Standing ovation al compromesso

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The Prime Minister, Mario Draghi, at the end of the extraordinary conference of the G20 leaders on Afghanistan, held a press conference at the multifunctional hall of Palazzo Chigi. Rome (Italy), October 12th, 2021 (Photo by Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images) (Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)
The Prime Minister, Mario Draghi, at the end of the extraordinary conference of the G20 leaders on Afghanistan, held a press conference at the multifunctional hall of Palazzo Chigi. Rome (Italy), October 12th, 2021 (Photo by Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images) (Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)

Nemmeno ai tempi in cui la manovra di Giulio Tremonti fu licenziata in dieci minuti, un cdm si è concluso con un corale applauso, il che è già una notizia considerati i toni anche ruvidi che hanno accompagnato la faticosa negoziazione. Il che rivela anche una certa abilità di Mario Draghi nel comprendere il “peso” reale di ciascuno, ovvero i reali margini di azione tra chi minacciava quasi una crisi e chi lo sciopero generale. Al fondo (dell’applauso) c’è innanzitutto il risultato di una manovra di “svolta”, la prima da un po’ di tempo a questa parte. Che segna il passaggio dalla logica dei ristori allo sviluppo, resa possibile anche da come è stata contrastata la pandemia, secondo la linea della “fermezza” vaccinale, riconfermata anche nell’aumento dei fondi alla sanità che, sostanzialmente, significa terza dose. Dodici miliardi sono sul taglio delle tasse, il resto nella direzione della crescita, nella direzione dell’“equità”, parola più volte utilizzata, non a caso, dal premier in conferenza stampa.

Letta politicamente, ci sono due assi, politici, ma anche culturali. Il primo è la “normalizzazione” della famosa finanziaria populista, sia pur in modo non uguale, nell’ambito di una cornice che tiene saldo il quadro di compatibilità europea dei conti e l’esigenza di fare “debito buono” e non spesaccia pubblica ai fini di consenso politico. Perché “quota cento” è sostanzialmente smontata, sostituita da “quota centodue”, un’eccezione rispetto alla Fornero, ma valida solo per il prossimo anno. Diverso il discorso per il Reddito di cittadinanza che, sia pur con tutte le sue storture, è stato un elemento di tenuta sociale durante la pandemia. E viene rimodulato trasformalo da “sussidio” indiscriminato e diseguale a strumento di inserimento nel mercato del lavoro, prevedendo la revoca dopo il secondo rifiuto, un sistema più stretto di controlli, un calo progressivo nella sua erogazione per chi rifiuta la prima proposta di lavoro.

Il secondo riguarda i sindacati. L’apertura ai sindacati. Pur non accettando la cornice della piattaforma con cui si sono presentati a palazzo Chigi di “abrogazione” della Fornero, al tempo stesso ne depotenzia le ragioni della mobilitazione e offre un riconoscimento politico. Mossa nella quale evidentemente c’è la volontà di evitare un conflitto e la consapevolezza di quanto, in questa fase, sia necessario tenere assieme un paese nel quale serpeggiano mille tensioni e piazze che fanno da detonatori di un malessere più ampio dell’oggetto specifico.

“Dialogo” spesso è una parola vuota, che spesso si traduce in una ritualità fine a se stessa. Il dialogo prospettato da Draghi non è né un rituale né l’antica concertazione. È una interlocuzione però su punti fondamentali, in un quadro di compatibilità: il regime “contributivo” non è in discussione, dice il premier, ma in questo quadro “apre” a correzioni, confronto sul punto fondamentale della “flessibilità” in uscita. E la stessa scomparsa di quota “centoquattro” o “centrotre”, altra bandierina che riguarda una quota minima di lavoratori è un passaggio in questa direzione. C’è cioè un periodo transitorio, nel quale si supera il sistema delle quote e consente una reale discussione su flessibilità e lavori usuranti, su cui già in manovra sono stanziate più risorse alla voce dell’Ape social e Opzione donna. Non sarà la “grande riforma” invocata dalla triplice con una certa rigidità ma è un orizzonte di riforme nelle condizioni date.

Così come, ed è l’altro punto rilevante, è un’apertura la disponibilità a discutere gli otto miliardi di taglio delle tasse “col Parlamento e con le parti sociali”. Mossa che al tempo stesso rinvia il problema perché quello stanziamento sarà oggetto di un negoziato tra chi – il centrodestra – chiederà il taglio dell’Irap e chi – sinistra e sindacati – interventi sul cuneo fiscale. Ma anche realistica, nelle condizioni date. In fondo, molto politica, in cui non c’è la spocchia del tecnico che offre un pacchetto chiuso in virtù della situazione emergenziale, ma la consapevolezza della preminenza “politica” del governo. E dunque anche un certo adattamento, o compromesso che dir si voglia (a proposito quanto è lontana l’apocalisse verbale a favor delle reciproche tifoserie sul Ddl Zan).

È complicato scioperare contro questa manovra, a fronte di questo approccio, trasformando gli applausi del cdm in fischi nelle piazze e presentando come una sconfitta ciò che i partiti del centrosinistra celebrano come una vittoria, dal Pd che vede riconosciuto l’impegno sociale su usuranti e ammortizzatori sociali e i Cinque stelle che tengono il reddito, sia pur rivenduto e corretto, ma non “smontato” come quota cento. Ed è complicato perché la manovra parla al mondo del lavoro, proprio cioè a quella constituency che si vorrebbe mobilitare e che la Fiom ha già mobilitato per otto ore (difficile pensare senza la benedizione del suo ex segretario diventato segretario della Cgil). Ci sono i margini per un ripensamento senza che appaia una retromarcia.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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