Sorrentino: "Ho affidato il mio dolore a un film perché fosse un dolore a metà"

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02/09/2021 Biennale di Venezia, 78 Mostra Internazionale d' Arte Cinematografica, photocall del film E' stata la mano di Dio, nella foto il regista Paolo Sorrentino (Photo: Maria Laura AntonelliMaria Laura Antonelli)
02/09/2021 Biennale di Venezia, 78 Mostra Internazionale d' Arte Cinematografica, photocall del film E' stata la mano di Dio, nella foto il regista Paolo Sorrentino (Photo: Maria Laura AntonelliMaria Laura Antonelli)

17 anni: una fase della vita in cui tutto è sogno. Fabietto (è Filippo Scotti) non ha ancora combinato nulla, non ha neppure una ragazza, zero sesso e gran parte di quello che sa, lo ha appreso dai libri o dalle conversazioni in famiglia sullo sport, la politica e i vari intrighi e speranze degli uni e degli altri. Nonostante questo, però, “è un osservatore naturale, una dote che può accendere una scintilla che ti porta a fare un lavoro di tipo artistico, che è esattamente quello che succede a lui”, ci spiega Paolo Sorrentino parlando del protagonista del suo nuovo film, “È stata la mano di Dio”, presentato oggi, qui, alla alla 78esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

“Le donne che lo circondano - aggiunge il regista Premio Oscar per “La Grande Bellezza” - ma anche suo fratello, suo padre e i pittoreschi parenti diventano così il territorio che inizierà ad alimentare le sue riflessioni personali”. “In ogni caso, l’adolescenza è un’età maledetta: vivi in un limbo, in quel territorio di mezzo tra il bambino che non sei più e l’adulto che non sei ancora. Il tuo rapporto con la realtà è già di per sé complicato e per uno come Fabietto, nel film, diventa ancora peggio perché perde il punto di riferimento dei suoi genitori e non sa come fare per rialzarsi in piedi”.

Al giardino dell’Hotel Excelsior tira un venticello piacevole e c’è un clima disteso. Lui è sorridente, perché è il suo giorno, ma soprattutto il giorno del cinema italiano che con lui e i suoi attori straordinari, Toni Servillo in primis (“il mio fedelissimo, siamo ormai quasi parenti”) ma anche Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Teresa Saponangelo, Betti Pedrazzi e molti altri - parla “napoletano” nell’accezione più bella che quel termine può significare. Un ritorno alle origini, il suo, in quel festival dove tutto ha avuto inizio venti anni fa. Prodotto assieme a Fremantle, uscirà prima nei cinema, il 24 novembre prossimo, e poi su Netflix il 15 dicembre ed è “un film intimo e personale, un romanzo di formazione allegro e doloroso, un film costruito su di me, che parla della mia storia personale con l’intento di far capire ai miei figli perché sono sempre così schivo e silenzioso”.

È vero che lo ha scritto in 48 ore come si dice?

L’ho scritto in pochissimo tempo, è vero. Ci avevo pensato da tempo, quindi scriverlo è stato un processo più semplice.

Nel titolo del film c’è un riscatto di Napoli?

Non mi sono posto questo, perché ho sempre paura a parlare di una città contraddittoria e complessa come lo è Napoli. Più umilmente e banalmente, il film parla di quel periodo che per me e per tanti napoletani come me, è stato meraviglioso. L’avvento di Maradona – perché Maradona appare, non arriva, è stato un qualcosa di mistico – con il suo carisma e il suo modo di essere, è stato un portatore di libertà per la città. Napoli aveva vissuto anni durissimi: c’erano state le guerre di camorra, c’era stato il terremoto e diversi eventi nefasti. Il suo avvento fu liberatorio e Maradona fu un liberatore.

″È stata la mano di Dio” è dichiaratamente autobiografico anche se non ci sono riferimenti evidenti alla sua persona.

