I sierologici non servono più. La terza dose sarà l’ultima? Forse no

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Test sierologico e vaccino (Photo: Test sierologico e vaccino)
Test sierologico e vaccino (Photo: Test sierologico e vaccino)

I test sierologici servono ancora? La terza dose di vaccino sarà l’ultima? Siamo davvero nella quarta ondata? Il dibattito sulle questioni è ancora aperto, ma molti esperti si sono già pronunciati. Ecco tutte le loro risposte.

La terza dose di vaccino sarà l’ultima?

“Difficile dirlo - ha affermato Massimo Clementi, direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano -. Non sappiamo se questo virus cambierà, se gli anticorpi saranno sufficienti o se serviranno altri vaccini più modulati sulle varianti diffuse. L’industria si sta già muovendo per creare vaccini tarati sulla Delta. Per il momento non è servito cambiare preparato, ma non è detto che non lo sia in futuro”. Quel che è certo è che la terza dose di vaccino offre una protezione più duratura, come ha spiegato l’immunologo del Comitato tecnico scientifico Sergio Abrignani al Corriere della Sera. “Il nostro sistema immunitario può aver bisogno di questa stimolazione, per innescare una memoria di lungo termine che consenta di fare altri richiami non prima di 5-10 anni”.

Per l’epidemiologo del Campus Bio-medico di Roma Massimo Ciccozzi, tuttavia, non si può assolutamente affermare che la terza dose sarà l’ultima. “Il Covid diventerà come l’influenza stagionale e saranno necessari dei richiami, ma solo per fragili e over 65”, aveva detto a HuffPost.

Anche secondo Arnon Shahar, medico responsabile della task-force del piano vaccinale anti-Covid in Israele, sarà necessario fare altri richiami di vaccino anti Covid, dopo la terza dose. “Credo che bisognerà continuare a vaccinarsi, come per l’influenza, una volta ogni qualche mese o una volta all’anno, ma vediamo come si evolverà la situazione”.

Il test sierologico è ancora adatto a dirci se siamo protetti o meno dal virus?

“Al momento non esistono valori soglia in grado di dirci come, quanto e per quanto tempo si è protetti - aveva detto a HuffPost Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani e della Federazione Italiana Società Scientifiche di Laboratorio -. 100 o 1000 AU/mL: il valore degli anticorpi vuol dire poco o nulla. Finché non avremo standard internazionali comparativi, tramite il dosaggio si potrà verificare che gli anticorpi ci sono, ma non si potrà valutare se il loro livello sia alto o basso. Quello che conta davvero è la memoria immunologica, per cui si stanno studiando test specifici”.

Il sierologico, dunque, “non può essere una discriminante” per valutare se sottoporsi oppure no alla terza dose di vaccino. “Bisognerebbe prima capire che tipo di anticorpi abbia rilevato e in quali quantità. Inoltre, non sappiamo ancora quanto duri la memoria immunologica. In generale, non può fornire risposte attendibili o tali da escludere la vaccinazione”. Secondo Massimo Clementi, direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano, i sierologici “servono solo a diagnosticare se c’è stato un contatto con il virus o con la vaccinazione. Niente di più”.

Chi è esposto a maggiori rischi?

In Italia il 57 per cento delle persone decedute per Covid sono uomini. Al Corriere della Sera Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano, ha spiegato che la poca attenzione alla salute e l’assenza di protezione ormonale contribuiscono a esporre il sesso maschile a maggiori rischi rispetto alle donne. “È lecito pensare che poiché gli uomini lavorano fuori casa più delle donne abbiano più contatti potenzialmente rischiosi. E che, essendo meno attenti all’igiene personale, si lavino meno le mani. E così ci si ammala più facilmente”.

Inoltre, gli uomini hanno la tendenza a fumare di più rispetto alle donne (nella popolazione oltre i 15 anni i maschi fumatori sono il 25,9%, le femmine il 15,8%), “e il fumo rappresenta un fattore di rischio per sviluppare un quadro clinico più grave”. Le donne presentano malattie cardiovascolari “in ritardo rispetto agli uomini, grazie alla protezione fornita loro dagli estrogeni, quindi in caso di Covid, fino ai 50-60 anni, sono maggiormente protette da conseguenze pericolose”. Uomini e donne, infine, differiscono sotto un altro aspetto: le prime sviluppano risposte immunitarie maggiori verso patogeni, compresi i virus, motivo per cui sono meno suscettibili a contrarre infezioni da microrganismo.

Il virus potrà diventare endemico?

Secondo Ciccozzi sì. “Non è un virus che andremo a eradicare, sarà compagno di viaggio. Diventerà una virosi e lo tratteremo come gli altri coronavirus”. È d’accordo Clementi: “Ci sono molte evidenze sul fatto che questa infezione possa diventare endemica: pochi casi, ma ripetuti nel tempo, con una stagionalità invernale, e questo virus si presenterà come uno dei tanti virus respiratori che ci infastidiscono”.

“Tecnicamente possiamo dire che questo virus è già endemico - aveva aggiunto Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della Medicina presso l’Università La Sapienza di Roma - perché endemico vuol dire che è presente ovunque tra la popolazione”. “Dal punto di vista dei Paesi occidentali si sta andando verso un’endemia che dovrà fare i conti, come mostrano altri Paesi che sono arrivati prima di noi a una convivenza con il virus, come Singapore, con naturali fluttuazioni - aveva aggiunto - dovute al fatto che una parte di popolazione perde immunità e via via viene reinfettata, o al fatto che una parte di persone che ha un sistema immunitario compromesso, come è successo a Colin Powell, dovrà ancora subire le conseguenze letali di Covid-19, nonostante l’immunizzazione”.

Siamo davvero entrati nella quarta ondata?

“La quarta ondata della pandemia di Covid-19 è in corso, soprattutto nei paesi dell’Est Europa. Lì la situazione è molto complicata e ho idea purtroppo di pensare che sarà peggio di quelle precedenti in termini di ricoveri e decessi. Anche se in forma molto meno violenta, è in corso anche in Italia”, ha detto a Fanpage.it Matteo Bassetti, primario del reparto di malattie infettive dell’ ospedale San Martino di Genova. “Bisogna usare cautela per i prossimi due mesi e continuare con le vaccinazioni. In Italia stiamo vedendo un aumento dei contagi e in alcune realtà anche dei ricoveri ospedalieri, quindi io credo che ha molto più significato chiamare quarta ondata questa che non quella della scorsa estate”.



Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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