Strage USA: Obama, tra lobby delle armi e stragi di bambini

L’ennesima strage. La quarta provocata da armi da fuoco da quando il presidente Barack Obama è in carica. L’America è ancora immersa nel dolore per la carneficina del Connecticut. Il presidente ha partecipato ad una veglia interreligiosa a Newtown, teatro del grave fatto di sangue che ha provocato la morte di 27 persone, tra cui 20 bambini.

“Sono venuto per offrire l’amore e le preghiere di una nazione”, ha detto Obama. “Non siete soli nel vostro dolore. Non possiamo più tollerare ciò, queste tragedie devono finire e per finire dobbiamo cambiare”. Tutto ruota, come sempre, attorno al Secondo emendamento, sancito dalla Costituzione americana, risalente al 1791. Le tesi sono essenzialmente due: c’è chi sostiene che, essendoci troppa criminalità, e soprattutto troppe stragi, è fondamentale adottare norme più restrittive per limitare il numero di armi presenti nel Paese. Dall’altra parte, invece, ci sono quelli che sostengono che uno Stato con più armi, detenute legalmente, è uno Stato con più sicurezza e meno criminalità. Obama ha parlato della necessità di “garantire la sicurezza dei bambini”, dicendo che “è qualcosa che dobbiamo fare tutti insieme”. Poi ha anticipato che nelle prossime settimane userà tutti i poteri del suo ufficio “per impegnare tutti i cittadini, in uno sforzo per prevenire altre tragedie come questa”, che “non possono diventare routine perché da quando sono presidente è la quarta volta”.

Insomma, il segnale che arriva dalla Casa Bianca è chiaro: la legge sulle armi va, quantomeno, rivista. Magari inserendo nuove regole. E il dibattito sulla libertà a possedere un’arma da fuoco, considerato un diritto inalienabile da una gran parte di americani, torna ad accendersi. C’è da dire che Adam Lanza, il ragazzo ventenne con problemi psichici autore della strage nella scuola di Newtown, ha usato due pistole e un fucile mitragliatore d’assalto regolarmente acquistati dalla madre Nancy, anche lei uccisa dal ragazzo che, poi, si è suicidato. Dannel Malloy, governatore del Connecticut - uno Stato tra i più restrittivi in tema di possesso e uso di armi - ha rivelato che Lanza ha trovato l’ingresso della scuola sbarrato e per entrare “ha letteralmente sparato sulla porta”. Il portavoce della polizia del Connecticut, Paul Vance, ha detto che il killer ha sparato centinaia di colpi con le due pistole Glock 10 mm e Sig Saur 9 mm, oltre al fucile Bushmaster d’assalto.

L’America deve fare i conti con l’ennesima strage nelle scuole, dopo quella del 20 aprile del 1999 quando due studenti si introdussero nella Columbine High School di Littleton, Colorado, e uccisero 12 studenti. E ancora, l’ultima in ordine temporale, ad Aurora, sempre in Colorado, quando lo scorso luglio uno squilibrato ha ucciso 12 persone in fila per andare al cinema. Vere e proprie carneficine che si consumano spesso nei luoghi dove le armi non dovrebbero, almeno in teoria, entrare. Michael Bloomberg, sindaco di New York, ha ricordato che ogni giorno 34 persone vengono uccise negli Usa a colpi di arma da fuoco. La National Rifle Association, la potente lobby delle armi americana, si è trincerata dietro il silenzio: “Non parleremo finché non saranno chiariti tutti i fatti”, è il commento di un portavoce. C’è anche chi, tra coloro i quali sono favorevoli all’uso delle armi, sostiene che più armi avrebbero impedito il massacro. Qualcuno, addirittura, è arrivato a dire che se le maestre della scuola fossero state armate, si sarebbero potute salvare molte vite.

Larry Pratt, direttore esecutivo di Gun Owners of America ha detto che “i sostenitori della necessità di controllare le armi hanno le mani sporche del sangue dei bambini”. Parole forti che sottolineano questa tesi: chi si batte contro le armi “fa in modo che nessun maestro, nessun amministratore, nessun adulto della scuola di Newtown avesse una pistola. Questa tragedia indica l’urgenza di eliminare il divieto di armi nelle aree educative”. Parole che stridono con quelle di Obama che con il “dobbiamo agire, non si può più aspettare”, intercetta anche l’appello di Mark Kelly, marito dell’ex deputata democratica Gabrielle Giffords, vittima di una delle tante stragi causate dalla follia di pazzi omicidi. L’appello ai politici è partito da Facebook: “Le condoglianze non servono, tutte le vittime della violenza delle armi meritano che i nostri leader inizino a pensare a come riformare le leggi sulle armi. Non si può aspettare”.

Quindi cosa farà la Casa Bianca? Barack Obama - accusato da molti, tra cui il sindaco di New York Bloomberg, di non aver assunto una posizione più dura di condanna verso l’uso delle armi - ha sempre avuto un atteggiamento abbastanza accomodante con la National Rifle Association e con, in generale, la libertà ad andare al supermercato armati fino ai denti sancita dal Secondo emendamento. Secondo un sondaggio del Pew Research Center dello scorso luglio, subito dopo la strage del cinema di Aurora, il 47% degli americani dice che la cosa più importante è controllare la detenzione di armi; il 46% afferma, invece, che la cosa più importante è proteggere il diritto a possedere un’arma.

Una spaccatura netta dell’opinione pubblica a stelle e strisce. Con la quale dovrà fare i conti il presidente. Anche se risulta difficile credere che l’uso delle armi sia ora una priorità nel Paese. Potrà passare anche un po’ di tempo prima che si intervenga. Jay Carney, portavoce di Obama, ha detto: “Dobbiamo unirci e intraprendere azioni significative per prevenire altra tragedie come questa”. Ma è probabile che si prenda ancora tempo. La Casa Bianca deve affrontare il delicato tema del fiscal cliff, il baratro fiscale. Quasi impossibile ipotizzare che Obama voglia inimicarsi i repubblicani con una legge “anti armi” proprio adesso che serve il loro consenso per evitare il baratro. Il rischio, quindi, è che la revisione del Secondo emendamento, quasi sacro come il diritto ad armarsi, dovrà aspettare.

Ricerca

Le notizie del giorno