Smetto quando voglio. Il dating online e altre dipendenze

Di Monica Piccini
·14 minuto per la lettura
Photo credit: VioletaStoimenova - Getty Images
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Chiusi in casa, con poche distrazioni e interminabili ore davanti al computer: nell’ultimo anno le app d’incontri online hanno messo il turbo (1,5 milioni di iscritti in più solo negli Stati Uniti, la loro patria). In un catalogo infinito di foto, compatibilità e punti di forza (il più attuale e rassicurante? «Vaccinazione fatta»), c’è il rischio di diventarne addicted maledicendo il giorno che ti ho swippato!

«All’inizio adoravo Tinder. Anche se mi facevano 300 volte la stessa battuta, ero contenta di ricevere tutti quei match, tutti quei like, tutti quegli swipe (il gesto con cui si fanno scorrere i profili a sinistra o a destra sullo schermo per comunicare “non mi piaci“ e “sì, ok”). Era come se mi facessero una dose di narcisismo in vena», racconta la giornalista Judith Duportail, autrice di L’amore ai tempi di Tinder (Fabbri). «Secondo uno studio condotto dall’Università di Amsterdam, la ragione principale per cui gli uomini scaricano le app d’incontri è cercare un rapporto sessuale, mentre per le donne il tentativo è migliorare la propria autostima». Peccato che con il tempo l’immagine di sé sorridente e avventurosa diminuisca fino a diventare disillusione, frustrazione, persino depressione. «Succede perché il business delle dating app è farti rimanere incollata attraverso una gratificazione che crea dipendenza.

Photo credit: Gerd Altmann da Pixabay
Photo credit: Gerd Altmann da Pixabay

Tradotto: l’incontro giusto? Potrebbe essere il prossimo! Ritenta», spiega Marvi Santamaria, autrice 33enne del libro Tinder&the City (Alcatraz), con all’attivo oltre 400 match e un fidanzamento di un anno. Come social media manager ha fondato la community Match & the City, prima a condividere online gioie e dolori della Tinder Generation italiana (l’app è nata negli Usa nove anni fa). La sua storia è comune a quella di moltissimi dater: il supermarket degli appuntamenti tra sconosciuti prima incuriosisce, poi eccita, infine sfianca. E nel mezzo, per non sbandare sotto i colpi del ghosting (quando l’altro scompare) o delle dickpick (foto di dettagli anatomici non richieste) devi avere sangue freddo da vendere. Come per gli step di una dipendenza in piena regola, il suo libro è diviso nei capitoli: La grande giostra del sesso, La sindrome dell’abbandono, Caffè corretto con cinismo. «All’inizio mi svegliavo prima al mattino per leggere il prosieguo delle chat lasciate in sospeso la notte prima. Incastravo gli appuntamenti peggio di un dentista. Questo per tre anni». E poi? «Sono arrivata a saturazione, stanca delle delusioni, dovute non solo a incontri con uomini già impegnati, stalker o interessati solo al sesso, ma anche alle mie aspettative sbilanciate. C’è stata infatti una fase in cui mi aggrappavo al primo che capitava vivendo ogni appuntamento con la speranza, mai ammessa neanche a me stessa, che potesse cercarmi qualche altra volta dopo la prima. Per quanto somigli a un joystick, negli incontri online si gioca con materiale infiammabile, le fragilità di ognuno di noi». Per evitare la compulsione da dating app meglio quindi esser realisti – per non dire cinici – piuttosto che romantici?

«Io sono per andare dritto al sodo: incontrarsi di persona dopo poche battute in chat», racconta Cristina Portolano, 34 anni, che sul tema ha pubblicato la grafic novel Non so chi sei (Rizzoli Lizard), storia di una ragazza che al termine di una relazione di 5 anni con una donna s’iscrive alle dating app per conoscere uomini infrangendo un grande tabù: «Anche le donne si vogliono divertire con il sesso più o meno occasionale». I suoi disegni sono realistici, niente muscoli e molti peli («Puoi trovare la bellezza anche in un hotel di periferia con uno sconosciuto sudato»), al pari del suo approccio al rimorchio online: il suo alter ego a fumetti vuol essere soddisfatta oltre che soddisfare, cosa che spesso mette a disagio gli uomini. Al termine di una girandola d’incontri, per l’autrice l’amore si è inaspettatamente palesato «dopo due anni di disintossicazione dalle app quando, finito di presentare il libro, ho reinstallato l’applicazione cancellata. Il ragazzo con cui sto da quattro anni l’ho conosciuto così. L’amore arriva quando sei pronto, app o non app».

