Simone Liberati: l'amore muore quando smetti di ascoltarlo

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Photo credit: Adolfo Franzò
Photo credit: Adolfo Franzò

Al netto di tutto il dolore e del fitto senso di mistero che sprigiona, Chiamami ancora amore, serie in tre serate di Gianluca Tavarelli che ha debuttato il 3 maggio scorso su Rai 1 e si chiuderà il 17, restando poi disponibile in streaming sulla piattaforma di RaiPlay, è la radiografia a cuore aperto, nuda e pulsante, di una separazione tra due giovani sposi con un figlio piccolo. L'affresco di una costellazione familiare in frantumi, tra le cui macerie fumanti ogni spettatore trova facilmente una scheggia in cui rispecchiarsi.

Il frammento in cui si rivede e si interroga di più Simone Liberati, protagonista di questa storia insieme a Greta Scarano e a sua volta papà di un bambino piccolo, rimanda ai cambiamenti impercettibili che le esistenze di due amanti subiscono quando decidono di diventare famiglia. Piccoli scarti che in alcuni casi trasformano l’amore in una forza uguale e contraria, stesso voltaggio, opposta polarità: «Si tende spesso a raccontare la maternità, la paternità, in genere la nascita di una famiglia, come un processo univocamente bello e positivo, come la soluzione di tutti i problemi», spiega Liberati, 33 anni, uno dei più brillanti interpreti della sua generazione, protagonista, tra gli altri, di Cuori puri, La profezia dell'armadillo, Bangla. «Ma non sempre è così: dentro a quel processo siamo sempre noi, diventare genitori non necessariamente ci migliora, ma l’arrivo di un figlio è un evento che per forza di cose cambia la traiettoria dei nostri amori e delle nostre vite. Quando esattamente questo succeda e come: queste sono domande che spesso mi pongo dopo l'esperienza di Chiamami ancora amore».

Photo credit: Fabrizio De Blasio
Photo credit: Fabrizio De Blasio

Che cosa in particolare l’ha incuriosita?

Leggere la sceneggiatura m’ha spinto a pormi una serie di quesiti sulla natura dei nostri rapporti e dei nostri sentimenti, sul modo in cui reagiamo al trascorrere del tempo e alle esperienze che si accumulano. Mi ha colpito molto il racconto dell’intensità di Anna ed Enrico: sia nell’amarsi che nell’odio rancoroso che a un certo punto li investe e li spinge ad allontanarsi, al punto da trasformare la loro passione in una contesa legale per decidere a chi dei due andrà la custodia del figlio. Più che una scelta consapevole, questa loro metamorfosi nel tempo mi sembra una trasformazione che entrambi subiscono. Mi sono chiesto: chissà quante volte succede a noi tutti di trasformarci e non accorgercene, di cambiare e non rendercene conto.

Sta dicendo che una famiglia, un figlio ci trasformano sempre e per forza in peggio?

Non necessariamente, grazie al cielo. Ma da giovani e fino a una certa età, i cambiamenti che attraversiamo sono sempre positivi, si matura e si tende in teoria a migliorare. Arrivati a un certo punto della vita, succede qualcos’altro: è come se la condizione di adulto ricacciasse indietro, respingesse tutti i momenti gloriosi dell’esistenza in cui abbiamo concepito i sentimenti più puri, condiviso gli ideali più alti, ci siamo sentiti talmente forti e fiduciosi da pensare di poter affrontare al meglio il futuro. Forti e fiduciosi come devono essersi sentiti Anna ed Enrico quando si sono incontrati e hanno deciso di concretizzare la loro unione.

Come s’è trovato nei panni di Enrico?

Sinceramente? Ho letto il copione e mi è sembrato subito di capirlo, sono entrato immediatamente in contatto con lui, mi sono sentito molto libero. Con Greta e Gianluca Tavarelli, il regista, abbiamo fatto un lavoro importante: insieme abbiamo ricostruito le vite di Anna ed Enrico, le storie delle loro famiglie, Gianluca è un regista straordinario e di rara sensibilità: mi ha aiutato ad avere una buona complicità con Greta, ha fatto sì che tutta questa storia sgorgasse da noi in maniera spontanea, non ho mai avuto la sensazione di fare fatica.

