Sotto chiave il tesoro dell'imprenditore Zummo: il blitz dell'Antimafia

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antimafia palermo francesco zummo
antimafia palermo francesco zummo

L’Antimafia a Palermo ha messo sotto sequestro l’intero patrimonio dell’imprenditore edile Francesco Zummo. Secondo i magistrati Zummo è stato a disposizione delle cosche di Cosa nostra sin dai tempi dei boss Totò Riina e Renato Provenzano. L’imprenditore si sarebbe occupato di riciclaggio nel settore edilizio. L’operazione è stata effettuata dalla Direzione Investigativa Antimafia (Dia) di Palermo su disposizione della Corte di Appello del capoluogo siciliano.

Palermo: l’inchiesta su Francesco Zummo

Il patrimonio di Francesco Zummo a Palermo ammonterebbe a circa 150 milioni di euro. I sigilli sono stati posti ad undici aziende, centinaia di conti correnti e immobili costituiti da numerosi appartamenti, ma non solo. Sotto chiave anche ville terreni e aziende agricole a Palermo e provincia, nonché cinque complessi residenziali nella provincia di Siena.

“Il sacco della città”

“A partire dalla fine degli anni ’60 Zummo – hanno scritto i magistrati nel provvedimento di sequestro – con il consuocero Vincenzo Piazza (ritenuto consigliere della famiglia mafiosa di Palermo-Uditore) e con il defunto socio e suo fedele braccio destro Francesco Civello, fu tra i principali responsabili del sacco di Palermo, ordito da Vito Ciancimino, realizzando un impero edile di circa 2.700 immobili”.

Le indagini di Giovanni Falcone

Di quegli immobili e appartamenti si accorse già il giudice Giovanni Falcone nel 1984. Nel corso di una perquisizione nello studio di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, fu ritrovata una lettera inviata da Zummo all’allora primo cittadino. Ciancimino fu poi condannato definitivamente in Cassazione a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa e corruzione

“Subappalti a imprese”

“Zummo è stato certamente un imprenditore colluso con Cosa nostra. – si legge nelle carte dell’inchiesta – Avendo intrattenuto rapporti personali, amicali ed economici con diversi esponenti mafiosi di primissimo piano, quali Vito Ciancimino, Salvatore Scaglione, Raffaele Ganci (divenuto capo della famiglia mafiosa della Noce negli anni Ottanta) e quindi Vincenzo Piazza, suo consuocero dal 1987. La collusione ha comportato l’instaurazione di rapporti di reciproca utilità consistenti dal lato dell’imprenditore nella messa a disposizione per l’attuazione di molteplici prestazioni in favore delle cosche. Ad esempio, l’affidamento di subappalti a imprese riconducibili a vario titolo ad uomini d’onore, l’intestazione di valori mobiliari di pertinenza di singoli affiliati”.