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Sindacati, retaggio del passato o baluardo dei lavoratori?

Complice la crisi economica che divora con una voracità che sembra senza precedenti posti di lavoro in tutta Italia e complici le difficili trattative legate alla riforma Fornero, non sono mancati negli ultimi mesi ripetuti attacchi al ruolo dei sindacati, sferrati non solo dalle forze conservatrici e imprenditoriali della società ma anche dagli stessi lavoratori, che lamentano una mancanza di rappresentazione.
Solo di recente accuse si sono levate per il mancato intervento a favore della salute dei lavoratori e delle loro famiglie nell'Ilva di Taranto o, all'esatto opposto, per l'eccessiva protezione degli assenteisti nel caso del Porto di Gioia Tauro. Susanna Camusso, leader della Cgil, è finita nel mirino dei detrattori per aver proposto di utilizzare i soldi recuperati dall'evasione per detassare le tredicesime. Precari e atipici, già messi a dura prova dalla riforma Fornero e dalla crisi economica, sono insorti: non è equo usare le risorse collettive a vantaggio dei soli dipendenti, questa proposta è discriminatoria.
Alla luce delle polemiche degli ultimi mesi ci siamo chiesti: i sindacati sono un retaggio del passato o l'ultimo baluardo dei lavoratori?

Per riflettere sul tema, in collaborazione con IlSussidiario.net, ecco le opinioni a confronto di Maurizio Del Conte dell'Università Bocconi e di Carlo Lottieri dell'istituto Bruno Leoni.

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di Maurizio Del Conte,
docente associato di diritto del Lavoro dell'Università Bocconi


Sempre più alte si levano le voci di denuncia nei confronti di un sindacato accusato di utilizzare il proprio potere interdittivo al solo fine di garantirsi la sopravvivenza. La premessa di questa denuncia è che la lunga fase storica che aveva giustificato il fenomeno sindacale si è ormai definitivamente esaurita, mentre la sfida dell’economia globalizzata richiede di liberare il campo da organismi intermedi che costituiscono un freno al libero sviluppo del mercato.
Queste critiche, tuttavia, più che da una seria riflessione sul ruolo che possono ancora avere, oggi, le grandi organizzazioni rappresentative dei lavoratori, trovano facile alimento nelle forme degenerative che hanno troppo spesso segnato l’azione sindacale nel nostro paese. Non v’è dubbio, infatti, che ci sia un problema oggettivo di scollegamento fra sindacato e base dei rappresentati: problema che nasce dal vecchio collateralismo politico e che, in tempi più recenti, si è accentuato in un approccio alle vertenze sindacali più lobbistico che effettivamente rappresentativo degli interessi collettivi dei lavoratori.
Ma è altresì incontestabile che, nelle fasi cruciali della vita del paese, la presenza del sindacato abbia rappresentato un elemento di garanzia della sostenibilità sociale delle scelte economiche, così come è ormai largamente condivisa l’opinione che il recupero di produttività passi attraverso un forte rilancio della contrattazione collettiva .

Per quanto riguarda il livello macro, la recente vicenda della riforma del mercato del lavoro ci ha insegnato come neppure un governo di tecnici sia in grado di elaborare un testo normativo in materia di lavoro senza confrontarsi con i problemi reali del mondo produttivo, che possono essere rappresentati soltanto dai soggetti che con quei problemi fanno i conti quotidianamente, riportando così sulla terra gli astratti modelli economici. Ma è soprattutto sul fronte della contrattazione collettiva che il sindacato si gioca, oggi, la propria credibilità ed il proprio futuro, perché nessuna riforma introdotta per legge può essere più efficace di un contratto collettivo, nel quale si esprime un punto di equilibrio non imposto dall’alto, ma liberamente concordato dalle parti.

Dunque, invece di chiedere al sindacato di farsi da parte, sarebbe più utile incalzarlo a fare di più, a ritrovare l’orgoglio della propria storia e della propria funzione originaria, che non è quella di fare lobbying, ma di sedersi attorno ad un tavolo per definire un quadro condiviso di regole ed obbiettivi che favoriscano la crescita e incrementino la quantità e la qualità del lavoro. La contrattazione collettiva deve tornare al centro del sistema, ma secondo una nuova architettura che sposti il baricentro verso la periferia, dentro alle imprese, dove si deve tornare a produrre ricchezza e benessere. Occorre che dagli stessi sindacati venga la richiesta forte di ristrutturare le aziende, ma non nel significato di mutilarsi per ridurre i costi di produzione, ma di riorganizzarsi per produrre più valore aggiunto.

