Siena caput populismi. E lì Di Battista rialza la testa

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Alessandro Di Battista (Photo: HuffPost)
Alessandro Di Battista (Photo: HuffPost)

Siena caput mundi, Siena caput populismi. Ogni stagione ha la sua città-simbolo per attaccare il sistema, il Palazzo, le consorterie e il potere e quest’autunno Siena si porta benissimo. Alessandro Di Battista ha scelto la città del Palio per ricominciare a girare l’Italia, che poi è quel che gli piace fare, lo ha sempre detto e lo ha sempre fatto. In motocicletta su e giù contro il referendum costituzionale di Matteo Renzi, i bei tempi dell’opposizione, l’estate con i capelli scarmigliati sotto il casco. E poi il camper, perché erano arrivati nel frattempo una compagna e un bimbo, e quindi vai con il cucinino e il mini-salotto ancora su e giù in una campagna elettorale formidabile, lui in piazza, Luigi Di Maio nei palazzetti dello sport, per andare a conquistarsi il 33% dei cuori italiani. Sempre dall’opposizione, perché il governo sarebbe arrivato poi, con tutto quel che ne è seguito, Leghe, piddì e Draghi vari, l’ultimo dei quali è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso già bello pieno di Di Battista che ha fatto le valige e se n’è andato.

“Su la testa!” Il titolo del nuovo tour, un appello a tutti quelli che evidentemente si ritiene che l’abbiano abbassata in questi anni, che riparte proprio da Siena, una preview perché il programma vero e proprio deve essere ancora fissato, ma si parla di Sicilia, Puglia, e poi su verso Pescara ma anche a Genova, e chissà se Grillo... Nel 2018 erano gli altri i simboli da colpire. Il camper arrivò ad Arcore con tanto di comizio con lettura di sentenza, poi Rignano e Laterina, sotto la neve il primo, nel diluvio universale il secondo, ma per tuonare contro Matteo Renzi e Maria Elena Boschi a casa loro un sacrificio poteva ben essere fatto. La risposta delle piazze fu clamorosa, e certo dietro c’era un partito in crescita debordante, un’onda nel paese da cavalcare, sabato a Siena chissà. È vero che l’appeal di Di Battista rimane intatto, la sua professione di purezza finora immacolata, come pure è vero che tanti di quelli che M5s non lo votano più sono giunti a tale conclusione per gli stessi motivi per cui l’ex deputato se ne è andato. È quella fetta di paese che si è astenuta a cui punta Di Battista, con lui anche Alessio Villarosa, dalle vette del ministero del Tesoro dove per tre anni è stato sottosegretario a una pedata nel didietro per non aver votato la fiducia a Draghi.

Quale pulpito migliore di Siena, che ha vissuto per lustri nella bengodi della pioggia di soldi elargita dalla Fondazione del Monte dei paschi, che ha sempre vissuto all’ombra del sole della sua banca, le radici saldamente intrecciate con la storia cittadina e non solo, e che oggi si trova improvvisamente senza certezze, senza sapere cosa diventerà da grande, oggi che la Fondazione fa quel che fanno tutte le fondazioni, che Mps si prepara a un bagno di sangue di esuberi e che Unicredit ha fatto ciao all’acquisizione lasciando una patata più che bollente nelle mani dello del governo e dello stato, che ne è azionista di maggioranza con robuste iniezioni di capitale pubblico (“Soldi dei cittadini”, direbbe Di Battista) e che oggi cerca di guadagnare tempo dall’Europa per evitare il crack dovento fare i conti con altri 3 miliardi che servirebbero per mandarla avanti.

Per tutto quel che è stata e per tutto quel che è diventata, Siena è stato podio privilegiato negli anni dai leader anti sistema. “Il disastro di questa banca lo sapevano tutti, i media, i giornalisti, gente della finanza”, firmato Beppe Grillo. Era il 2013, fine gennaio, di lì a due settimane il Movimento 5 stelle sarebbe entrato per la prima volta a Palazzo, il comico si presentò all’assemblea degli azionisti del Monte dei paschi. Il bersaglio, ora come allora, sempre lo stesso “Si doveva aprire una commissione d’inchiesta, chiamare tutti i segretari del Partito Democratico dal ’95 a oggi e far loro delle domande, perché qui abbiamo un buco di 14 miliardi di Euro, 28 mila miliardi di lire, oltre la Parmalat”. I verbali raccontano dell’allora amministratore delegato Alessandro Profumo obiettare sulla cifra, il fondatore pentastellato ignorarlo con fastidio.

