Strage Bologna, giallo passaporti cileni falsi: uno 'gemello' su aereo Twa esploso nel '74

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di Mia Grassi 

Dalla strage di Bologna all'attentato sul volo Twa del 1974 precipitato nel mar Ionio. Uno stock di passaporti cileni falsi, tutti con caratteristiche molto simili, potrebbe collegare la strage del 2 agosto 1980 alla stazione ad altre stragi, al superterrorista Carlos Lo Sciacallo e ad assassini palestinesi nel periodo buio fra gli anni ’70 e ’80, quando l’Europa e l’Italia furono teatro di terribili attentati a catena. C’è una traccia, un filo rosso, che appunta sembra collegare diverse stragi di quegli anni a quella della stazione di Bologna, un particolare che, rileggendo gli attentati più efferati compiuti dal terrorismo internazionale in una prospettiva più ampia, salta subito agli occhi. Ed è, appunto, l’utilizzo di uno stock di passaporti cileni falsificati che riaffiora, di tanto in tanto, connettendo i diversi episodi terroristici finora apparentemente slegati fra loro. 

Succede a Bologna, il 2 agosto del 1980, quando, come ha raccontato ieri l'Adnkronos, un passaporto cileno falso viene utilizzato da una persona sconosciuta, una donna, per registrarsi in un albergo proprio di fronte alla stazione nei giorni precedenti la bomba. Succede quando Carlos lo Sciacallo, in pieni anni ’70, per sfuggire ai Servizi segreti di mezzo mondo che gli danno la caccia, sfodera non uno ma ben due passaporti cileni contraffatti beffando diversi Paesi fra cui l’Italia. E succede ancora in altri due attentati aerei “gemelli” compiuti a metà degli anni ’70 contro due voli Twa 841 che facevano scalo a Roma: il primo abortito per l’accidentale malfunzionamento dell’ordigno, il secondo, a distanza di tredici giorni, purtroppo riuscito.  

Ed è questa la storia che vogliamo raccontare oggi, quella del volo Twa841 che l’8 settembre 1974, per una bomba, precipita nel Mar Ionio, con 79 passeggeri, tra cui tre italiani (lo steward Gianpaolo Molteni e le hostess Isabella Lucci-Masera e Angela Magnoni), e 9 membri dell’equipaggio. Una tragedia che riporta alla memoria la strage di Ustica del 27 giugno 1980, avvenuta 36 giorni prima di quella di Bologna e appena due giorni prima dell’ultima minaccia che l'Fplp, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ha lanciato contro l’Italia attraverso il colonnello Stefano Giovannone, responsabile dei Servizi segreti italiani a Beirut. La notizia, che l’Adnkronos racconta sulla base della documentazione dell’Fbi e del Dipartimento di Giustizia americano di cui è potuta entrare in possesso, è che a bordo di quel Boeing 707-331B, decollato da Tel Aviv in direzione New York, c'è anche un passeggero con un passaporto cileno falso, proprio come a Bologna nei giorni prima della strage: si tratta di tale Eduardo Josè Santo, che si è imbarcato ad Atene l’8 settembre 1974 ed è sceso a Roma. Una fonte confidenziale dell'Fbi lo definisce un terrorista dei gruppi palestinesi. 

Grazie al Freedom of Information Act, il cosiddetto Foia, la normativa statunitense che garantisce accesso a numerosi atti riservati o coperti da segreto, l’Adnkronos ha potuto ottenere dal Dipartimento di Giustizia americano e dall’Fbi i documenti relativi a questo attentato e a un episodio precedente, l’incendio sul Twa841 del 26 agosto 1974, in realtà un attentato fallito. Identico a quello riuscito di 13 giorni dopo. 

