"Silvia Romano è in Somalia". Gli sviluppi delle indagini

E. Izzo e A. Ferrari

Si trova in Somalia e sarebbe tenuta sotto sequestro da un gruppo islamista legato ad Al-Shabaab, Silvia Romano, la volontaria italiana rapita in Kenya il 20 novembre dello scorso anno a Chakama, un villaggio a 80 chilometri da Malindi in Kenya.

 È quanto emerge dagli sviluppi dell'indagine dei carabinieri del Ros, coordinati dalla procura di Roma. Ad un anno dal rapimento, e dopo mesi di silenzio, gli inquirenti mettono un punto fermo, e importante, sulla vicenda del rapimento della giovane italiana, sgomberando, così, il campo dalle numerose illazioni formulate negli ultimi mesi. Si tratta di una notizia importante, tanto che i magistrati romani stanno valutando l'ipotesi di una rogatoria internazionale alle autorità somale.

Gli elementi raccolti dai carabinieri del Ros, coordinati dal pm Sergio Colaiocco, dopo la trasferta in Kenya dell'agosto scorso, hanno rafforzato la convinzione che Silvia Romano si trovi in Somalia; inoltre, in base all'analisi dei documenti messi a disposizione dalle autorità kenyote la donna si troverebbe in un'area del Paese dove gravitano milizie locali legate al gruppo terroristico di matrice islamica.

Le notizie che arrivano dagli inquirenti confermano che Silvia Romano è stata venduta ad Al-Shabaab o addirittura che il rapimento messo in atto da una banda di criminali, un anno fa, sia stato eseguito su commissione. Le indagini, dunque, stanno prendendo una direzione chiara. Forse univoca. L'Agi il 30 settembre scorso, riportando una fonte di intelligence, scriveva che "Silvia è viva e si sta lavorando per riportarla a casa". Questa è l'unica certezza a cui si si è aggrappati. Ed ora questa notizia appare ancora più chiara.

Il rischio di raid sulla prigione di Silvia

Nei giorni scorsi, nell'approssimarsi di un anniversario per nulla da festeggiare, si sono alzate molte voci, dalla politica, alla società civile affinché un fascio di luce illuminasse questa vicenda. Nino Sergi, fondatore e presidente emerito di Intersos e Policy Advisor di Link 2007, ha nuovamente fatto sentire la sua voce inviando una seconda lettera aperta al generale Luciano Carta, direttore dell'Aise, i servizi di intelligence esterni.

"Dodici mesi sono tanti - scrive Sergi -. A chi attende la sua liberazione sembrano interminabili". Sergi prosegue sottolineando di non "aver nessun titolo per parlare a nome di Silvia, ma quanto le scrivo esprime l'inquietudine e le preoccupazioni di molte persone per la sua liberazione e la sua vita: tante voci che fanno da sottofondo a questa nuova lettera aperta".

E il fondatore di Intersos così spiega le "inquietudini e le preoccupazioni": "Non sappiamo se prendere per buone le poche notizie diffuse da agenzie giornalistiche sull'area in cui Silvia potrebbe essere trattenuta. Ad esse comunque ci aggrappiamo. Se l'area fosse confermata, la preoccupazione diventa ancora più grande a causa dell'effettuazione di frequenti raid. Come non sappiamo se vi siano le condizioni per fare molto di più di quanto già state facendo; ma ancora una volta le chiediamo di provare a farlo. I tempi lunghi significano anche crescenti rischi: il ricordo di Giovanni Lo Porto rimane ancora molto doloroso".

Le preoccupazioni di Sergi derivano proprio da questo. Le condizioni sul terreno, in questi mesi, sono precarie: piogge e alluvioni, che impediscono gli spostamenti, ma diventano condizioni ideali per i raid arei sulle postazioni dei terroristi. Ed ecco il ricordo del cooperante Giovanni Lo Porto, rapito in Pakistan da Al Qaeda, e vittima - "effetto collaterale" - di un bombardamento americano.

Uno degli imputati è latitante

Poi vi è una nota di cronaca. Il processo ai tre degli otto membri della banda che ha rapito Silvia - Moses Luwali Chembe, Abdalla Gababa Wario e Ibraiam Adam Omar - è stato nuovamente rinviato, questa volta perché Adam Omar, in libertà su cauzione e considerato l'uomo più pericolo dei tre, non si è presentato all'ultima udienza, quella del 14 novembre. I giudici lo hanno dichiarato "formalmente" latitante.

Il processo dovrebbe riprendere il 20 novembre a Chakama, il villaggio dove un anno fa è stata rapita Silvia Romano e che oggi sappiamo essere nelle mani di gruppi terroristi somali legati ad Al-Shabaab.