Erano otto anni fa, era un altro mondo. Grillo, deus ex machina dei 5 stelle dal vaffa all’omaggio al banciere centrale fattosi governo, otto anni fa la sparava così: “Chi doveva controllare queste cose? Siamo sempre alle solite! La Banca di Italia, chi c’era, Draghi? Chi doveva controllare?”.

Parole che sono sostanzialmente quelle che Di Battista pronuncerà sabato, perché lui in quel mondo è rimasto, per lui non è cambiata una virgola della critica pentastellata al sistema, ad essersi snaturato è stato il suo Movimento.

Siena collettore dei mali del Palazzo, la piovra, come la chiamerebbe lui, ma anche incubatrice della rinascita di Enrico Letta, il segretario del Pd che è venuto in città per farsi rispedire in Parlamento. Perché andare a bombardare soli cinque giorni dopo del faccia a faccia con Giuseppe Conte ha una valenza politica contingente, riaffermare ancora una volta che dopo Draghi il peggio che potrebbe succedere è immolare il suo vecchi partito in un abbraccio mortale con il Pd, anche se con loro avrebbe fatto il ministro, in quel Conte II in cui, come lui stesso racconta, è stato impallinato dai veti di Renzi (ancora lui!). Un messaggio agli scontenti e ai delusi 5 stelle, una fotografia perfetta: il nuovo leader attovagliato con i potenti a fare accordi, l’alfiere dello spirito delle origini pancia a terra a menare fendenti al Sistema che nonostante le intemerate e le battaglie non vuole mollare l’osso, arrivando a inglobare il partito che fu dell’anticasta.

Che da lì si possa far male al Pd lo sanno benissimo anche i pasionari della Lega. Proprio lì Claudio Borghi perse contro Pier Carlo Padoan, l’ex ministro dell’Economia del quale oggi in città non si può pronunciare il nome, ma proprio in quella tornata si accese un campanello, si capì che la città non era più necessariamente una partita persa, una sconfitta con un margine di 4 punti (36% a 32%) che faceva ben sperare per il futuro. E così per le regionali si presentò il sodale Alberto Bagnai: “In un video del 2016 Claudio Borghi ha ripercorso tutta la storia di Mps e dell’acquisto di Antonveneta, grazie alla lettera dell’agosto 2011 firmata da Trichet e, guarda caso, da Draghi. Ora ci parlano di ‘qualche errore’, ma la Lega lo aveva detto. Adesso chi paga i danni? I territori e i contribuenti”. Territorio e contribuenti che hanno archiviato l’infinita stagione di sinistra-centro in città eleggendo un sindaco indipendente di destra, ma che sono tornati a casa spingendo Letta di nuovo verso l’ingresso principale di Montecitorio.

Un paio di settimane fa Di Battista ha ricominciato a spingere: “Il “compagno” Letta è tornato in Parlamento. MPS – la banca più antica del mondo – sta per scomparire. Draghi gongola perché il suo antico progetto politico (fusioni e privatizzazioni ovvero rafforzamento dei grandi a danno del “pluralismo finanziario”) si sta concretizzando. L’opposizione non esiste”. Da Siena parte anche un test per capire se quell’opposizione può esistere, se intorno a lui si può coagulare un partito, pardon, un movimento di delusi dalla piega che hanno preso le cose, da un Movimento che ha mollato il vaffa per la deferenza delle poltrone, senza che nulla è stato deciso, senza che nulla sia stato escluso.

Un Grillo d’antan, lontano anni luce dalle battute scherzose a Draghi durante le consultazioni, dal Movimento che si fa partito con Conte, nel 2013 tuonava: “Se mancano i soldi qualcuno li ha presi, qui siamo in una distorsione dove un partito è diventato una banca e una banca è diventato un partito. Chi li ha presi? Allora li mettiamo sul banco degli imputati e devono essere processati dall’opinione pubblica, dai risparmiatori e dai lavoratori, che non devono rimetterci una lira e neanche il posto di lavoro”. Di Battista non se n’è mai andato da lì e da lì - e da Siena - riparte per il suo tour.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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