Soldi e soldati verso il confine polacco, ma la crisi non aspetta l'Ue

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(Photo: LEONID SHCHEGLOV via Getty Images)
(Photo: LEONID SHCHEGLOV via Getty Images)

“Dobbiamo imparare dagli errori del passato. Le iniziative del passato erano più ambiziose e non abbiamo raggiunto risultati. All’epoca della guerra in Jugoslavia si parlava di una forza militare europea di 60mila soldati. Ora parliamo di una capacità ridotta a 5mila…”. Anche per questo oggi Josep Borrell è più ottimista rispetto a ieri sul progetto di difesa comune europea, da sempre il più teorico dei dibattiti tra gli Stati Ue. Dispiegamento ridotto, forza “non in competizione con la Nato”. Anzi, precisa l’Alto rappresentante Ue dopo il consiglio dei ministri della Difesa a Bruxelles, “non c’è alternativa alla Nato come difesa europea”. Insomma intervento minimo, si può fare. Eppure bisogna aspettare il consiglio europeo di marzo, quando i leader dovrebbero dare il loro ok. Ma la crisi al confine tra Polonia e Bielorussa, che secondo Borrell è un “perfetto esempio di attacco ibrido che richiederebbe una forza europea”, non aspetta i tempi di Bruxelles.

Oggi si è compiuto un altro atto di questa tragica storia. Le forze dell’ordine polacche hanno respinto i migranti usando gli idranti, che non è cosa da poco a quelle latitudini, con temperature sotto lo zero già in questa stagione. Le autorità di Varsavia si giustificano dicendo che hanno dovuto rispondere a dei lanci di pietre da parte dei disperati bloccati alla frontiera. Pare siano ormai 3-4 mila, senza che si facciano molti progressi sulla via dei rimpatri. Anzi, tra i migranti c’è chi accusa i soldati bielorussi: “Picchiano e fermano chi tra noi vuole tornare a Minsk”, racconta al telefono con l’agenzia Dire un profugo iracheno bloccato tra i boschi lungo il confine orientale della Polonia.

Questa è la realtà, mentre a Bruxelles i 27 ministri della Difesa parlano senza sosta (ieri la cena, oggi il pranzo tra le carte di lavoro) del cosiddetto ‘strategic compass’, il progetto di difesa comune che pur lentamente sembra comunque prendere corpo. Borrell giura che ormai la creazione di una forza di intervento europea è accettata, se non incoraggiata dagli Usa. “Non è in competizione” con l’Alleanza Atlantica, ma “complementare”, con l’ambizione di costruire una “politica di difesa e sicurezza comune da usare da sola quando necessario e insieme quando possibile”.

In effetti, come dice l’Alto rappresentante, si parla di numeri piccoli, “moduli in grado di intervenire per far tornare a casa cittadini europei bloccati all’estero o in calamità oppure per situazioni come quella al confine tra Polonia e Bielorussia”, situazioni “dove tutto diventa arma”, a riprova del fatto che “la distinzione classica tra guerra e pace è ormai venuta meno, il mondo è pieno di questi attacchi ibridi che non sono bianco o nero, ma grigi”.

Il punto è che, nonostante oggi a Bruxelles si sia compiuto un altro piccolo passo verso la realizzazione di quella che per tanto tempo è stata una chimera europea, bisogna aspettare. “Adesso non ce l’abbiamo una forza che possa intervenire al confine orientale”, dice Borrell per sottolineare la necessità di decidere “velocemente” per poter “agire”. Ma l’Alto rappresentante sorvola sul fatto che finora una delle difficoltà alla frontiera tra Polonia e Bielorussia è stato imporre una presenza europea. Varsavia non ha chiesto l’intervento di Frontex o di Europol, proprio per poter respingere i migranti liberamente, anche quelli che sono riusciti a entrare in territorio polacco e che, di regola, sarebbero in diritto di presentare domanda d’asilo. Sono stati arrestati e riaccompagnati fuori. Un domani, Varsavia accetterebbe una forza europea per gestire la crisi? Chissà.

Intanto è ancora scambio di accuse con la Bielorussia. Secondo Minsk è la Polonia che produce un’escalation della crisi. Finora le tensioni al confine hanno obbligato Bruxelles a sospendere le ostilità con Varsavia sulle violazioni dello stato di diritto. Il governo polacco ha incassato inediti attestati di solidarietà europea, oltre che l’assegnazione di ulteriori 25 milioni di fondi comunitari per la gestione delle frontiere. “Ma non per il muro”, puntualizzano dalla Commissione, pur sapendo che Varsavia ne avvierà i lavori a dicembre: con fondi nazionali, per quanto se ne sa finora.

Contro i ‘muri’ parla anche il Papa, ma nemmeno lui, massima autorità della Chiesa cattolica che un tempo aveva un canale preferenziale con la Polonia, riesce a incidere. “La storia in questi ultimi decenni - dice il Pontefice - ha dato segni di un ritorno al passato: i conflitti si riaccendono in diverse parti del mondo, nazionalismi e populismi si riaffacciano a diverse latitudini, la costruzione di muri e il ritorno dei migranti in luoghi non sicuri appaiono come l’unica soluzione di cui i governi siano capaci per gestire la mobilità umana. In questi quaranta anni e in questo deserto, tuttavia ci sono stati segni di speranza che ci permettono di poter sognare di camminare insieme come un popolo nuovo verso un noi sempre più grande”.

Sui luoghi della crisi oggi si reca anche il sottosegretario agli Affari Europei Enzo Amendola, che incontra Svetlana Tikhanovskaya, leader dell’opposizione bielorussa in esilio in Lituania: “La sua battaglia per la Bielorussia si fonda su libertà e democrazia, valori che da europei condividiamo a pieno”, dice su twitter.

A sera una piccola schiarita. Minsk si dice pronta a ospitare i migranti in un centro a 1,5 km dal confine con la Polonia, vicino il checkpoint Bruzgi. Almeno ci saranno coperte, cibo e un po’ di calore.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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