Davanti alla disaffezione degli utenti, gli algoritmi degli incontri digitali preparano la controffensiva. Dopo i match combinati da una persona in carne e ossa come per l’app francese Once, anche Facebook ha lanciato la sua piattaforma dating in cui si può manifestare il proprio interesse per qualcuno che fa già parte degli amici Facebook. Per un corteggiamento a partire da interessi comuni, non più solo da qualche foto e breve bio (un po’ poco per far scattare l’alchimia) e maggiore sicurezza sul controllo dell’identità. «Una relazione su tre oggi nasce online. Le app d’incontri sono uno strumento che se usato con consapevolezza permette infinite possibilità in tempi che se si lasciasse fare alla vita ci vorrebbero anni», dice Amalia Prunotto, psicoterapeuta, ideatrice della raccolta Amori 4.0 (Alpes) con i contributi di psicologi che lavorano su scala nazionale. Tra i suoi pazienti in carne e ossa ci sono per lo più uomini, alcuni avanti con gli anni, in cerca di una seconda chance, altri giovani e impacciati, quasi nessuno a caccia di “compatibilità” per collezionare one stand night, una botta e via, come invece se ne trovano a bizzeffe online. Ma in quel caso forse non vanno in psicoterapia e gli interessa poco indagare l’inconscio che ci spinge verso un partner invece che un altro. «Dopo le sbornie di letto, gli over 45 hanno voglia d’incontrare una compagna che sappia ascoltare, con cui condividere eventualmente anche tutta la vita».

In linea con il sito Statista, per cui il 49 per cento degli utenti americani di dating app spera di trovare un partner romantico ed esclusivo, rispetto al 23 per cento che cerca avventure di una notte. Si comincia con Meetic, si passa all’altare e si finisce tra diciassette anni, nel 2037, con la metà dei bambini concepita da coppie conosciute in rete, come prevede una ricerca della Business school dell’Imperial College di Londra, commissionata da un sito di incontri inglese. «Forse è per questo che ho incontrato quello che poi è diventato mio marito su Badoo a 43 anni, e come a me è successo anche ad altre mie quattro amiche», racconta Vanessa, impiegata delle Poste a Roma in attesa di una bambina. Il suo lui si era appena trasferito per lavoro in città, e cercava incontri online non necessariamente per un esperimento tra le lenzuola. «Sapevamo entrambi come comportarci con l’altro sesso per aver fatto prima pratica nel mondo reale. Ritrovarsi a letto tra estranei infatti può essere una situazione davvero tragicomica».

Il problema del corteggiamento live è infatti di stretta attualità per quei ragazzi della Generazione Z che sono nati con gli smartphone, abituati a procacciarsi via app dalla pizza a un appuntamento tra anime forse gemelle. Per loro, ma anche per chi negli ultimi anni ha optato per un drastico dating detox (troppa scelta, bugie, molestie e rifiuti da parte di estranei!) sono nati libri come The offline dating method, in cui l’americana Camille Virginia dà consigli per riuscire ad attrarre un partner lontano da uno schermo, per quando torneremo ad abbracciare anche gli estranei. Al vecchio caro bancone del bar o durante il corso di tango consigliato dagli amici accompagnati. I suoi consigli, che dispensa anche in un master a pagamento, includono tra gli altri l’indossare vestiti o accessori originali che invitino alla conversazione (e all’accessibilità), tenere la bocca leggermente aperta per eliminare l’espressione “da antipatica a riposo”, oppure usare gli AirPod con una cuffia spenta per vedere quali opportunità si aprono intorno a noi.

