Studentessa contrae l’Hiv in laboratorio: denunciate due università

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Sta facendo il giro del web la tragica storia di una studentessa padovana che ha deciso di fare causa a due università (una italiana e una straniera) dopo aver contratto il virus dell’Hiv in laboratorio durante la preparazione della sua tesi di laurea. I fatti risalgono a sette anni fa ma solo venuti alla luce soltanto nella giornata del 17 dicembre, quando la ragazza ha voluto rendere nota la sua storia affinché funga da monito verso tutti i giovani che affidano la propria salute nelle mani delle strutture scolastiche.

Studentessa contrae l’Hiv in laboratorio

La vicenda è iniziata durante le vacanze di Natale di sette anni fa, quando la ragazza decide di andare a donare il sangue. Qualche giorno dopo il prelievo però, dall’ambulatorio le viene comunicato di essere sieropositiva; una notizia che cambia per sempre la sua vita: “Mi è crollato il mondo addosso. Ripenso subito agli esperimenti che avevo fatto sette mesi prima mentre ero all’estero: mi erano stati fatti manipolare pezzi del virus. Ma erano virus che non potevano replicarsi, detti difettivi. In teoria un’operazione senza rischi”.

In breve tempo la ragazza rimane sola, venendo lasciata dal suo fidanzato col quale stava insieme da sei anni, e successivamente cade in depressione. Tuttavia, la giovane trova comunque la forza di rivolgersi alle università considerate da lei responsabili del contagio, ma dagli atenei non arriva nessuna risposta. A quel punto iniziano a partire le prime denunce.

L’analisi del virus

Dopo cinque anni di analisi sulla sequenza genetica, viene scoperto che il virus dell’Hiv che ha contratto non appartiene al ceppo comunemente circolante tra gli esseri umani ma è invece identico a quello creato nel laboratorio dove lavorava. Una prova determinante che però lascia presupporre un dubbio inquietante: cioè che il virus non sia stato tramesso a causa di una puntura o della rottura di un guanto, ma tramite inalazione di aerosol.

Ora il caso è nelle mani del Tribunale di Padova, anche se rimane ancora lontana una sua risoluzione definitiva. Nel frattempo la ragazza sottolinea come la sua vita sia stata distrutta: “C’è una cosa che continua a tormentarmi: nessuno preparò me e gli altri studenti che entrarono in quel laboratorio a quegli esperimenti. Né l’Università italiana, né quella straniera dove è avvenuto l’incidente si sono fatte sentire. Sapevano tutto, ma mi hanno lasciata sola. Per cui oggi, che chiedo finalmente che mi sia riconosciuta giustizia, ai rettori dico anche: non dimenticatemi e fate in modo che non accada mai più”.