Stato d'emergenza, ecco perché non può essere solo una proroga

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I (Photo: ALBERTO PIZZOLI via AFP via Getty Images)
I (Photo: ALBERTO PIZZOLI via AFP via Getty Images)

Il primo provvedimento è datato 31 gennaio 2020. In Italia ancora erano stati registrati appena due casi di Covid: una coppia di turisti cinesi era risultata positiva ed era in isolamento a Roma. Sarebbero passate settimane prima del caso di Codogno, del paziente 1, dell’onda che avrebbe travolto Lombardia e Veneto, e via via, con una velocità a cui non si era preparati, il resto del Paese. Del nuovo virus che veniva da Wuhan si conosceva ancora molto poco, ma nell’incertezza, e nella consapevolezza che qualcosa di complesso sarebbe potuto accadere di lì a poco, in quell’ultimo giorno di gennaio fu varato per la prima volta lo stato d’emergenza nazionale in relazione a quello che veniva chiamato “nuovo coronavirus”.

Formalmente niente di impegnativo: una delibera del Consiglio dei ministri, così come previsto dal codice di Protezione civile del 2018. Da un punto di vista sostanziale, invece, quell’atto era il presupposto per poter fronteggiare la stagione che sarebbe arrivata. O, come vedremo, almeno una parte di questa. In quella deliberazione si prevedevano solo sei mesi di stato d’emergenza. Ma la pandemia non si è esaurita con la prima ondata e così il 29 luglio 2020 è arrivata la prima proroga, sempre per delibera. Ne sono seguite altre: 7 ottobre 2020, 13 gennaio 2021, 21 aprile 2021. L’ultima è contenuta in un decreto legge del 16 settembre e porta lo stato d’emergenza fino al 31 dicembre 2021. Nel corso di questi quasi due anni ci sono state decine di migliaia di morti, le bare di Bergamo, gli ospedali pieni, il lungo lockdown, le mascherine, ancora fondamentali al chiuso, il distanziamento. Ma è arrivato anche il vaccino, vera chiave di volta verso una stagione nuova. La pandemia, però, non è ancora finita, e dal governo filtra l’intenzione di non accantonare lo stato d’emergenza. Sta per terminare, però, il tempo in cui a quell’atto firmato il 31 gennaio 2020 si può ancora dare valore. Perché la legge su cui si basa dispone: “La durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”.

Significa che, arrivati al 31 gennaio 2022 l’Italia non potrà più essere in stato d’emergenza? No, non è così. Però alcune cose dovranno cambiare. “Certamente non potrà essere più utilizzata la deliberazione di gennaio 2020 e gli strumenti contenuti in essa perderanno efficacia. Una eventuale proroga di quell’atto sarebbe illegittima”, spiega ad Huffpost Cesare Pinelli, professore ordinario di diritto pubblico alla Sapienza di Roma. “Se però si ritiene che l’emergenza continui, si può fare una nuova deliberazione, basata sulle condizioni attuali. Che sono diverse rispetto a quando la pandemia è iniziata”, precisa il professore. Il limite, insomma, riguarda le proroghe del provvedimento in vigore, ma non atti nuovi, plasmati sul presente. “Finché persiste una situazione di natura eccezionale, come la pandemia, lo stato d’emergenza non presenta problemi di legittimità. In altri termini, questo tipo di deliberazioni non possono restare in piedi oltre la durata della situazione che ha legittimato la proclamazione dello stato d’emergenza”. Fino a quando la pandemia imporrà provvedimento straordinari, insomma, non si deve gridare allo scandalo per la prosecuzione dello stato d’emergenza. Almeno non in termini giuridici. Gli interrogativi sociologici e filosofici possono essere vari, ma è un altro discorso.

Sulla legge che rende possibile lo stato d’emergenza Pinelli, però, tiene a precisare una cosa: “Questo strumento, nato per situazioni di calamità naturale, affronta solo una parte della pandemia. Rende possibile, ad esempio, l’utilizzo di uno strumento come il dpcm, che altro non è che una forma di ordinanza, consente di intervenire sul lavoro nelle pubbliche amministrazioni, pensiamo ad esempio deroghe utili allo smart working. Ma sulle questioni di salute impatta molto poco”. Perché tutto ciò che riguarda l’aspetto sanitario, preminente in pandemia, ”è stato affrontato con la legge 883 del ’78, che disciplina il sistema sanitario nazionale, lì ci sono le norme che indicano il da farsi in caso di epidemia”.

L’Italia, a differenza di altri Paesi, non ha in Costituzione una norma che disciplina lo stato d’emergenza. Ciò aggiunge complessità alla questione? “Su questo - precisa Pinelli - c’è un grande abbaglio ottico. Perché è vero che non c’è una norma ad hoc sullo stato d’emergenza. Ma la Carta prevede i decreti legge che, secondo l’articolo 77, possono essere adottati solo in casi straordinari di necessità e di urgenza. Ecco, se invece di usarli come strumento ordinario ne avessimo fatto un uso proprio, quello prescritto dalla Costituzione avremmo potuto utilizzare il decreto legge anche in una situazione come questa”.

Se la quotidianità della vita politica non avesse cambiato la natura dei decreti - diventati, senza modifiche costituzionali, lo strumento quasi ordinario per fare le leggi in maniera veloce - insomma, probabilmente il tema dello stato d’emergenza si sarebbe posto in termini molto diversi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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