Somalia, scontri al confine con il Kenya: vittime e sfollati

Dozzine di residenti della provincia di Mandera al confine fra Kenya e Somalia stanno abbandonando le proprie case in fiamme a seguito degli scontri fra le artiglierie delle forze armate federali, Somalia National Army, e le forze dello Stato del Jubaland, “provincia” autonoma da Mogadiscio che amministra il capoluogo Kisimaio con una giunta trasversale inclusiva degli ex Al Shabab, i terroristi somali di Al Qaeda.  

A sottolineare come gli accordi con Talebani e Qaedisti (oggi sul tavolo dei negoziatori in Afghanistan) non abbiano solide basi, oggi scontri feroci nella regione a cavallo fra Kenya e Somalia che è stata teatro di battaglie fra il nuovo contingente di 700 soldati insediato a Mandera da Mogadiscio, con finanziamento europeo e supporto della Unione Africana, e le forze del governo locale che controllano le regioni più meridionali della Somalia in un delicato equilibrio sia con Al Shabab che con le Milizie indipendenti di Ras Kamboni (la città dove Osama Bin Laden fondo la prima cellula di Al Qaeda). In gioco c’è il controllo dei confini con il Kenya, della fertilissima “Mesopotamia africana” sita fra i fiumi giuba e Shabelle ed il porto di Kisimaio, strategico hub dei mercati neri di avorio, carbone vegetale (illegalmente prodotto incendiando la foresta), chat (la druga dei Somali), armi e schiave che vengono vendute alla vicina Arabia Saudita.  

La ricchissima regione del Jubaland e le sue acque territoriali sono anche contese fra Somalia e Kenya per la recente scoperta di uno dei più importanti giacimenti di petrolio al mondo. Questa mattina, come ha potuto documentare con videoriprese e rilievi ufficiali Mario Scaramella, docente della Università del South West e consulente delle autorità federali, le forze locali hanno attaccato con artiglieria pesante l’esercito nazionale causando un numero al momento non precisato di vittime.  

Solo con l’invio di rinforzi da altre basi dell’esercito federale da Doolow, la Sna ha vinto la battaglia che prelude ad ulteriori scontri non solo politici fra Kisimaio e Mogadiscio. I membri del parlamento originari della regione hanno chiesto l’intervento del governo e degli osservatori internazionali. Il Jubaland è anche la regione dove la cooperante italiana è stata inizialmente detenuta dopo il rapimento avvenuto in Kenya nel novembre 2018’ per essere poi trasferita dai guerriglieri di Al Qaeda in altre zone della Somalia dove ancora si troverebbe prigioniera insieme ad altri otto ostaggi di diverse nazionalità.  

“La situazione di guerra civile in una regione già martoriata dal terrorismo, dalla criminalità organizzata, dalla pirateria marittima e dalla carestia appare gravissima. Siamo di fronte a una emergenza non solo militare e politica ma anche umanitaria, a farne le spese sono anche i civili inermi già stremati dalla povertà", ha dichiarato Scaramella. 

“Quanto al nostro lavoro a supporto delle autorità federali come la Procura Generale e l’Alta Corte di giustizia nell’ambito delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è evidente che il teatro somalo delle attività, nel Galmudug, nel South West come nel Jubaland, è sempre un campo di battaglia ed ogni ricerca e’ complicata dai profili di sicurezza”.