Sottostimati e poco affidabili. Indicativi ma da non diramare in blocco. Guida alla lettura dei dati sul contagio

ROME, ITALY - FEBRUARY 23: The extraordinary commissioner to Coronavirus emergency Angelo Borrelli during a press conference at the Civil Protection headquarters on February 23, 2020 in Rome, Italy. Borrelli gave the updated numbers on Coronavirus infections in the national territory. (Photo by Stefano Montesi - Corbis/ Getty Images) (Photo: Stefano Montesi - Corbis via Getty Images)

Sottostimati di certo, indicativi ma non sempre affidabili, utili sì ma non diramati così, in blocco. E non ogni giorno. Si parla dei numeri sui contagiati, i deceduti e i guariti nel corso dell’epidemia da Covid-19, cifre al centro di valutazioni, riflessioni critiche e polemiche, che hanno finito col riverberarsi anche sulla conferenza stampa della Protezione Civile, ogni giorno alle 18, nel corso della quale vengono comunicati. Per capire realmente l’andamento della situazione e la diffusione del contagio ha senso l’aggiornamento quotidiano? E stante il fatto che i dati sono sottostimati come bisogna regolarsi per comprendere cosa sta succedendo? Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha spiegato: “A partire dal 19-20 marzo il numero di nuovi casi segnalati è calato, la curva sembra attenuarsi”, aggiungendo: “Il fatto che la curva dei contagi rallenti non significa che siamo in fase calante. Assistiamo solo a un rallentamento della crescita. Poi la discesa andrà costruita e la pendenza di questa discesa sarà basata sui nostri comportamenti”. Il tanto agognato - perché poi dovrebbe iniziare la discesa - picco, dunque, si avvicina? La risposta può essere desunta facendo riferimento ai dati ufficiali?

“C’è una forte evidenza del fatto che il numero dei contagiati reali sia superiore a quello che conosciamo attraverso i tamponi effettuati. Il dato dei positivi al virus è poco affidabile, ma non si può dire lo stesso per quello dei decessi, pure sottostimato ma tutto sommato affidabile”, spiega ad HuffPost Giorgio Sestili. Fisico e divulgatore scientifico, cura, con il contributo di esperti e scienziati, la pagina Facebook “Coronavirus - Dati e Analisi scientifiche”, attraverso la quale si promuove “la cultura della comunicazione del rischio, fondamentale in circostanze come quelle che sta vivendo il nostro Paese con questa epidemia”, scandisce Sestili. È proprio questo l’elemento che manca, che per lui rende “poco efficace” la comunicazione quotidiana della Protezione Civile, “perché - aggiunge - i dati non basta diramarli così come sono, bisogna saperli spiegare e invece ogni giorno attraverso tv e giornali vengono sparati bollettini di guerra che non consentono di capire realmente quali sono i trend in corso”.

Ecco, quali sono i trend in corso? Il più evidente riguarda il numero dei contagi. “È vero, continua a salire - fa notare Sestili - ma il dato interessante non è questo, quanto l’incremento percentuale giornaliero, partito dal 30 per cento, col passare dei giorni abbassatosi al 20 e via via sceso fino ad attestarsi - dato di ieri - sull’8 per cento. E poi c’è la percentuale dei tamponi positivi sul totale effettuato. “Per settimane è aumentato costantemente fino ad arrivare al 25 per cento, dopodiché ha cominciato a diminuire. E ora vediamo che ci sono sempre meno tamponi positivi rispetto al totale di quelli effettuati”. Due trend che, ragiona il fisico, potrebbero far intuire, “in un lasso di tempo compreso tra due e dieci giorni”, l’arrivo del picco, “anche se, tutte le ipotesi statistiche si scontrano con la realtà delle cose, che nel caso dell’Italia significa principalmente il livello di tenuta del sistema sanitario, in Lombardia come nel resto del Paese”.

Ma quindi a chi bisogna affidarsi per capire come sta evolvendo la situazione? “Alla comunità scientifica - risponde Sestili - se oggi sappiamo quello che sappiamo sul coronavirus - e in un mese abbiamo imparato tanto - è grazie alla comunità scientifica e ai medici. Sono loro le fonti autorevoli, a loro bisogna affidarsi”.

I dati “troppo aggregati” e comunicati in blocco “danno un’immagine molto sfocata della situazione e perdono utilità in termini di lettura e analisi”. Il virologo dell’Università di Milano, Fabrizio Pregliasco, sottolinea la necessità di accompagnare la pubblicazione dei dati “con una descrizione maggiore, magari incrociandoli con altre cifre, come quelle relative agli accessi in pronto soccorso, ad esempio”. Quanto al fatto che i numeri di contagi e decessi sono di molto inferiori a quelli reali, “lo sappiamo, anche se a noi, più che il valore assoluto, mantenendo ferme le modalità di raccolta dei dati, interessa il trend. Va detto che a causa di questa situazione, potrebbe non essere possibile valutare immediatamente un risultato positivo, perché riducendosi il numero dei casi reali noi riusciamo a tracciarne sempre di più. Il calo effettivo si avrà quando riusciremo a tracciarli tutti”. Insomma, si può fare riferimento ai dati ufficiali? “Sì, ma la presentazione andrebbe accompagnata con l’interpretazione, con l’analisi. Andrebbero commentati”, risponde il virologo che ritiene “non necessaria la comunicazione quotidiana. Potrebbe essere anche meno rituale, basterebbe pure un comunicato stampa ogni due o tre giorni, con stime contestualizzate e un dato di trend”. A proposito di trend, si iniziano a registrare segnali di avvicinamento al picco. Pregliasco concorda, “giorno più giorno meno, coi tempi dovremmo ormai esserci”, ma avverte: “Nel nostro Paese non sarà come la vetta di una montagna, sarebbe stato così se non avessimo fatto nulla alla maniera scelta dal premier britannico Boris Johnson. Con le restrizioni adottate, quella vetta noi la stiamo facendo diventare una collina, per cui il periodo di picco si spalmerà su tempi più lunghi ma con meno contagiati complessivi. E potrebbe esserci una seconda ondata, come è successo in altre pandemie - conclude Pregliasco - con focolai magari più piccoli nella quota di persone non colpite durante la prima ondata”.

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