Silvia Tortora e quelle scuse mai arrivate (di V. Vecellio)

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Silvia Tortora (Photo: ANSA)
Silvia Tortora (Photo: ANSA)

(di Valter Vecellio, in ricordo di Silvia Tortora, giornalista e scrittrice scomparsa all’età di 59 anni)

Carissima Silvia,

ancora una volta, non ti sei smentita: discreta e rigorosa, in vita; e anche ora: è sempre stata la tua cifra. Anche tu, come tua sorella Gaia, al pari di Enzo, avete vissuto e patito quella “bomba” che il 17 giugno del 1983 magistrati, falsi collaboratori di giustizia e giornalisti vi hanno fatto scoppiare “dentro”.

Quanto devono averti pesato, ed esserti costate, quelle infondate, false accuse: spaccio, detenzione, uso di sostanze stupefacenti, affiliazione alla camorra, perfino l’essersi appropriato di fondi da destinare ai terremotati. Quel lungo calvario che ha portato Enzo a prematura morte. Uno dei momenti più oscuri e melmosi dell’Italia di questi anni; ancora oggi si fatica a crederci.

Enzo era una persona perbene; come è potuto accadere che lo si sia voluto impigliare in quel mostruoso errore giudiziario? Te lo sarai chiesto mille volte. Come ha potuto il pubblico ministero Diego Marmo definirlo “cinico mercante di morte”? Come ha potuto affermare: “Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, e più trovavamo quelle della sua colpevolezza?”. Come hanno potuto credere a Giovanni Pandico, un camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Raffaele Cutolo: lo ascoltano diciotto volte, solo al quinto interrogatorio si ricorda che Tortora è un camorrista? Dare patente di credibilità a Pasquale Barra ’o animale, un tipo che in carcere uccide il gangster Francis Turatello e ne mangia l’intestino? E non solo Tortora. Il famoso “venerdì nero della camorra”, 850 mandati di cattura, si traduce, nella realtà, in decine di arrestati colpevoli di omonimia, di errori di persona. Nel solo processo di primo grado gli assolti sono ben 104…

Ricordo bene quella “telegrafica” intervista che mi hai rilasciato per il Tg2 e che l’allora direttore Clemente Mimun volle trasmettere in più edizioni. Un documento che ancora oggi mi mette i brividi:

Quando suo padre fu arrestato, oltre alle dichiarazioni di Panico e Barra cosa c’era?

“Nulla”.

Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era uno spacciatore, un camorrista?

“No, mai”.

Intercettazioni telefoniche?

“Nessuna”.

Ispezioni patrimoniali, bancarie?

“Nessuna”.

Si è mai verificato a chi appartenevano i numeri di telefono trovati su agende di camorristi e si diceva fossero di suo padre?

“Lo ha fatto, dopo anni, la difesa di mio padre. E’ risultato che erano di altri”.

Suo padre è stato definito cinico mercante di morte. Su che prove?

“Nessuna”.

Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia. Su che prove?

“Nessuna. Chi lo ha scritto è stato poi condannato”.

Qualcuno le ha mai chiesto scusa per quello che è accaduto?

“No”.

Nessuno dei “pentiti” che ha accusato Enzo è stato chiamato a rispondere delle sue calunnie. I magistrati dell’inchiesta hanno tutti fatto carriera. Enzo da quella vicenda non si è mai completamente ripreso. Stroncato da un tumore ha voluto essere sepolto con una copia della “Storia della colonna infame”, di Alessandro Manzoni. Sulla sua tomba un’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”.

Cara Silvia, che la terra ti sia lieve.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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