Dipendenze: le testimonianze

Storia di Rachele, 47 anni: come ho smesso di essere un'adultera seriale

«Per anni è stato più forte di me. La mia psicologa diceva che giocavo su più tavoli – neanche fossi una pokerista – per un motivo preciso: la paura dell’abbandono. Se infatti mi avesse lasciato uno dei “miei” due uomini (non sono andata oltre il triangolo) l’altro sarebbe comunque rimasto. Diceva anche che amare due uomini è come non amare nessuno. Può darsi. Ogni tanto qualche mia amica, che mi sa esperta nel campo, si lascia sfuggire dubbi come “si può voler stare con due persone contemporaneamente?”. La guardo e dico: “Non l’ho ancora capito, però se aspetti qualche anno il prossimo tabù che cade è la monogamia”. Lo so perché m’informo. In una città del Massachusetts (segnatevi il nome: Somerville) più partner consensuali possono stare insieme con i diritti del caso, dal beneficio dell’assicurazione sanitaria alla visita in ospedale in caso di malattia. Nel frattempo però io ho smesso di azzardare bugie, omissioni, doppiezze. Non fanno per me, mi si legge in faccia quando mento (se ricevo un sms inopportuno non so dissimulare) e francamente per tradire ci vuole il fisico e una certa sfrontatezza emotiva. Invece per me l’amore è ancora qualcosa da trattare con cura. Al momento sono sola da poche settimane, ma quando mi domando “esisterà un uomo che non vorrò tradire?” rispondo di sì. Bisogna solo crederci e non accontentarsi finché non arriva. L’amore per me (adesso, eh?) merita almeno questo coraggio».

Storia di Lisa, 44 anni: come ho sconfitto l'ossessione delle news

«Da sei mesi ho smesso di controllare di continuo il cellulare e di guardare la tv, soprattutto le notizie dell’ultim’ora. Non è stato facile perché vivendo da sola mi faceva compagnia, una voce amica prima di andare a dormire la sera. Spesso però mi addormentavo sul divano e poi a metà nottata non avevo più sonno. Ho disdetto i canali all news e ho tenuto l’abbonamento Netflix che ora guardo a dosi omeopatiche, dieci minuti al giorno. Preferisco leggere. La dipendenza è scoppiata a inizio lockdown quando, in mancanza d’impegni fuori casa, la giornata ha cominciato a ruotare intorno alle notifiche del cellulare e all’appuntamento delle 18 quando in tv snocciolavano i numeri della pandemia
È lì che mi sono accorta che l’informazione è diventata una merce al pari di altre: per tenerti “agganciato” i titoli dei telegiornali e degli aggiornamenti on line devono essere iperbolici, meglio se in negativo. È come il clickbating per i social (titoli a effetto che non corrispondono al contenuto) per cui “se il servizio è gratis, il prodotto sei tu”, come insegna il film Social dilemma sulle confessioni dei fondatori delle Big Tech californiane. Anche no, grazie!».

Storia di Silvia, 37 anni: come ho detto basta alla vita da single

«Sono andata via di casa presto, a 21 anni, trovando lavoro in una multinazionale. Sono un'ingegnere edile, meticolosa e ligia alle regole, di quelle che con il Dpcm vanno a fare la spesa una sola volta a settimana. Per seguire il lavoro mi sono lasciata alla spalle famiglia, amici, amori. La mia unica certezza in questi anni è stata la mia casa comprata con anni di stipendi, una specie di nido in stile tatami giapponese non solo per le dimensioni, 35 metri quadri, ma anche per le pareti di carta di riso a scomparsa con cui l’ho ristrutturata esattamente come volevo. Poco importava che il bagno fosse metà della casa, bagno in cui non ho mai voluto che qualcuno lasciasse anche solo lo spazzolino. Poi a marzo scorso, con l’idea di passare tanto tempo in auto isolamento ho deciso di tornare dai miei genitori in una villa vicino al mare. Pensavo non fossi più abituata a convivere e invece mi sono lasciata coccolare dalle attenzioni dei miei. Potevo rilassarmi, tanto non c’era molto altro da fare. Passavo le sere a chattare con un mio ex compagno di università con cui siamo rimasti amici, raccontandoci le reciproche storie d’amore appena finite. Con i giorni però ci siamo scoperti innamorati e appena possibile mi ha invitato ad andare da lui in un borgo antico qua vicino. Casa sua è su tre piani, io per lavorare mi “appollaio” nel sottotetto, mi sento sicura come in una cuccia, ma al piano di sotto c’è lui. A maggio ci sposiamo».

