"Sono farmacista e non faccio tamponi ai No Vax. Devono capire che senza vaccino si muore"

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Cristina Longhini (Photo: Instagram/Cristina Longhini)
Cristina Longhini (Photo: Instagram/Cristina Longhini)

“Da figlia di vittima mi sentivo dire dai no vax: “Chissà che ci mettono nei vaccini, tra microchip e 5G”. Quanti insulti mi sono presa perché a volte non avevamo posto per fare i tamponi, e i no vax che chiamavano, mi dicevano: “Bastardi, io come faccio ad andare a lavoro? Morite”. Dovevo trattenere la rabbia in quei momenti”. Sono le parole di Cristina Longhini, 39 anni, farmacista di Bergamo, intervistata da HuffPost. È una delle promotrici del comitato “Noi denunceremo” (“verità e giustizia per le vittime del Covid”) ed è consigliera del Movimento italiano farmacisti collaboratori. Un anno fa, ha fatto denuncia contro ignoti per il decesso del padre, Claudio Longhini, morto a 65 anni il 19 marzo 2020 all’ospedale di Bergamo. Cristina, oggi, non ha dimenticato i giorni più bui della malattia di suo padre, e combatte ogni giorno contro chi si rifiuta di vaccinarsi. È difficile non sbottare quando vedi tuo padre trasportato in un carro dell’esercito e fino a 15 giorni prima stava bene”.

Suo padre Claudio si ammala di Covid a marzo 2020. Ha febbre, diarrea, nausea, ma il medico di base dice che è un virus intestinale e gli prescrive un antibiotico per l’intestino e una tachipirina. Dopo una settimana si aggrava, ma secondo il medico bisogna andare avanti con la terapia, mentre l’Ats di Bergamo e il 118 le dicono di poter intervenire solo se l’uomo ha delle crisi respiratorie. Quando finalmente un medico viene a visitarlo, l’11 marzo, suo padre ha 65 di ossigenazione. In quel periodo intubavano con un valore pari a 80. Il tampone risulta positivo. Ha una polmonite interstiziale, ma in terapia intensiva non hanno posti disponibili per lui.

Nel frattempo le condizioni di suo padre si aggravano. “Il 19 marzo alle 5:45 del mattino ci chiamano dall’ospedale per dire che non gli arriva più ossigeno agli organi periferici. Poco dopo è morto”. Di tutta la famiglia, solo Cristina decide di andare nella camera mortuaria. “Ho visto com’era ridotto il suo corpo. Aveva sangue che gli usciva dagli occhi, dal naso, dalla bocca, sangue probabilmente derivante dalle embolie polmonari. Ho stentato a riconoscerlo quando l’ho visto. Questo dovrebbe far capire a tutti i no vax come il virus distrugga completamente l’organismo”. Per la causa penale, che ha intentato un anno fa e che oggi è in stand by, potrebbero volerci anni. Per quella civile ci vogliono da uno a cinque anni. “Spero che qualcuno ammetta le proprie colpe e ci risarcisca”.

Cristina è amareggiata, delusa da uno Stato e da un servizio sanitario nazionale che negli ultimi due anni ha preteso tanto dalla sua categoria, ma ha restituito poco. “Noi farmacisti abbiamo un contratto scaduto - dice -. Siamo sottopagati. E negli ultimi due anni ci hanno oberato di servizi: stampa Green Pass, fai tamponi, fai vaccini. Abbiamo fatto abuso di professione, perché noi non siamo riconosciuti come operatori sanitari a tutti gli effetti. Eppure abbiamo cercato di sopperire alla mancanza di medici in ogni modo”.

Poi racconta: “In farmacia apriamo alle 6.30 del mattino. Le mie colleghe sono sfruttate fino a mezzanotte per fare ogni giorno centinaia di tamponi ai no vax, e la maggior parte di noi, quando li fa, riscontra casi positivi. E non abbiamo nemmeno l’indennità di rischio...viviamo con la costante paura di portare il virus a casa. In più, dobbiamo anche beccarci gli insulti dai no vax. Una volta uno mi chiama e mi dice: “Fate tamponi?”, io ho risposto di no, e lui: “Muori”. E ha riattaccato. Ne usciremo migliori, dicevano, io non credo”.

Una grande responsabilità, secondo Cristina, la ha anche il governo, “che dovrebbe comunicare meglio le informazioni su vaccini e green pass, perché c’è tanta, troppa ignoranza. La gente deve capire che se non si vaccina rischia la vita”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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