È un insieme di racconti di esperienze personali, di racconti inventati e di storie che mi sono state raccontate da altri. Sia nei film come nelle serie che ho fatto, metto alcune cose vere, le camuffo e le nascondo nei personaggi. In The Young Pope c’era ad esempio il gioco delle arance che faceva mia madre e l’ho messo anche in questo film. Lei risolveva i momenti tragici facendo così perché il mondo, all’epoca, era più ingenuo. Si facevano gli scherzi, esistevano gli scherzi telefonici. Ora ci sono solo nelle radio e stridono un po’. All’epoca, invece, erano una risorsa del trascorrere il tempo.

Nel film racconta un episodio tragico che coinvolse la sua famiglia: i suoi genitori morirono per una fuga di monossido di carbonio nella casetta di villeggiatura a Roccaraso. Lei si salvò perché rimase a Napoli per vedere Maradona in tv, un mito per lei che in un certo senso gli ha salvò la vita. Dove ha trovato il coraggio?

Se nella vita sono molto pauroso, nei miei film sono molto coraggioso. Lo sono stato anche in questo in cui parlo della scomparsa dei miei per ‘condividere la sofferenza a metà’. Capita a volte di provare l’esigenza di registrare i ricordi, di fissarli da qualche parte, ma con il passare del tempo, ho pensato che forse sarebbe stata una buona idea farne un film perché avrebbe potuto aiutarmi non tanto a risolvere i problemi che ho avuto nella vita, quanto ad osservarli da una posizione molto più vicina e a conoscerli meglio. Tutti i miei film sono nati da sentimenti che mi appassionavano, ma dopo averli realizzati quella passione è svanita; così ho pensato che se avessi fatto un film sui miei problemi, forse sarei anche riuscito a dimenticarli, almeno in parte. L’aspetto interessante di fare un film autobiografico è che a quel punto quei problemi non sono più i miei problemi, ma sono i problemi del film. Così diventano più affrontabili.

Per un artista, parlare del proprio passato è liberatorio: vale anche per lei?

Lo spero. Il film deve superare adesso lo scoglio di farlo vedere a un pubblico e di farlo essere – ed essere – anche presente.

Napoli è l’altra protagonista del film, una città dove si mescola tutto, l’alto e il basso. Come definirebbe la sua città?

Non sono bravo a parlare di Napoli, perché hanno già detto tutto e il contrario di tutto. È una città promiscua, lo è sempre stata. In passato ci si andava, proprio perché promiscua e perché poteva essere divertente. Per me era come fare un safari a piedi, senza l’aiuto della jeep che ti faceva scappare all’arrivo dei leoni e delle tigri. È come nei safari: ti muovi in una jungla e trovi di tutto: il leone, gli uccelli meravigliosi, gli animali più innocui, la bellezza del sacro e l’erotismo del profano. Tutta una serie di cose che si combinano e che – proprio come in una jungla – si tengono insieme per delle leggi naturali misteriose spesso incomprensibili.

“Il cinema – viene detto in una scena - non serve a niente, ma ti distrae”: è d’accordo?

Sì. Non solo il cinema, ma quasi nulla serve a nulla, non c’è un’utilità tranne che per il vaccino. Il cinema è però una bellissima forma di distrazione come il calcio: li considero allo stesso modo. Quando vedo una partita di calcio e perdo un film, non mi sento in colpa, perché per me è come se avessi visto un film. Sono due forme di distrazione supreme, sublimi e artistiche. Come il calcio, amo anche la pallavolo.

Il film inizia con un drone, un piano sequenza a stringere che ci porta in una dimensione onirica.

Sì, perché la prima parte è ancora debitrice di quello che facevo prima, e una forma di congedo. C’è infatti la stanza con il lampadario a terra, un sogno vero e proprio, una dimensione onirica, come dice lei. Quando il film approda ad una forma totalmente realistica, mi congedo anche da quei trucchi. Penso che la principale differenza tra questo film e gli altri che ho fatto stia nel rapporto tra verità e bugie. Se gli altri miei film si alimentano di falsità nella speranza di individuare un barlume di verità, questo parte da sentimenti reali che sono poi stati adattati alla forma cinematografica.

Le musiche colpiscono in molte scene, ma soprattutto i rumori.

