Squadra vigili del fuoco: 'Vivi per miracolo ma non abbiamo abbandonato la Concordia''

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'''Per ora tutto bene' penso mentre scendo dalla biscaglina di poppa. Per ora. Non sappiamo se ci sono dispersi a bordo oppure se ce ne sono in mare. Credo però che sia un miracolo non esserci inabissati, una grazia di Dio che la Concordia sia ancora qua. Guardo i miei uomini. È un onore averli visti lavorare. È un sollievo che stiano tutti bene. Ma stanotte ho avuto paura. Conosco loro e conosco le loro famiglie, non è stato facile non dare lo stop alle operazioni mentre sentivo lo sfregare metallico della nave sul fondale, sapendo che se ne stava andando verso lo sprofondo con noi dentro. Siamo rimasti qua. Siamo saliti in nove e in nove ne usciamo vivi. I vigili del fuoco non hanno abbandonato la nave''. E' il racconto, a missione conclusa, di Ennio Aquilino, comandante della squadra di otto pompieri che salirono a bordo della Costa Concordia mentre imbarcava acqua davanti al Giglio per salvare i naufraghi ancora a bordo, contenuto nel libro 'Apnea' di Luca Cari, responsabile della comunicazione in emergenza del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, e Virginia Piccolillo, giornalista del 'Corriere della Sera', edito da Mondadori.

Sono le voci dei pompieri, che nel testo sono indicati con i loro soprannomi (Albi, Andre, Bartolo, Beppe, Bronco, Lallo, Massi e Trap) a ripercorrere quei momenti durissimi e interminabili. Tra i tanti salvataggi Bartolo racconta quello di tre naufraghi, ''una signora portatrice di handicap, una signora anziana e piuttosto in carne'' ed Elena, un membro dell'equipaggio.

''Devo capire come fare per portarle di sopra - racconta - Il sistema lo trovo da pompiere, ossia arrangiandomi. Vedo poco distante un cancelletto in metallo. Uno di quelli che stanno nei giardini. Lo scardino, lo giro in maniera che la griglia formi dei pioli e lo lego a una cima. Faccio salire la prima signora''. Un salvataggio eseguito da solo. ''Sono ancora solo - ricorda Bartolo - Non vedo gli altri. Una cosa che mi toglie il respiro''. Ma mentre Bartolo sta per portare in salvo l'ultima del gruppo guarda su e vede i suoi compagni. ''Per primo Bronco, poi Lallo, Beppe. Eccoli - racconta - Non sono più solo. Mi sento rincuorato dalla loro presenza. Mi aiutano nell’ultimo tratto fino alla murata. Ma non è solo questo, il loro aiuto è anche psicologico. Siamo pochi ma siamo una squadra''.

''La nave si sta muovendo - è il racconto di Trap - Dopo essersi ribaltata quasi completamente ha trovato il fondale che digrada. E ora ci sta scivolando sopra, muovendosi verso il baratro di settanta metri che c’è più in là. Che ci porterà a fondo con lei è una certezza. Sento gli scatti che fa accompagnati da rumori di lamiera e scossoni che mi buttano a terra. Si muove e ci tiene a farmelo sapere. Magari mi sta avvisando di scappare. No. Vuole solo farmi paura. Ci riesce. Ma ho davanti ai miei occhi questi due ragazzi ed evito di pensarci. Devo occuparmi di loro. Senza perdere tempo''.

''C’è ancora gente che grida di sotto - ricorda il comandante - Tanta. Troppa da gestire per un’evacuazione complessa com’è questa. Regna il panico, tutti cercano la salvezza e appena ci vedono la reclamano all’unisono. Ma siamo pochi. La Concordia è grande come una città. Ci muoviamo in un ambiente ostile e sconosciuto, dove sarebbe facile perdersi pure in condizioni normali e con la luce. Anche così non troveresti mai il bar o la sala massaggi o il cinema senza chiedere o seguire le indicazioni dei cartelli. E adesso che è tutto sottosopra è impossibile orientarsi. Ma come si fa a svuotare una nave da crociera senza avere a disposizione una mappa?''.

''Con Lallo e Bronco ci muoviamo nel buio - ricorda Beppe - Le lampade che abbiamo sul caschetto non illuminano quanto servirebbe eppure quanto basta per farci trovare un gruppo di naufraghi. Stanno l’uno accanto all’altro. Ammucchiati non so se per il freddo o per farsi coraggio. 'Siamo vigili del fuoco!' gli urlo per rassicurarli. Di solito funziona. La nostra presenza è un toccasana per chi è in pericolo. Ma stavolta niente. Manco un fiato. Neppure una mossa. Sono imbambolati, pare quasi che siano in trance. Il sussulto della nave che scivola verso il fondo mi dà una svegliata. Non si può andare per il sottile qua. «Forza!» urlo con tutto il fiato che ho nei polmoni. E sento anche gli altri fare lo stesso. La nave dà un altro scossone. Più forte di prima. Accompagnato da un rumore di lamiere che si accartocciano e di vetri che si rompono. Ci fermiamo. Ci guardiamo per un attimo negli occhi. Andiamo avanti. Ma la sensazione è che stiamo affondando. Abbraccio due delle donne che ho vicino e comincio con loro. Non c’è tempo da perdere''.

''Mantengo costante e sotto controllo il livello della paura - racconta ancora Trap in un altro passaggio del libro - Non troppa da bloccarmi, neppure troppo poca da rendermi avventato. Comunque ce l’ho. Anche gli altri. Dopo il Com sono il più alto in grado e i colleghi a uno a uno vengono da me a dirmi: 'Si sta andando a fondo'. 'Te ne sei accorto che di qui non si esce? Che si fa?' Già: che si fa? È una domanda con una sola risposta. Molesta. Perché finché c’è gente che chiede aiuto si va avanti. Ma ce n’è tanta. Troppa. Dobbiamo tirarla fuori. Presto. Mantengo la paura al livello di sicurezza e vado avanti''.

''Sono bloccati nel fondo della cabina - è uno stralcio del racconto di Lallo - Il solito pozzo. Mi ricordano quella volta che recuperammo da un anfratto profondo un cane da caccia. Era caduto dentro e non riusciva a tirarsi fuori. Aveva gli occhi pieni di paura. La stessa che vedo adesso in questi due signori. Li illumino e la riconosco. È quella dell’animale in trappola consapevole di stare per morire. Lo sente per istinto''. E infine dopo aver portato in salvo moglie e marito Lallo ricorda: ''Sul ponte capisco che anche questo salvataggio è fatto e lancio un urlo d’animale come fece quel cane quando lo tirai fuori. Il mio istinto ha preso il sopravvento sulla ragione. Ma non del tutto: l’urlo è rimasto dentro di me, nessuno l'ha sentito. Eppure era forte''.

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