Stavolta per Landini è impossibile scioperare

·4 minuto per la lettura
An anti-fascist demonstration called by the Italian trade unions after the assault by extreme right-wing groups on the CGL headquarters on October 16, 2021 in Rome, Italy.
The CGL, CISL and FILS unions were present at the demonstration. Closing the debates on stage was the president of the CGL, Maurizio Landini.
Many politicians took part in the demonstration, including Luigi di Maio, Giuseppe Conte, Pier Luigi Bersani and Roberto Gualtieri. 

 (Photo by Matteo Trevisan/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)
An anti-fascist demonstration called by the Italian trade unions after the assault by extreme right-wing groups on the CGL headquarters on October 16, 2021 in Rome, Italy. The CGL, CISL and FILS unions were present at the demonstration. Closing the debates on stage was the president of the CGL, Maurizio Landini. Many politicians took part in the demonstration, including Luigi di Maio, Giuseppe Conte, Pier Luigi Bersani and Roberto Gualtieri. (Photo by Matteo Trevisan/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

Magari Maurizio Landini avrà anche bisogno, in cuor suo, di uno “sciopero generale” prima del congresso della Cgil, che inizia il prossimo anno, ma la sensazione è che stavolta sarà costretto a rinviare la grande chiamata alla lotta. La verità è che la linea seguita sin qui lo ha portato, ad oggi, nella classica situazione in cui nessun leader, politico o sindacale, dovrebbe o vorrebbe trovarsi: il punto in cui indietro è complicato tornare, senza pagare un prezzo, ma avanti è pressoché impossibile andare proclamando uno “sciopero generale”, senza che questo, come si sarebbe detto una volta, appaia “avventurismo”.

Giova ricordare, tanto per capire di cosa stiamo parlando, e cioè di una misura estrema di lotta, lo sciopero appunto, cioè il blocco del paese, un paio di esempi. Nel lontano 1994 l’allora Cgil di Sergio Cofferati prima indì una grande manifestazione contro la finanziaria del governo Berlusconi a novembre, poi chiamò allo sciopero generale per dicembre sul “decreto pensioni”, revocato quando il governo lo ritirò. C’era un “fatto” (un provvedimento), un’interlocuzione fallita, un crescendo. E anche una piattaforma unitaria dei tre sindacati. Un fatto c’era anche ai tempi del governo Monti, la riforma Fornero, con annessa questione degli esodati, ma lo “sciopero generale” non fu convocato dal sindacato di corso Italia, che si attestò su una linea meno intransigente di mobilitazioni. Parliamoci chiaro: lì fu una scelta politica di Susanna Camusso che – era la fase in cui tra Pd di Bersani e sindacato c’era un rapporto pressoché simbiotico – evitò, per non dare un colpo mortale al governo (e alla sinistra che lo sosteneva).

Bene, tutte queste premesse per dire che, ad oggi, manca il “fatto”. C’è una finanziaria “espansiva” contro la quale è complicato scioperare (leggi qui). C’è un governo che si impegna in un’interlocuzione su due fronti, non una interlocuzione fallita: le pensioni, pur senza mettere in discussione la cornice del contributivo; l’allocazione degli 8 miliardi di riduzione delle tasse da realizzare “nel confronto in Parlamento e con le parti sociali”. La si può leggere, a voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, come un “rinvio” ma, proprio nel rinvio, c’è una scelta ancora da compiere, non una scelta ostile. Di converso manca ancora una “piattaforma” su cui affrontare i fatti e su cui coinvolgere il mondo del lavoro nel suo insieme – una parte e il tutto che si riconosce nelle ragioni di una parte - che non sia la posizione, rigida di “abolizione della Fornero”.

La novità di giornata, su queste basi fragili e agitatorie, è la posizione della Cisl che, sostanzialmente, si è sfilata dallo sciopero parlando, per bocca del suo segretario Luigi Sbarra di “fuga in avanti”. Contestualmente la Fim-Cisl (i metalmeccanici) attraverso un comunicato piuttosto duro ha criticato la scelta della Fiom come una “iniziativa a priori che indebolisce il fronte unitario”. Effettivamente mai si era vista una categoria proclamare uno sciopero su un tema squisitamente confederale, prima ancora che si pronunciasse la sua confederazione. E nel silenzio della confederazione che, in questo caso, ha il suono dell’assenso perché è fantasioso pensare a una iniziativa dei metalmeccanici della Cgil di cui è ignaro l’attuale leader della Cgil, che quella categoria l’ha guidata, peraltro sulla stessa linea: quella di fare della Fiom il fulcro e il catalizzatore di un conflitto più vasto, molto politico (ricordate la famosa “coalizione sociale” di Landini?).

Domani i tre leader sindacali si riuniranno via zoom, ma si capisce che la proposta della Cisl è di una mobilitazione minimalista, al livello territoriale e di categorie, che accompagni la discussione col governo e l’iter della manovra, marcando un punto di vista e senza strappi. Bon gré mal gré, Landini che ha sempre dato, a ragione, una rilevanza strategica all’unità sindacale sarà costretto a un ripiegamento, anche perché al suo interno, come dicono i parecchi “sennò non la regge”. Perché qui c’è un punto di carattere più generale che attiene anche al ruolo che, nella crisi, intende agire il più grande sindacato italiano che, solo due settimane fa, a San Giovanni ha riunito un campo largo di sinistra politica e sociale, dopo l’assalto a Corso Italia. Se cioè stare dentro un processo che preserva quella unitarietà o se agire un ruolo da monopolista della protesta, col rischio di catalizzare e cavalcare un malessere diffuso che, con l’oggetto specifico, non a nulla a che fare. La Fiom, con buona dose di irritualità, può finanche permetterselo. La Cgil, nel suo insieme, un po’ meno.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli