Siena, la foto simbolo di un medico: "Quello che chiediamo e di darci una mano"

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Covid, l’immagine delle mani di un medico segnate dai turni estenuanti
Covid, l’immagine delle mani di un medico segnate dai turni estenuanti

Dopo 12 ore di lavoro le mani del medico Salvatore Quarta appaiono come quelle di un anziano di 80 anni, segnate dai turni estenuanti che da un anno l’operatore sanitario è costretto a svolgere presso l’ospedale Le Scotte di Siena. È proprio l’immagine delle sue mani che da qualche ora sta facendo il giro del web, a simboleggiare gli sforzi che il personale ospedaliero sta affrontando per fronteggiare la pandemia, la cui seconda ondata sembra non essere mai terminata.

Covid, l’immagine delle mani segnate di un medico

Intervistato dal quotidiano La Repubblica, il dottor Quarta ha raccontato: “Oggi dopo l’ennesimo turno estenuante nel togliermi i guanti, tre strati di guanti uno sopra l’altro, con percezione di bruciore intenso durante il turno (sudore, gel sanificante, talco), questa è stata la desolante visione delle mani improvvisamente invecchiate di 30-40 anni, con annessa perdita di sensibilità legata probabilmente ad una sorta di lessatura dello strato superficiale della cute. Una foto che ancora una volta vuole richiamare la sensibilità del lettore e del cittadino su quelle che sono le ferite dell’animo e fisiche di tutti coloro che quotidianamente stanno combattendo in trincea questa pandemia. Quello che chiediamo quindi è: dateci una mano.

Il medico ha poi spiegato di essersi voluto soffermare sulle proprie mani proprio perché è una parte del corpo dei medici che spesso non viene considerata: “Ci siamo abituati a vedere i volti degli operatori, o meglio i loro occhi stanchi, la postura affaticata di persone bardate dalle protezioni sanitarie, piegate da ore di lavoro. Le mani non si vedono, eppure sono questi i nostri strumenti primari di lavoro.

Infine il dottor Quarta ha spiegato lo svolgimento dei suoi turni di lavoro, da ormai un anno sempre più massacranti: “Stiamo 2-3 mesi in area Covid e un mese in sala operatoria (nel mio caso), per ‘riposarsi’ Sembra un paradosso ma è così perché non è la quantità di ore in sé che ti massacra, ma la qualità: ore trascorse negli scafandri, con la mascherina e lo schermo protettivo, a curare persone sempre più giovani, con storie sempre laceranti, umanamente difficili da digerire”.