Solo gli ingenui cercano un filo d’Arianna in Mulholland Drive. Lynch è un’illusionista

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Mulholland drive (Photo: cineteca)
Mulholland drive (Photo: cineteca)

Pensate che il noir circolare lo abbia inventato Tarantino con “Pulp Fiction” ? Ancora per una giornata è in sala un film pioniere della formula e uno dei massimi cult di Sua Maestà David Lynch, “Mulholland Drive”, distribuito per iniziativa della Cineteca di Bologna nella versione restaurata in 4K dai produttori originali francesi di StudioCanal. A vent’anni dal premio a Cannes, il tenebroso labirinto costruito da Lynch per una serie televisiva mai realizzata è uno dei soli due titoli degli anni Duemila accolti nella classifica dei cento migliori film di sempre stilata ogni dieci anni dalla rivista ‘ Sight & Sound’. Il clamoroso flop al box office – 7 milioni di dollari incassati negli Usa, 13 nel resto del mondo – è una ragione in più per riscoprirlo.

Per anni e anni ho provato a sottoporre a Lynch, senza speranza, le mie personali soluzioni agli enigmi che ha disseminato in questo come in quasi tutti i suoi lavori. Mi ha sempre risposto con quel suo sorrisino plasmato dalla Meditazione Trascendentale, che pratica da un’eternità. La mia conclusione è che l’adesione fisica a quello che ti propone è più affidabile degli esercizi cerebrali. “Mulholland Drive” è un film materico.

Quel budello di strada che serpeggia sulle colline di Los Angeles e che dà il titolo al film è un cordone ombelicale, l’oscurità è un grembo, come quegli inconfondibili interni da Fifties concepiti per soffocare, qui come in “Blue Velvet” e in “Cuore selvaggio”. La luce del giorno serve solo a illuminare gli incubi. Le musiche di Angelo Badalamenti, inseparabile da Lynch fin da “Twin Peaks”, ti lasciano addosso sedimenti durevoli. E a proposito, il compositore ha uno spassoso cameo nel film: è il Fratello Castigliani protagonista della gag surreale a base di Espresso e tovagliolo.

Dunque: lasciarsi risucchiare nel magma e non chiedere. Non pretendere di capire se è vero che il Male si annida dietro i soliti tendaggi scarlatti tanto cari al regista o nelle cavità misteriose che solo le chiavi blu possono aprire. Le istruzioni per l’uso del film Lynch le piazza all’inizio. Uscita da un grave incidente, Laura Harring è una fuggiasca senza memoria, una tabula rasa che si immerge nel buio, come l’Autore incoraggia lo spettatore a fare. Esistono, sì, i cartelli stradali, le indigene del Sunset Boulevard sono repliche spettrali della Gloria Swanson di Wilder, ma quella di Lynch è una mappa dell’inconscio, che contagia e contamina. Naomi Watts, talento rivelato proprio da questo film, arriva come Alice in Wonderland e scenderà nell’abisso.

Lynch lavora sulle convenzioni di genere: l’ingenua e la dark lady, il malloppo, i gangster finanziatori di cinema e i killer. E quelle più complesse: travestimento e identità sdoppiate (come in “Vertigo- La donna che visse due volte” ), sessualità fuori norma. Convenzioni però in versione straniata: Hollywood è il mondo del non-reale. Va rilevato che erotismo e autoerotismo lesbo senza veli (chapeau al coraggio delle attrici) nel remoto 2001 erano tutt’altro che consueti.

La trama nera, gli spunti mélo, quei prodigiosi siparietti canori vintage che se non rivedi il film rischi di dimenticare, tutto in fondo è un pretesto per farti perdere nel labirinto. Solo gli ingenui cercano un filo d’Arianna. Lynch è un’illusionista: se guardi le mani ti sfugge il gioco. E il gioco è ritrovare, alla fine, il principio. Come per dire che i dadi sono truccati, e ti rimandano sempre alla casella di partenza.

Il “cuore di tenebra” di Conrad non era l’oscurità del fiume Congo, era il lindo Belgio colonialista. Il cuore di tenebra di Lynch è sotto il sole abbagliante della California, tra palme e piscine, nei sorrisi sinistri dei vecchietti più innocui. Infatti per produrre i suoi film, già allora, bussava all’Europa. Gli incubi più spaventosi sono quelli che fai ad occhi aperti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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