Strage di Natale in Myanmar

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Border police officers observe as they guard near the Thailand-Myanmar border where the fighting between the Myanmar army and ethnic minority rebels still continues in Mae Sot district, Tak province, Thailand, December 19, 2021. REUTERS/Athit Perawongmetha (Photo: Athit Perawongmetha via Reuters)
Border police officers observe as they guard near the Thailand-Myanmar border where the fighting between the Myanmar army and ethnic minority rebels still continues in Mae Sot district, Tak province, Thailand, December 19, 2021. REUTERS/Athit Perawongmetha (Photo: Athit Perawongmetha via Reuters)

Prima li hanno radunati tutti insieme, oltre 30 persone terrorizzate, tra cui diverse donne e anche alcuni bambini, abitanti di un villaggio che si chiama MoSo, nello stato di Kayah, nel Myanmar orientale. Poi li hanno uccisi a sangue freddo e caricato i loro corpi in alcune auto e camionette alle quali è stato poi dato fuoco. Testimoni hanno riferito: “Quando siamo andati a controllare la zona questa mattina, abbiamo trovato corpi bruciati in due camion”, mentre un altro ha raccontato che “sono stati identificati finora 27 teschi umani (…) “ma c’erano altri corpi nel camion, così bruciati che non abbiamo potuto identificarli, e neppure contarne il numero con esattezza”.

Anche due operatori umanitari, che stavano svolgendo attività di soccorso in una comunità vicina e stavano tornando a casa per le vacanze di fine anno, sono rimasti coinvolti nell’attacco e risultano dispersi. “Due membri del nostro staff, che stavano tornando a casa per le vacanze dopo aver svolto un lavoro di risposta umanitaria in una comunità vicina” si legge nel comunicato pubblicato da Save The Children, “sono rimasti coinvolti nell’incidente e risultano dispersi. Abbiamo la conferma che il loro veicolo privato è stato attaccato e bruciato. Secondo quanto riferito, i militari hanno costretto le persone a lasciare le loro auto, arrestandone alcune, uccidendone altre e bruciando i loro corpi”. Si teme che tra i resti dei corpi resi irriconoscibili dal fuoco e per questo non ancora identificati, possano esserci anche i loro.

Orrore senza fine nel giorno e nella notte di Natale nell’ex Birmania inglese, odierno Myanmar, sotto la feroce dittatura dei militari ormai da quasi un anno, dalla mattina del 1º febbraio, quando i Militari hanno messo in atto un colpo di Stato per rovesciare il governo di Aung San Suu Kyi, che era uscito dalle urne poco prima con una schiacciante vittoria popolare. “La Signora” – come viene chiamata affettuosamente nel su Paese la Suu Kyi, arrestata durante il golpe, è stata nuovamente condannata ad una ennesima pena detentiva.

La Strage di Natale ha suscitato orrore e condanna internazionali – salvo l’ormai abituale e assordante silenzio di Cina e Russia – spingendo ancor più i militari verso l’isolamento e l’escalation delle sanzioni occidentali contro il loro governo imposto col sangue.

Ma la settimana di Natale ha visto aumentare le violenze dell’esercito un po’ dappertutto, nel Paese delle Mille Pagode, dove si segnala anche l’esodo in massa delle popolazioni al confine con la Thailandia, dove da più di una settimana lo stato dei Karen viene bombardato a tappeto con aerei e artiglieria dall’esercito birmano. Gli abitanti dei villaggi sono fuggiti oltre il confine thailandese mentre divampavano i combattimenti tra i militari e le forze di etnia Karen, che da tempo si oppongono al governo per ottenere una maggiore autonomia. In molti, in preda al panico hanno, guadato il fiume Moei, tra spari, raffiche di mitra e colpi di mortaio sparati contro di loro dall’esercito, che cercava di fermarne la fuga. Testimoni hanno anche riferito di elicotteri militari che, fin dalla mattinata di ieri, volavano sopra Lay Kay Kaw, una cittadina del Myanmar vicino al confine, controllata dai guerriglieri Karen, dove si sono verificati gli scontri più violenti, innescati la scorsa settimana da un raid dei soldati governativi. Un portavoce del ministero della Difesa thailandese ha dichiarato che più di 4.200 abitanti in fuga dai villaggi di confine sono entrati in Thailandia tra il 16 e il 21 dicembre a causa degli scontri tra il governo militare del Myanmar e le forze di etnia Karen.