Per fare questo occorre un sindacato che sappia promuovere la partecipazione dei lavoratori al destino dell’impresa, archiviando la stagione dell’intoccabilità del contratto nazionale e dell’invariabilità della retribuzione. Occorre che, dopo anni in cui di flessibilità si è parlato solo a proposito di licenziamenti e di lavori precari, il sindacato si faccia promotore di un nuovo concetto di flessibilità, affrontando i temi della mobilità, della formazione, della professionalità, della retribuzione variabile, dei percorsi di carriera e della partecipazione. Un sindacato che sappia valorizzare la complessità e la ricchezza del lavoro non è soltanto utile, ma è sempre più necessario in un mondo in cui si deve porre rimedio all’illusione che la crescita economica potesse essere una variabile indipendente dal benessere di chi lavora.

              

di Carlo Lottieri,
Direttore del dipartimento Teoria Politica dell'Istituto Bruno Leoni



Nel diciannovesimo secolo, le società di mutuo soccorso erano associazioni previdenziali e assistenziali del tutto private (e ben funzionanti) che – al di là dei proclami ideologici – si muovevano all’interno del mercato. Ai suoi primi passi, il sindacalismo era basato in larga misura su relazioni volontarie. Oggi, però, tutto è mutato e i moderni sindacati derivano gran parte del loro potere dall’esproprio del diritto del lavoratore a decidere sul suo contratto lavorativo. In troppe circostanze la negoziazione è valida erga omnes, ossia essa è estesa anche a quanti non sono iscritti alle organizzazioni firmatarie, che però sono obbligati ad accettare la volontà altrui. Riesce difficile giustificare il persistere di una tale situazione. Se gli accordi siglati dalle organizzazioni sindacali fossero vantaggiosi, non vi sarebbe bisogno d’imporli ai non iscritti, dato che ben pochi rinuncerebbero al versamento della quota di iscrizione in cambio dei benefici derivanti. Se fossero persuasi dell’utilità dell’azione condotta da chi intende rappresentarli, i lavoratori si rivolgerebbero autonomamente ai sindacati, delegandoli a firmare per loro. Ma le cose non stanno così e questo spiega, almeno in parte, anche il discredito che circonda tali organizzazioni. In questo senso, è ormai giunto il momento di comprendere come solo la piena libertà contrattuale possa tutelare i lavoratori, mentre il “monopolio” della negoziazione imposto dalla Triplice e dalla sua controparte confindustriale difende primariamente gli interessi delle strutture sindacali.

La situazione attuale discende da interessi ben precisi, ma c’è anche dell’altro. In particolare, alla base del corporativismo c’è un argomento assai insidioso e largamente accettato, secondo il quale un accordo volontario (uno scambio, un contratto) è equo solo tra persone che siano più o meno – qualsiasi cosa ciò significhi – nelle medesime condizioni. E poiché si presume che il datore di lavoro sia ricco e il dipendente sia povero, lasciare che il contratto discenda da questa intesa spontanea vorrebbe dire consegnare un agnello nelle fauci di un lupo. A me pare che tale ragionamento – identificato con la formula del cosiddetto “potere di mercato” – faccia acqua. Se le cose fossero così ogni scambio andrebbe evitato, perché quando compro un’autovettura Peugeot sono certo più povero dei titolari dell’azienda e lo stesso discorso vale per la carne acquistata in un supermercato Wal-Mart. Ma quando mi rivolgo a un negoziante non m’interessa sapere quanti soldi possiede: mi basta vedere cosa mi offre e quanto domanda in cambio. Se questo è il senso dello scambio, non c’è motivo di pensare che le cose siano diverse nei contratti di lavoro.

In alcuni suoi scritti fondamentali Bruno Leoni ha esaminato i “conflitti” tra lavoratori e impresa (gli scioperi, in particolare) sottolineando come anche in quel caso sia tutt’altro che scontata l’idea che l’azienda sia in una posizione di forza. È vero che un imprenditore, nel mezzo di una vertenza, non teme di perdere quel reddito di base che permette di dar da mangiare ai figli, mentre un operaio è in quella situazione. Ma il padrone può egualmente essere debole, e pronto a cedere, perché nutre l’ambizione di vincere la concorrenza e portare la propria attività ai vertici del settore. Se gli uomini fossero determinati da bisogni elementari, l’argomento anti-mercato sarebbe più solido, ma siccome l’uomo è mosso da desideri assai diversi le cose non stanno come si crede. Gli economisti parlano di “preferenze soggettive” proprio a indicare che non è possibile muovere da una rappresentazione standard di cosa è l’uomo e cosa vuole. Le tesi avverse alla libertà negoziale, allora, non sono smentite soltanto dai dati empirici sui Paesi più ricchi e avanzati, dove l’autonomia negoziale è meglio rispettata. Vi sono anche ottimi argomenti di ordine morale ed economico che dovrebbero indurci a restituire a ogni lavoratore la facoltà di prendere in mano la propria esistenza.


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