Stadio Roma, il club rinuncia al progetto di Tor di Valle

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AGI - Finisce con un nulla di fatto la partita dello stadio dell'As Roma a Tor di Valle. La nuova proprietà del club, la famiglia Friedkin, non intende andare avanti con un'operazione - ereditata dalla gestione precedente di Jim Pallotta - che prevedeva 1 miliardo di euro di investimenti.

Difficile realizzare uno stadio in un momento in cui, a causa della pandemia di Covid, le partite si giocano a porte chiuse. Altrettanto complesso vendere o affittare gli uffici del business park nell'epoca dello smart workingSette anni dopo la presentazione in stile hollywoodiano del masterplan in Campidoglio, questa sera il Cda del club giallorosso ha formalizzato il disimpegno dal progetto. La società specifica di aver verificato che "anche alla luce delle ultime comunicazioni di Roma Capitale, non sussistono più i presupposti per confermare l'interesse all'utilizzo dello stadio da realizzarsi all'area di Tor Di Valle, essendo divenuto di impossibile esecuzione".

La nota rilasciata al termine della riunione sottolinea: "La pandemia ha radicalmente modificato lo scenario economico internazionale, comprese le prospettive finanziarie dell'attuale progetto stadio". Dopo lo stop dell'operazione, la società rilancia l'auspicio di giocare "in un nuovo stadio moderno ed efficiente", un impianto "verde, sostenibile ed integrato con il territorio" e di essere disposta a valutare "tutte le ipotesi, inclusa Tor di Valle". Come dire: il progetto di un impianto di proprietà resta, ma non sarà quello di cui si è discusso finora. La volontà del club sarebbe quella di concentrarsi solo sulla realizzazione dello stadio e non su altre strutture.

I nuovi scenari, a quanto filtra, potrebbero essere discussi già la prossima settimana in Campidoglio con la sindaca Virginia Raggi. Nel frattempo il Comune "prende atto" della valutazione della società e assicura che "le opere pubbliche previste, come il potenziamento della ferrovia Roma-Lido e la realizzazione del Ponte dei Congressi, verranno portate avanti dall'amministrazione".

Il masterplan di Tor di Valle, l'investimento privato più oneroso atteso in città, non ha mai messo d'accordo tutti. Inizialmente l'opera, da realizzare sul terreno dove sorge l'ippodromo in disuso realizzato per le Olimpiadi del 1960, prevedeva un business park con tre grattacieli, il centro di allenamento e lo stadio. Il tutto in un'area ai margini della città e scarsamente collegata con il trasporto pubblico.

Nel 2017 la cubatura da destinare ad uffici è stata ridimensionata: al termine di una lunga mediazione tra la giunta di Virginia Raggi e la società, le torri sono state sostituite con una serie di edifici più piccoli. Approvato a fine 2017 dalla seconda conferenza dei servizi, il progetto attendeva l'ok dell'Assemblea Capitolina alla variante e la convenzione urbanistica. Di fatto l'opera si è arenata con l'inchiesta dell'estate 2018, quanto la Procura di Roma ha contestato l'ipotesi di corruzione, tra gli altri, al costruttore Luca Parnasi (proprietario dell'area di Tor di Valle), all'ex presidente di Acea Luca Lanzalone e al presidente dell'Assemblea Capitolina, il 5 stelle Marcello De Vito. Sono stati indagati a vario titolo anche altri consiglieri comunali. Dopo le indagini la Raggi ha avviato una due diligence per verificare che gli atti non fossero stati toccati dall'inchiesta. Uno studio del Politecnico di Torino aveva certificato che si poteva andare avanti, parlando però di uno scenario sulla mobilità potenzialmente "catastrofico".      

 La scorsa estate con il cambio di proprietà sono arrivati i primi dubbi sull'operazione, che sarebbe apparsa ai Friedkin sovrastimata. Da mesi alcune voci parlano della possibilità di ripiegare sul Flaminio, impianto di proprietà comunale in disuso da 10 anni, ma la prospettiva viene definita "difficilmente praticabile". Da domani ripartirà il dibattito alle possibili aree idonee: da Tor Vergata al Laurentino.