A inseguirvi c’era sempre una telecamera a mano, questo deve aver aiutato a restituire un senso di intimità.

Ci ha aiutato a lasciare libero l’istinto. Penso si percepisca chiaramente che tutti gli attori coinvolti condividessero la stessa passione, che questa storia parlasse al cuore di tutti. Sono contento che lei abbia sottolineato il ruolo della macchina da presa su di noi, perché abbiamo davvero lavorato fianco a fianco con la fotografia, gli operatori ci seguivano passo passo, ci stavano addosso senza intralciare il nostro lavoro, silenziosi e invisibili: fotografare e raccontare così questa vicenda è stato fondamentale. Ci ha consentito di seguire le vite dei due giovani sposi molto da vicino, respirare silenzi e sospensioni, registrare tutto ciò che si dicono senza usare le parole, attraverso gli sguardi, i gesti minuti.

Da padre, questa esperienza come l’ha vissuta?

Vengono messe in scena situazioni che ho attraversato anch'io quando sono diventato papà, soprattutto nella fase iniziale della storia: i primi mesi del bambino, le fatiche dell’accudimento, le difficoltà quotidiane. Sono cose che conosco, fanno parte del mio bagaglio, certi aspetti del racconto mi sono sembrati davvero attendibili, terribilmente concreti e vicini alla realtà di come si diventa genitori: l’autenticità del racconto mi ha aiutato molto a tradurre quelle sensazioni nella rappresentazione del rapporto tra Anna ed Enrico, ma è stato anche un forte richiamo alla mia personale esperienza.

Photo credit: Fabrizio De Blasio
Photo credit: Fabrizio De Blasio

Sulla scorta delle indagini dell’assistente sociale chiamata a gestire il conflitto e interpretata da una bravissima Claudia Pandolfi, il racconto accompagna lo spettatore alla ricerca degli snodi che hanno compromesso il rapporto e spezzato la fiducia reciproca. Come se certe rotture, esercitando la necessaria cura, praticando un’affettuosa sorveglianza, si potessero davvero prevenire.

Mi viene da dire che dobbiamo sempre stare molto attenti, non abbassare mai la guardia, perché gli amori sono fatti di una materia fragile. Ma lei lo sta chiedendo a un fatalista: io sono convinto che le situazioni, nonostante tutti i nostri affanni, poi finiscano per prendere il loro corso. Viviamo tutti quasi sempre in balia degli eventi, abbiamo la possibilità di decidere poche cose. Non credo esistano molte alternative rispetto a quelle che abbiamo conosciuto e sperimentato, vorrebbe dire vivere un’altra esistenza.

Insomma, quando la vita ci trasforma da amanti in vittime e carnefici, si salvi chi può?

Ci si può salvare, eccome, non deve necessariamente sempre finire in uno schianto. Diciamo che l’errore di Anna ed Enrico non è stato quello di separarsi o di mettere in discussione i loro problemi, ma di smettere di stare in ascolto reciproco, cessare nel tempo di parlarsi, edificare un muro che ha poi impedito loro di rimanere autentici e sinceri come quando si sono incontrati. Il resto è meno grave: lo scopo della famiglia non è quello di durare per sempre nella convivenza, un conglomerato di coniugi, genitori, figli, fratelli che va avanti in eterno, non deve esserlo.

Ci si lascia, ci si allontana, ma si resta famiglia...

Ci sono vincoli, legami, che non si possono archiviare, fatti talmente radicalizzati e conclamati nelle nostre vite che faranno parte per sempre di noi. Credo però sia giusto darsi la possibilità di imboccare nuovi percorsi, con la sufficiente serenità, senza guardarsi troppo indietro. Mi ha sempre incoraggiato questo aspetto della vita: in qualche modo ti dà la possibilità - forse, chissà - di ricominciare.

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