiarazioni inverosimili"

    "Lacunose, inverosimili e in più punti scarsamente plausibili". Lo scrive il gip Costantino De Robbio in merito all’interrogatorio di garanzia di Anastasia Kylemnyk reso lo scorso 4 dicembre sull’omicidio del suo fidanzato Luca Sacchi, ucciso la sera del 23 ottobre scorso davanti a un pub in zona Colli Albani a Roma. Per il gip la ragazza è "soggetto interessato e non obbligato a rispondere dicendo la verità" e, per questo, non si giustifica una revoca della misura dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, come chiesto dal difensore della giovane. Secondo il giudice, le dichiarazioni di Anastasia "appaiono del tutto inidonee a scalfire il quadro indiziario e cautelare" che "resta grave". Per quanto riguarda i soldi dati ad Anastasia da Giovanni Princi quella sera, dovevano servire a comprare una motocicletta "di provenienza illecita", ha detto la giovane, nelle dichiarazioni contenute nel provvedimento con cui il gip ha respinto la richiesta di revoca della misura dell'obbligo di firma per Anastasia.Il gip scrive che la giovane ha raccontato di essere "giunta davanti al pub insieme al fidanzato perché quest'ultimo aveva appuntamento con Giovanni Princi (amico di Sacchi attualmente in carcere per l'accusa di tentato acquisto di droga, ndr). Una volta giunta sul posto, Princi le avrebbe consegnato un sacchetto di carta marrone di piccole dimensioni, di quelli per contenere il pane - si legge nel provvedimento - dicendole che c'erano i soldi destinati ad essere consegnati ad un amico con cui aveva appuntamento per un 'impiccio' con le moto, con ciò intendendo che Princi avrebbe dovuto acquistare una motocicletta di provenienza illecita e chiedendole di tenere il sacchetto nello zaino in attesa dell'amico". La fidanzata di Sacchi ha poi detto che Princi gli aveva chiesto le chiavi della sua auto "per metterci il denaro le aveva appena dato da custodire nello zaino". Inoltre, nell’ambito dell’omicidio di Sacchi, c’è una nuova misura cautelare: il gip, accogliendo la richiesta della procura, ha infatti emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Armando De Propris, padre di Marcello, il 22enne accusato di concorso in omicidio per aver fornito l'arma ai killer, Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, già in carcere dal 25 ottobre scorso.Armando De Propris, 46 anni, era stato già arrestato lo scorso 29 novembre quando, in seguito alla perquisizione nella sua abitazione, era stato trovato 1 kg di droga. Per lui i pm avevano già chiesto una misura cautelare per la detenzione dell'arma, che non è stata mai ritrovata e che però non era stata subito accolta dal gip motivando "una mancanza dei gravi indizi di colpevolezza". Ora la nuova decisione del gip, scattata in seguito agli ultimi sviluppi investigativi.

  • Cos'è l'attrezzatura fantasma, il più grave pericolo che corrono i nostri oceani
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    AGI

    Cos'è l'attrezzatura fantasma, il più grave pericolo che corrono i nostri oceani

    The Guardian anni fa l'aveva definita “attrezzatura fantasma”, era il 2015 e reti, lenze e armamentari vari relativi alla pesca industriale erano già un problema. A certificare che a distanza di qualche anno quel problema, invece di risolversi, si moltiplica è un rapporto diffuso da Greenpeace.Louisa Casson, responsabile della campagna per gli oceani nella filiale britannica dell'organizzazione ambientalista, ha dichiarato: “L'attrezzatura fantasma è una delle principali fonti di inquinamento plastico oceanico e influisce sulla vita marina nel Regno Unito tanto quanto in qualsiasi altro luogo”. I numeri effettivamente sono sconcertanti: sono infatti circa 640 mila le tonnellate di materiale per la pesca abbandonate in mare, pari a 55 mila autobus a due piani.L'anno scorso, a largo della costa di Oaxaca, in Messico, sono state trovate morte 300 tartarughe marine, rimaste impigliate, soffocate o comunque uccise dall' “attrezzatura fantasma”. Prosegue la Casson “Le reti possono rappresentare una minaccia per la fauna selvatica per anni o decenni, portandosi dietro tutto, da piccoli pesci e crostacei a tartarughe, uccelli marini e persino balene in via di estinzione. Diffondendosi nell'oceano tramite maree e correnti, gli attrezzi da pesca persi e scartati ora vanno alla deriva sulle coste dell'Artico, si lavano sulle remote isole del Pacifico, si intrecciano sulle barriere coralline e sporcano i fondali marini”. L'attrezzatura da pesca abbandonata in mare rappresenta il 10% dell'inquinamento da plastica degli oceani, percentuale che si alza fino al 70% per quanto riguarda il peso delle macroplastiche (quelle superiori ai 20cm).Poco tempo fa è stata rintracciato un accumulo di plastica nel Nord del Pacifico, le cosiddette isole di rifiuti galleggianti, e conteneva 42 mila tonnellate di attrezzatura fantasma. In un'altra spedizione nel Sud del Pacifico, in un tratto della spiaggia dell'isola disabitata di Henderson lungo 2,5 km, sono state trovate 18 tonnellate di rifiuti della pesca industriale. Nel rapporto di Greenpeace si legge che il danno ambientale in questione è dovuto a “La scarsa regolamentazione e il lento progresso politico nella creazione di santuari oceanici che sono vietati alla pesca industriale”. Greenpeace chiede che le Nazioni Unite forniscano un quadro globale per la protezione dei mari, aprendo la strada a una rete globale di santuari oceanici che coprono il 30% degli oceani del mondo entro il 2030.

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