Ma andiamo con ordine. Quel lunedì 26 agosto 1974 - sei anni prima di Ustica e Bologna - il volo Twa841 partito da Tel Aviv atterra a Roma dopo aver fatto scalo ad Atene. Dovrà proseguire per New York ma, durante il taxing sulla pista di Fiumicino, un filo di fumo proveniente dal compartimento bagagli attira l’attenzione del personale. La stiva dell’aereo viene aperta e si scopre che il fumo proviene da un radioregistratore a batterie marca Aiwa contenuto all’interno di un bagaglio completamente bruciato. I tecnici dell’aeroporto pensano che vi sia stato un cortocircuito. Così il bagaglio con tutta la radio viene rimosso e viene rintracciato il proprietario. Dopo alcune formalità l’uomo viene lasciato andare dalla polizia italiana che ritiene l’incendio provenga dalle batterie. Il radioregistratore e la valigia vengono trattenuti per scrupolo e, il 18 settembre 1974, spediti negli Stati Uniti ai laboratori dell’Fbi. Qualche tempo dopo arriva la risposta: i tecnici dei laboratori hanno trovato piccole particelle di C4, un esplosivo militare ad alto potenziale, all’interno della valigia. 

L’Fbi chiede con un telex a Legat Rome, i suoi uffici di Roma all’interno dell’ambasciata americana, di contattare Twa per ottenere maggiori dettagli e, soprattutto, di acquisire la lista passeggeri e rintracciare il proprietario del bagaglio andato a fuoco. Due giorni dopo si scopre che il proprietario della valigia, il sedicente Josè Mario Aveneda Garcia, ufficialmente residente a Parigi, in Rue de Colombo 13th Arrondissments, ha fatto perdere le sue tracce. E’ scomparso da Roma. E l’indirizzo parigino di residenza risulta inesistente. L’unica traccia che resta di Josè Mario Aveneda Garcia è il suo passaporto: un passaporto cileno falsificato, rilasciato a Quillota. 

Anche i timbri di entrata e uscita dall’aeroporto madrileno di Barajas dell’8 e del 15 aprile 1974 apposti sul passaporto cileno di Aveneda Garcia risultano falsificati. Quei timbri non sono più utilizzati dalle autorità spagnole da almeno cinque anni. 

Gli investigatori accerteranno anche che Aveneda Garcia risulterebbe aver alloggiato nella stanza 726 dell’hotel Omonia ad Atene. E che, inizialmente, il 23 agosto aveva effettuato una prenotazione, dall’Ufficio Centrale dei biglietti aerei, per il volo Twa del 25 agosto 1974 con destinazione Roma e, poi, Palermo. Ma la prenotazione era stata poi cancellata da Aveneda il 24 agosto e riproposta, nuovamente, il giorno dopo. Verrà inoltre accertato che quel passaporto cileno falso è stato utilizzato anche il 20 agosto 1974. Su un volo Alitalia da Roma a Palermo. Josè Mario Aveneda Garcia - o, meglio, lo sconosciuto che si nascondeva dietro quel passaporto cileno falso - ha tentato, insomma, di compiere una strage fra Atene, Roma e New York sul volo Twa841 del 26 agosto 1974 dopo essersi imbarcato ad Atene. Ma qualcosa è andato storto e l’attentato è fallito. 

Passano tredici giorni. L’8 settembre 1974 un Boeing 707-331B, il volo Twa841, stessa rotta di quello del 26 agosto 1974, decolla da Roma in direzione New York dopo aver fatto scalo ad Atene proveniente dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Ma a New York non ci arriverà mai. Precipita e si inabissa nel Mar Ionio, 50 miglia a est di Cefalonia, alle 9,40 del mattino, con tutto il suo carico umano: 79 passeggeri e 9 membri dell’equipaggio. Le indagini dell’Fbi, del Rarde britannico e dell’Ntsb, il National Trasportation Safety Board, l’ente statunitense di investigazione sui trasporti dal quale Adnkronos ha ricevuto copia della documentazione originale grazie al Foia, non lasciano spazio a dubbi: “la probabile cause dell’incidente è stata la detonazione di un ordigno esplosivo all’interno del vano portabagagli di poppa del velivolo, detonazione che ha reso incontrollabile l’aereo”. 

L’ultima comunicazione radio con i controllori di volo è delle 9 e 30. Nove minuti dopo, alle 9 e 40 il pilota del volo Pan Am 101 proveniente da Roma e diretto a Beirut comunica ad Atene Atc, l’Air Traffic Control, di aver visto “un velivolo a quattro motori precipitare in fiamme”. Poco dopo sarà più dettagliato. E dirà che l’aereo che ha visto precipitare è un 707 della Pan Am. E che sembrava che il motore si fosse staccato. Una descrizione da brividi: “Ho visto l’aereo cadere, prima una forte cabrata, poi ha rotolato su sé stesso e, quindi, ha puntato il muso verso il basso e ha iniziato una spirale lenta…”. 