Storia di Marina, 48 anni: così ho imparato a vivere senza agenda

«Nonostante svolga un lavoro complesso da direttore creativo grandi eventi (coordino team di lavoro e progetti sempre diversi), ho smesso di arginare il mio disordine cronico segnandomi tutti gli impegni in agenda. L'ho accettato anzi come un super potere: il disordine allena la memoria. Da sempre sono infatti capace di tenere a mente compleanni, bollette in scadenza, consegne improrogabili senza perdere un colpo e senza fogli Excel alla mano. Qualche anno fa ho anche comprato Il magico potere del riordino di Marie Kondo, convinta a mettere ordine nell’armadio di casa ma anche nel mio modo caotico di pensare. Mi ci aveva fatto pensare il mio ex compagno ossessivo compulsivo, che tutti i giorni si segnava la lista di cose da fare cancellandole poi con una riga. Se malauguratamente non le portava a compimento, le ricopiava poi sull’agenda dell’anno nuovo. Ma questo è niente, con il tempo ha cominciato a deridermi se ritardavo a pagare una multa (sì, è capitato, ma mai con la mora) o per il numero di icone sul mio desktop. Narciso com’era, non tollerava niente di me, perché diversa da lui. Così quando ci siamo lasciati ho smesso anche con l’idea che per essere affidabili e capaci bisogna servirsi di una Moleskin o un Calendar. E ho dato libero sfogo al casino mnemonico».

Storia di Alice, 23 anni: quando ho capito che potevo rinunciare alla macchina

«Quando oggi pedalo sui sanpietrini del centro storico di Roma mi stupisco sia la stessa città dove sono nata e cresciuta in un quartiere periferico e pieno di verde. L’anno scorso, con una laurea in Fisica, mi sono trasferita a Londra per un master da 40.000 euro all’anno (grazie al finanziamento di una banca italiana), assunta in tempi record poco prima che scoppiasse la pandemia. Così con il primo lockdown mi sono ritrovata a poter tornare nella mia città con un lavoro ben pagato in smart working. A 23 anni non devo più chiedere soldi ai miei (non vedevo l’ora!). Così, invece di tornare in famiglia, ho preso in affitto una casa vicino Ponte Sisto dove in bicicletta riesco a raggiungere posti anche molto distanti, percorrendo la pista ciclabile sulla banchina del Tevere.

Photo credit: Michel Gaida per Pixabay
Photo credit: Michel Gaida per Pixabay

«L’ho scelta con le ruote a prova di buche e con un grande cesto davanti per la spesa. L’auto non solo non mi serve più, ma sarebbe anche un problema per i varchi Ztl e la mia disabitudine a guidare con il coltello tra i denti. Nella vita romana di prima era impossibile non possedere l’auto, tutti in famiglia ne avevamo una. A 18 anni ne ho voluta una anch’io. Poi però non sopportavo il traffico, prendevo multe su multe e i soldi che avanzavano dalla paghetta se ne andavano in benzina. Prima di partire per Londra l’ho rottamata. Con quello che risparmio per bolli e assicurazione ora ci ripago il prestito della banca e mi sento libera dall’ansia di controllare continuamente lo specchietto retrovisore, tipico delle persone ansiose come me».

Storia di Francesca, come mi sono liberata dalla dipendenza dalla bilancia

«Ho passato anni a misurare il mio valore con un numero. La prima volta che ho fatto una dieta pesavo 60 chili e volevo vedere il cinque, 59…58…57. Potevo prendere (come accadeva) tutti trenta all’università e avere un fidanzato che mi ricambiava, ma se la cifra che vedevo lampeggiare sulla bilancia non mi piaceva, uscivo dal bagno con l’umore nero. E tutta la giornata di conseguenza. Quando mi sentivo particolarmente giù mi pesavo anche più volte al giorno: “vediamo cosa dice la bilancia!?”. Se il responso era quello che non mi aspettavo pensavo “sarà sbagliato”, altrimenti “yuppi, vedi che vado bene?”. Come con gli oroscopi! Non mi passava minimamente per la testa che avrei potuto fare quel che volevo (il mio tabù, un vestito smanicato) qualunque peso avessi, senza dover rimandare la mia vita a data da definirsi. Mi ha salvato l’umorismo, la capacità di vedere il lato buffo delle situazioni, come quando prima di pesarmi mi toglievo gli occhiali o facevo pipì per liberarmi... dal peso in eccesso. Quando ho smesso di fissarmi i piedi e ho cominciato a guardarmi intorno ho trovato in rete il profilo di Elisa De Meo, una coach che in passato ha collaborato con il ministero della Salute per un progetto sui disturbi del comportamento alimentare e che ora aiuta le donne a fare pace con il proprio corpo (e con la bilancia). Sulla sua pagina Fb scrive cose come “Tutti i motivi meno 1 per cui è "giusto" che tu dimagrisca”. (Soluzione: quello che non ci sta è se vuoi dimagrire perché così non ti senti abbastanza).