Struggente istantanea sulla madre nota del Milite ignoto

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La scelta di Maria, centenario del Milite ignoto. Maria Bergamas, Sonia Bergamasco (Photo: HP)
La scelta di Maria, centenario del Milite ignoto. Maria Bergamas, Sonia Bergamasco (Photo: HP)

“Mia carissima ed amatissima mamma, domani partirò per chissà dove, quasi certo per andare alla morte”. Per arrivare all’elaborazione collettiva del lutto, la relativamente giovane nazione italiana dovette passare per un dramma personale, spesso anonimo, anzi Ignoto, come il milite - Ignoto militi - che è il culmine monumentale e marmoreo della vicenda di Antonio e Maria, la donna scelta tra altre donne - da una commissione di uomini - per scegliere tra undici bare allineate ai lati dell’altare maggiore della basilica di Aquileia il feretro che presumibilmente del figlio amato e perduto conteneva i resti.

La vicenda di un figlio e di una madre che diverranno momento fondativo di un Paese. “Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più”, continua l’ultima, straziante e lucida, missiva del giovane maestro elementare, friulano e irredentista, alla madre contadina. Di lì a poche ore, forse giorni, cadrà disperso sul Monte Cimone. Perché proprio loro? “Si dà un grande rilievo proprio a questa lettera, che è stato il mio primo approccio con Maria Bergamas, così lontana da me, anche nella sua lingua, eppure in grado di attraversarmi, probabilmente attingendo a una forma di memoria profonda, materna”, racconta all’HuffPost Sonia Bergamasco, protagonista del docu-film “La scelta di Maria”, regia di Francesco Miccichè.

A proposito dell’essere madri, “all’anteprima, alla Festa del Cinema di Roma ho portato con me, le mie figlie, Valeria e Maria, ci tenevo che anche loro conoscessero questa storia, ma temevo che si sarebbero annoiate, rispetto ai ritmi e ai standard narrativi a cui sono abituate, da adolescenti. Invece sono rimaste molto colpite”. Il docu-film andrà in onda su Rai1 la sera del 4 novembre. Esattamente cento anni dopo la tumulazione del Milite Ignoto ai piedi del Vittoriano, a piazza Venezia, ultima tappa di un viaggio in treno che parte il 28 ottobre, data di un’altra marcia, giusto un anno dopo, che cambierà di nuovo drammaticamente il Paese.

L’idea di trasportare la salma di un soldato senza identità, sulla scorta di recenti precedenti francesi e inglesi, dai campi di battaglia al luogo più rappresentativo della capitale, l’Altare della Patria, inaugurato giusto dieci anni prima, nel 1911, omaggio al re Vittorio Emanuele II, venne al colonnello d’artiglieria Giulio Douhet e dopo un anno di lungaggini politiche - succedeva anche allora - fu il ministro della Guerra Luigi Gasparotto (un civile, interpretato da Cesare Bocci) a mettere in pratica l’operazione.” Una scelta politica - continua Sonia Bergamasco - per dare spazio e luogo a un ricordo che potesse unire gli italiani all’indomani di una guerra terrificante, quando ancora a tre anni di distanza dalla fine c’erano corpi massacrati e abbandonati nei territori di confine”.

“Poche”, laconiche e terribili, “le regole” della ricerca del milite ignoto, di cui si occuperà il tenente Tognasso (Alessio Vassallo). “Dovevano essere corpi irriconoscibili, corpi senza nome, e undici come i campi di battaglia più sanguinosi”. Intanto veniva scelta anche Maria, “la madre di un irredentista”, che aveva disertato l’esercito austriaco per andare a combattere nell’esercito italiano sotto falso nome. Maria, una delle tante madri, “senza particolare rilievo sociale, ma anche simbolo di quelle terre”. Sonia Bergamasco ha lavorato nei luoghi dove la storia si è dipanata e ne sottolinea il legame con le genti di una “regione di confine, che vediamo anche oggi, aspra e vitale nel suo sentire la storia, anche drammaticamente”. ”È una vicenda che una certa generazione soprattutto nel Friuli Venezia Giulia, conosce a memoria. Ed è una memoria storica ed emozionale. Abbiamo girato nelle zone di guerra, nel Carso, nella basilica dove è avvenuta la cerimonia e abbiamo sentito da subito che la partecipazione delle persone, dal sindaco di Aquileia ai figuranti, era di tipo diverso dal solito. Calda, sentita, un valore aggiunto”.

Aquileia dunque, il luogo della terribile scelta, documentato da filmati dell’epoca, da materiali di repertorio usati anche nel docu-film. Con un mazzo di fiori in grembo, vestita di nero, il velo nero sul capo, si vede la donna 54enne, figlia del fabbro Giacomo Blasizza e di una lavandaia, avanzare provata davanti alle bare, poi arrestarsi ispirata di fronte alla seconda da sinistra. “Nel trepido palpitare dei cuori, la madre mormorò: Eccolo!”, si legge nell’allora sapienti - oggi un po’ naive - salti di montaggio dell’Istituto Luce, mentre rintoccano le campane. Scena iniziale di uno dei primi eventi mediatici di massa nel nostro Paese. Subito dopo la scelta, la bara viene infatti collocata sull’affusto di un cannone per poi - seguita da un corteo di reduci, madri e mogli di caduti - essere posta sul vagone che taglierà da nord-est la penisola. Quattro giorni di viaggio sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma. Ottocento chilometri, percorsi lentamente, tra ali di gente inginocchiata, addolorata, commossa.

La catarsi collettiva a cui Maria non partecipa. Prendendo una seconda decisione persino più straordinaria, che restituisce il senso di una donna combattente, decisa. La “madre d’Italia” rinuncia ai riflettori. Ancora Sonia Bergamasco: “Maria non pensava di diventare un simbolo. Assolutamente. Sceglie tra queste undici bare, e chissà, nessuno saprà mai, cosa aveva nella testa. Sicuramente stava pensando al figlio, ma sapeva che il figlio non c’era. Poi, sceglie di non partire - come le era stato chiesto - e di rimanere a Udine. Infine, a suo tempo, chiederà di essere sepolta accanto agli altri dieci corpi non scelti”.

Una cosa enorme. Che sembra prendere inconsciamente le distanze dalla narrazione retorica che seguirà. Non tanto dai gradoni di marmo del sacrario Redipuglia, o dalla necropoli del Cimitero degli Invitti, che contengono centinaia di migliaia di vittime, resti umani scanditi dall’esclamazione “Presente”. Piuttosto dal mito della Grande Guerra, abusato per altri scopi politici successivi, e infine umanizzato nel 1959 da Mario Monicelli e dalla coppia Sordi-Gassman, il romano Oreste Jacovacci e il milanese Giovanni Busacca. Il fascismo e il neorealismo e la commedia all’italiana. “Il nostro desiderio era di togliere il più possibile retorica a una storia che di per sé è carica di retorica e rendere più umano possibile tutto questo travaglio”. Seicentomila caduti. Duecentomila, si calcola, privi di identità. Come i dieci soldati seppelliti nella basilica di Aquileia che il presidente della Repubblica Mattarella proprio oggi andrà a visitare. “Maria è lì, accanto a loro”, conclude Sonia Bergamasco.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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