Interrogati, anche due passeggeri del Pan Am 101 e altri due membri dell’equipaggio confermeranno di aver visto la stessa scena. Due ore e mezzo più tardi vengono visti affiorare in mare i primi cadaveri straziati e parti frammentate del relitto. Ventiquattro corpi saranno raccolti in mare. Né il flight data recorder né il voice data recorder sono mai stati recuperati essendo stati identificati a una profondità di oltre 10.000 piedi, circa 3.000 metri.  

Sui materiali del relitto recuperati in mare vengono condotte approfondite analisi da parte dei laboratori dell’Fbi e da due esperti esplosivisti del Rarde britannico, un chimico e un ingegnere metallurgico: “ci sono tutte le caratteristiche tipiche di un’esplosione - sottoscrivono i tecnici esaminando migliaia di pezzi - l’esplosione è il solo fenomeno che può provocare questi fenomeni”. “Entrambi i due esperti del Rarde - scrive l’Ntsb nel rapporto di cui è venuta in possesso Adnkronos - sono arrivati indipendentemente alla conclusione che un ordigno è esploso a bordo dell’aereo”. Stesse conclusioni a cui arrivano i tecnici dell’Fbi nella loro indagine parallela dopo accurate analisi metallurgiche: “Le deformazioni e le fratture che si notano nei frammenti metallici…portano a concludere che questi oggetti sono il risultato di un’esposizione alla detonazione di un ordigno esplosivo ad alto potenziale”. 

Le successive indagini dell’Fbi accerteranno che un passeggero, Eduardo Josè Santo, con passaporto cileno falso si è imbarcato ad Atene l’8 settembre 1974 ed è sceso a Roma. Una fonte confidenziale lo definisce un terrorista dei gruppi palestinesi. Sia Eduardo Josè Santo sia Josè Mario Aveneda Garcia, entrambi con passaporti cileni falsi, risiedevano ad Atene da alcuni giorni prima di imbarcarsi da lì sui rispettivi voli Twa841 diretti a Roma. Una fonte confidenziale ha rivelato all’Fbi che Aveneda Garcia è stato “intervistato” da un dipendente dell’ufficio Twa di Fiumicino al quale il terrorista ha detto di aver vissuto 11 anni a Parigi.  

“In realtà - scrive l’Fbi nel suo rapporto declassificato e oggi in mano ad Adnkronos - Aveneda Garcia non risulta avere dimestichezza con il francese. A un certo punto l’intervistatore ha cambiato improvvisamente lingua mentre intervistava Aveneda Garcia e ha iniziato a parlare arabo ma l’uomo non ha dato indicazioni di capire l’arabo”. 

Quanto a Eduardo Josè Santo, che esibisce il passaporto cileno falso numero 18473, il 6 settembre aveva richiesto una prenotazione ad Atene sul volo Twa841 Atene - Roma dell’8 settembre e un’altra prenotazione sempre per lo stesso giorno sul volo Roma-Marsiglia. Una fonte confidenziale rivela all’Fbi che aveva con sé solo uno zaino blu. Lì dentro c’era la bomba che ha ucciso 88 persone compresi tre italiani.  

Una storia che ci riporta, con la mente, a un'altra misteriosa strage sui cieli d'Italia: quella di Ustica del 27 giugno 1980, un mese prima la bomba alla stazione di Bologna. Le allarmanti segnalazioni dei nostri servizi segreti a Beirut, dell'epoca, nella persona del colonnello Giovannone circa le minacce di immediate ritorsioni (anche "in danno di cittadini innocenti") da parte dei palestinesi dell'Fplp che volevano fosse liberato il capo dell'Fplp arrestato a Bologna, si fermano al giorno della tragedia del Dc9 Itavia. Questo stando almeno a quanto denunciato pubblicamente il primo agosto scorso dal senatore Giovanardi che quelle carte con "verità ecltatanti", al pari di altri parlamentari presenti, le ha lette ma non può renderle pubbliche perché - dopo quasi 40 anni - sono ancora coperte dal segreto.