Questo perché ho un ricordo molti vivido dei rumori di quando ero ragazzo. A distinguere motorini degli anni ’80 sono sempre stato molto capace. So qual è quello di un Ciao o quello di un Sì. Erano anni in cui bisognava avere il motorino, vivevamo nella sua idolatria. Era per noi la libertà.

Maradona, ha dichiarato, è stato un lutto che non si può esprimere a parole. Per lei è stato per lei un mito come Fellini di cui, come vediamo in un scena, ha conosciuto solo la voce. Che ricordi ha?

Fellini veniva all’Hotel Terminus per cercare le facce e mezza Napoli si catapultava per avere l’opportunità di essere presa. Tra questi andò anche mio fratello. Lui e Maradona sono diventati dei miti che intravisto o incontrato in un angolo di strada. Maradona lo vidi fermo al semaforo. Restai paralizzato da quella visione.

Questo film avrà sicuramente una lunga vita: quale sarà il suo percorso internazionale?

Domani andremo al Telluride, in Colorado e poi al Festival di San Sebastian. Dai primi sondaggi, pare che interessi. Netflix in questo è formidabile. Ha una voglia e una forza a lanciare il film che a me fa solo che piacere. Siamo stati chiusi a casa come tutti e andare adesso in giro, con le dovute accortezze, vaccinazioni e green pass, è una bella cosa. Lo volevo fare con loro da prima della pandemia, perché mi sembrava il luogo giusto. Volevo fare un piccolo film, ma farlo bene con tutti i mezzi e la promozione di un grande film. Loro questo me lo hanno garantito ed è assolutamente inusuale. Sono rimasto molto colpito da come hanno gestito la promozione – oltre che dal film stesso che è un capolavoro - di “Roma” di Alfonso Cuarón, da come lo avevano lanciato e trattato. Se posso avere lo stesso trattamento – ho detto ai capi di Netflix quando li ho incontrati – io sarei felicissimo di fare un film con voi. Mi hanno accontentato.

Il regista Antonio Capuano che nel finale del film ha un ruolo fondamentale, ha visto il film?

No, non l’ha visto, perché vuole vederlo sul grande schermo, ce l’ha sul pc, vediamo. Lui è stato molto importante per me, perché nella massa di cose che ci siamo detti quando ci siamo incontrati e frequentati, mi ha insegnato che non è sufficiente avere un dolore o una sofferenza per poter creare. La sua caratteristica è quella di creare il conflitto, mi ha insegnato molto.

Prossimi progetti?

Nessuno. Promuoverò questo film, è l’unico progetto che ho al momento. Tutte le altre cose, per ora non hanno nessuna concretezza.

I suoi figli lo hanno visto?

I miei figli non mi prendono sul serio ed e la cosa che mi piace di più. Hanno però detto che è bello.

Non c’erano ovviamente negli anni 80 in cui il film è ambientato.

Sugli anni ’80 non ho fatto però grandi riflessioni. Sono anni in cui ci sono cresciuto dentro. Da spettatore, trovo che i film d’epoca si perdano nella eccessiva cura del dettaglio d’epoca. Non volevo questo, che fosse un film anni ’80 con i pullover rosa e gli zaini Invicta. Volevo che fossero gli anni 80 come un periodo qualsiasi. Nel film non sono determinanti quegli anni, ma lo sono le sensazioni, le gioie e i dolori di quei personaggi che incidentalmente capitano negli anni ’80, ma non è così determinante. C’è sicuramente il modo di divertirsi molto ingenuo, un modo di stare insieme – almeno come lo era la mia famiglia - improntato a prendere in giro, a fare gli scherzi, forme antiche di trascorre il tempo quando non c’erano i cellulari e i computer così come adesso.

E la politica? Nel film è assente: come mai questa scelta?

Perché è la storia di un ragazzo di 17 anni che perde i genitori, non c’era spazio per la politica. Avevo altri problemi di cui occuparmi più che della politica. Come suggerisce il titolo di un film meraviglioso del mio amico Marco (il regista Marco Bellocchio, ndr): Marx può aspettare.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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