La giunta militare in Myanmar è particolarmente infastidita dai Karen perché offrono rifugio ai membri della Lega nazionale per la democrazia (NLD), il partito del deposto leader di governo e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi e ad altri oppositori democratici. Da parte sua, La Thailandia è anch’essa molto infastidita dalla situazione ed ha inviato truppe speciali per proteggere i propri villaggi di confine. Entrambi i paesi intrattengono da molto tempo tra di loro un complesso e difficile rapporto, con alle spalle una lunga tradizione di reciproche ostilità. Senza dimenticare, poi, che la Thailandia ha rilevati interessi economici in Myanmar e che anche il governo di Bangkok è composto principalmente da ex militari che sono saliti al potere attraverso il colpo di stato del 2014.

Secondo le testimonianze raccolte dalla Bbc, le violenze dei militari in Myanmar sono quasi sempre accompagnate da sevizie e torture contro i prigionieri catturati. Riprese video e immagini riprese rischiosamente di nascosto dalla popolazione locale con i telefonini e poi diffuse, mostrano che la maggior parte delle persone uccise è stata prima torturata e poi sepolta in fosse comuni. La stessa emittente britannica è riuscita a parlare con 11 testimoni a Kani, mettendo a confronto i loro racconti con i filmati e le foto dei telefonini raccolte da Myanmar Witness, una Ong britannica. La strage più terribile è avvenuta il 21 dicembre scorso nel villaggio di Yin, dove almeno 14 uomini sono stati prima legati, poi ferocemente torturati e infine gettati in un burrone dopo essere stati picchiati a morte. Un testimone, un uomo che è riuscito a sfuggire alla mattanza dei militari, ha dichiarato che i soldati hanno inflitto alle vittime orribili abusi per ore, prima che morissero. Secondo le dichiarazioni del governo, si sarebbe trattato di una “operazione anti-terrorismo” come risposta gli attacchi ai militari da parte dei miliziani civili delle People’s Defense Force. Ma le famiglie delle vittime negano che quelli torturati ferocemente e poi uccisi fossero partigiani.

Un altro raid dell’esercito – durato 40 minuti - è avvenuto venerdì nel villaggio di Hnan Khar con l’ausilio di tre elicotteri militari. E tra i velivoli utilizzati dalla giunta militare per mettere in opera le stragi, ve ne sarebbe almeno uno, un Atr-72 600, prodotto in Francia dalla joint venture tra la francese Airbus e l’italiana Leonardo Corporation. Il particolare inquietante, che rappresenterebbe l’ennesima violazione internazionale – anche da parte dell’Italia – dell’embargo sulle armi imposto nei confronti del Myanmar, è emersa dopo che, lo scorso 16 dicembre, il comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, ha inaugurato alcuni nuovi velivoli da guerra, opportunamente modificati ed aggiornati, prodotti in Francia, Russia e Cina. Le associazioni Italia-Birmania, Amnesty International, Rete italiana Pace e Disarmo e Atlante delle Guerre hanno scritto ai ministri Di Maio, Giorgetti e Guerini per chiedere conto dell’inquietante vicenda.

Da quando l’esercito in Myanmar ha preso il potere con la forza, il 1° febbraio, e ha rovesciato il governo eletto del premio Nobel Aung San Suu Kyi, nel Paese regnano il caos e la violenza. Almeno 1.375 persone sono già state uccise e più di 8.000 manifestanti e oppositori sono stati arrestati e incarcerati, secondo i dati dell’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici.

Da parte loro, i militari golpisti non hanno negato la repressione e le stragi, limitandosi al lapidario commento del loro portavoce che ha letteralmente dichiarato: “Può succedere”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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