Somiglianze e differenze tra l'epidemia da coronavirus e Chernobyl

Marco gritti

L'epidemia da coronavirus come il disastro nucleare di Chernobyl, la Cina come l'Unione Sovietica: nelle ultime settimane, prima ancora che l'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) definisse "emergenza globale" la polmonite da virus 2019-nCoV, via web hanno cominciato a circolare parallelismi tra i due casi.

In particolare sul social network cinese Douban - su cui gli utenti possono scambiarsi opinioni e pubblicare contenuti su film, libri, musica - dove tra i commenti alla serie televisiva statunitense 'Chernobyl', prodotta da HBO lo scorso anno, sono comparsi primi paragoni: "Wuhan e Chernobyl, quanto sono simili", ha scritto un utente.

"Spero che i cinesi possano imparare qualcosa da quanto accade", ha aggiunto un altro, facendo notare le somiglianze tra quanto accaduto nelle prime ore del mattino del 26 aprile 1986 nella cittadina ucraina e la diffusione del nuovo coronavirus di Wuhan.

Il ritardo nella comunicazione

Nonostante la gravità della situazione, le autorità sovietiche inizialmente negarono che fosse capitato un incidente nucleare, salvo poi tornare sui propri passi e riconoscere, in un secondo momento, l'effettiva esplosione del reattore numero 4 dell'impianto. L'ammissione, tuttavia, fu accompagnata da rassicurazioni: "La situazione sta migliorando, non e' fuori controllo", disse il primo maggio dell'86 Vitaly Churkin, secondo segretario dell'ambasciata sovietica negli Stati Uniti, parlando di fronte al Congresso americano.

Prima che Mosca offrisse un quadro completo dell'accaduto ci sarebbe voluta una settimana. Ed è proprio la mancanza di trasparenza e di comunicazione, almeno nelle fasi iniziali dell'epidemia da coronavirus, l'accusa principale rivolta a Pechino in queste settimane. Scoperto alla fine di dicembre, quel virus misterioso è rimasto fuori dall'agenda del presidente cinese Xi Jinping fino al 20 gennaio, il giorno del suo primo commento ufficiale sul tema.

In Cina, d'altronde, accadde già nel 2003, ai tempi dell'epidemia di Sars. Quel virus, partito a fine 2002 dalla provincia di Guandong, uccise oltre 800 persone nonostante le iniziali rassicurazioni del governo cinese. "Le cose che possono proteggerci non sono le armi nucleari, le portaerei o gli oggetti che possono atterrare sulla Luna. Le cose che ci proteggono sono il libero flusso di informazioni e notizie e l'indipendenza giudiziaria", si legge in uno dei messaggi online pubblicati dagli utenti cinesi. Una consapevolezza che stenta a contagiare le autorità di Pechino, come testimoniato dal caso del dottor Li Wenliang, il primo a rintracciare il virus (la sua segnalazione risale al pomeriggio del 30 dicembre) ma accusato dalla polizia locale di diffondere notizie false.

Le conseguenze sul piano politico

Ma oltre alle similitudini riguardo a quanto accaduto finora nella gestione delle due emergenze, il disastro di Chernobyl e l'epidemia di coronavirus vengono messe a confronto soprattutto per le potenziali conseguenze in chiave politica: per molti osservatori, l'incidente in Ucraina accelerò il processo di dissoluzione dell'URSS che si sarebbe concretizzato cinque anni più tardi, offrendo all'allora segretario del Partito Comunista Mikhail Gorbachev una formidabile occasione per spingere sull'acceleratore delle riforme della seconda metà degli anni Ottanta, la perestrojka e la glasnost, ovvero la ristrutturazione della politica e la promessa di maggiore trasparenza.

Che cosa bisogna quindi attendersi da Pechino? Secondo il saggista francese Thierry Wolton, che si è occupato del tema sulle pagine di Le Figaro, "in ogni caso ci sarà una Cina pre-coronavirus e una post epidemia": le conseguenze della crisi sanitaria, scrive Wolton, sono destinate anche a coinvolgere la leadership del Paese: consumi e produzione sono in calo, e la crescita economica - il cavallo di battaglia del Partito, frutto soprattutto di commercio estero - patisce la quarantena imposta da buona parte del resto del mondo.

Non tutti la pensano in questo modo: l'opinionista di Bloomberg Clara Ferreira Marques, in un editoriale dall'eloquente titolo 'Wuhan non è la Chernobyl cinese', sottolinea come, nonostante alcune somiglianze, il destino politico e sociale dei due colossi rimanga profondamente diverso: l'Unione Sovietica di metà anni Ottanta continuava a soffrire di stagnazione economica e crescita lenta, mentre Pechino continua a correre, seppur in modo piu' blando rispetto al passato.

Poche settimane prima che scoppiasse l'emergenza coronavirus, l'economista e consigliere del governo cinese Yao Jingyuan aveva reso note le stime del Pil nell'ultimo trimestre dell'anno: una crescita ai minimi da 27 anni a questa parte, ma comunque appena sotto al 6%. Stime che pero' adesso sono destinate ad essere riviste.