Spettri, presente e futuri perduti: leggere Mark Fisher oggi

Lme

Milano, 20 ago. (askanews) - Ci sono spettri che continuano ad aggirarsi per il nostro mondo, attori che agiscono senza essere fisicamente esistenti. Da quello del capitale teorizzato da Marx, fino a quelli più contemporanei che, inevitabilmente, ci portano a pensare al mondo digitale. Parte dal ragionamento su questi, chiamiamoli così, fantasmi, il libro "Spettri della mia vita" di Mark Fisher, il critico culturale britannico morto suicida a 49 anni nel 2017, del cui sguardo al tempo stesso punk e acutissimo si continua a sentire un bisogno che ci sembra coerente oggi definire "disperato". Pubblicata da Minimum Fax con il sottotitolo difficile di "Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti", la raccolta di Fisher ancora una volta apre porte nuove, offre certamente dei contenuti, ma anche dei modi di pensare i contenuti che prescindono dal fatto che il lettore conosca o meno, per esempio, i gruppi musicali della scena jungle londinese o le serie tv della Bbc di cui Fisher scrive, ovviamente insieme a molti altri temi.

Ma per entrare nell'atmosfera del libro ha senso concentrarsi in primo luogo sulla hauntologia, intesa come ragionamento "sull'azione del virtuale", che, secondo Fisher, si muove lungo due filoni: il primo "si riferisce a ciò che (nella realtà) non è più, ma che rimane sotto forma di virtualità"; il secondo, probabilmente ancora più illuminante, "si riferisce a ciò che (nella realtà) non è ancora avvenuto, ma che è già efficace nella sfera virtuale (un attrattore, un'aspettativa che modella il comportamento attuale)". Bastano pochi passi, come si vede, per percepire, almeno come rumore di fondo, la profondità contemporanea del pensiero di Fisher, che ha la lucidità, tipica dei precursori, di decodificare in anticipo le tendenze e i fenomeni culturali (neanche fossimo davanti alla leggendaria chimera filosofica del "giudizio sintetico a priori" di Immanuel Kant, l'ultimo illuminista).

Tra le corde che Fisher tocca con maggiore intensità - proprio perché la sua hauntologia è anche un "lutto mancato", "un fantasma che non muore mai" e continua a ritornare - c'è quella del senso del presente e del futuro. "Negli ultimi dieci o quindici anni - scrive Fisher - internet e le tecnologie di telecomunicazioni moderne hanno completamente modificato la trama dell'esperienza quotidiana. Eppure, e forse proprio a causa di ciò, proviamo la crescente sensazione che la cultura abbia perso la capacità di cogliere e articolare il presente. O forse, in un particolare senso molto importante, sentiamo che ormai non esiste più nessun presente da cogliere e articolare". Da qui, da questa sfocatura della percezione che è, da molti punti di vista, la vita digitale odierna, il passo successivo, che Mark Fisher compie utilizzando la musica come medium, è quello che guarda a ciò che ci saremmo aspettati dopo, ma che è scomparso prima ancora di essere. "Le speranza create dalla musica elettronica postbellica o dall'euforia della musica dance degli anni Novanta non esistono più: non soltanto il futuro non è arrivato, ma neppure sembra più possibile". Se volete leggere quest'ultimo passaggio pensando, per esempio, al cambiamento climatico o alla politica ai tempi dei social, è possibile che quello che vi troverete davanti sia una sorta di specchio, in cui la presenza misteriosa siamo diventati noi.

Memorabile anche il pezzo del 2006 intitolato "Il passato come pianeta alieno", nel quale Fisher parla apparentemente della miniserie tv "Life on Mars", ma si spinge oltre, su quel terreno pericoloso che è a tutti gli effetti la critica culturale. E ragiona della visione del passato che il telefilm porta con sé, in cui "tutto appare talmente iconico, ma il problema delle icone è che dopotutto non evocano nulla". La frase se ne sta lì, con apparente noncuranza, circondata da molte altre parole, ma se la guardate più attentamente e la trasportate nell'esperienza, ecco che, ancora una volta, ci si imbatte in una specie di verità sul presente, il nostro, dove tutto ci viene presentato come un'icona, naturalmente virtuale. Nulla, dunque. Solo altri spettri e futuri mancati. Viene da pensare che abbiamo dimenticato le uniche cose che occorreva ricordare, ma anche (e qui sta un altro dei motivi per cui leggere Mark Fisher ha senso a prescindere dal credere o meno alla sua celebre visione sul "realismo capitalista") che questa dimenticanza nei fatti salva davvero ciò che occorreva ricordare da noi stessi. E, "dimenticata in un angolo", la madeleine che innesca la memoria di Proust si preserva, resta e resiste come un tesoro a garanzia dell'idea più preziosa, ossia che non tutto sia o sarà stato perduto.