##Suicidio assistito, politica tempo scaduto: parola alla Consulta

Fcz/cro

Milano, 20 set. (askanews) - Undici mesi non sono bastati: il periodo di tempo concesso dalla Corte Costituzione al Parlamento per legiferare in materia di suicidio assistito e fine vita è trascorso invano. Complice anche la crisi del governo giallo-verde, che ha portato alla nascita del nuovo esecutivo a tradizione Pd-M5S, nessun provvedimento è stato adottato per colmare un vuoto normativo tutto italiano. Così il caso di Marco Cappato torna all'esame della Corte Costituzionale. L'udienza pubblica è fissata per martedì prossimo, 24 settembre, ore 9.30: la decisione dei giudici della Consulta potrebbe arrivare nella stessa giornata, nel pomeriggio, o - vista la concomitanza di altre udienze - slittare a mercoledì pomeriggio o giovedì.

Il nodo giuridico da sciogliere è quello della legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicido che, per una norma che risale al 1930, nel Codice penale italiano è equiparato a quello di istigazione al suicidio.

Furono i giudici della Corte d'Assise di Milano, al termine del processo contro l'esponente, a sollevare davanti alla Consulta una questione di legittimità costituzionale sull'articolo 580 del Codice penale. Ma, a sorpresa, nell'udienza del 24 ottobre 2018, anzichè affrontare la questione nel merito, i giudici costituzionali decisero di rimettere il caso nelle mani della politica. Sospendendo il giudizio per un periodo di 11 mesi - termine che scade, appunto, il 24 settembre - proprio "per consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un'appropriata disciplina" sul fine vita, rivendendo "l'attuale assetto normativo" che "lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti". Ecco perchè la decisione fu quella "di rinviare la trattazione della questione di costituzionalità dell'articolo 580 codice penale all'udienza del 24 ottobre 2019". Un appello ingnorato dalla politica e dunque caduto nel vuoto.

Il destino di Cappato è dunque legato alla pronuncia della Consulta. L'esponente Radicale e tesoriere dell'associazione "Luca Coscioni" si rese protagonista di un'azione di azione di disobbedenza civile aiutando il disk jockey milanese Fabio Antoniani, Dj Fabo, ad ottenere il suicidio assistito in una clinica svizzera specializzata. Fu lo stesso Cappato ad autodenunciarsi davanti ai carabinieri dopo aver accompagnato a morire nei pressi di Zurigo il 40enne milanese, facendo così scattare le indagini della Procura di Milano che lo portarono sotto processo per aiuto al suicidio, reato punito dalla legge italiana con pene fino a 12 anni di carcere.

Nel processo milanese, davanti ai giudici togati e popolari presieduti da Ilio Mannocci Pacini, l'esponente Radicale rivendicò la legittimità del proprio operato, sottolineando di aver semplicemente aiutato Dj Fabo, rimasto tetraplegico e completamente cieco dopo un grave incidente d'auto del giugno 2014, ad esercitare il suo diritto all'autodeterminazione. Fabiano, come emerse nel corso del processo anche attraverso le testimonianze della fidanzata Valeria Imbrogno e della madre Carmen Carollo, voleva farla finita. Lui, appassionato di motocross e di musica, amante di viaggi in India e in altre località esotiche, non sopportava l'idea di continuare a vivere tra sofferenze e agonie. Così decise di rivolgersi a Cappato, che immediatamente gli fornì un supporto non solo logistico e organizzativo, contattando direttamente la clinica Dignitas, un centro specializzato in questo tipo di interventi a pochi chilometri da Zurigo, e sbrigando tutta una serie di pratiche burocratiche, ma anche materiale, dato che fu l'esponente Radicale ad accompagnare fisicamente Fabiano nel suo ultimo viaggio, guidando la macchina lo portò da Milano alla Svizzera.

La stessa Procura di Milano, rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Sara Arduini, aveva chiesto l'assoluzione dell'imputato: "Cappato - aveva sottolineato in aula Silciliano in un passaggio della sua requisitoria - ha aiutato Fabiano a esercitare un proprio diritto. Non il diritto al suicidio, ma il diritto alla dignità e il diritto a una morte dignitosa. Anche la dignità della morte si inserisce nel principio più ampio della dignità dell'uomo".

L'ultima parola spetta ai 15 giudici della Consulta: dovranno loro stabilire se il reato di aiuto al suicidio, così com'è regolato dalla normativa italiana risalente al 1930, viola o meno i principi di libertà di scelta e autodeterminazione sanciti dalla Carta Costituzionale. Il rebus giudirico da chiarire, alla luce dell'assenza di una norma specifica, è se aiutare un malato terminale ad ottenere il suicidio assistito è un reato penale oppure se, al contrario, è un'azione necessaria per metterlo in condizione di esercitare il suo diritto fondamentale della libertà di scelta per una morte dignitosa.

Comunque vada, sarà una sentenza di portata storica proprio perchè fisserà dei paletti interpretativi su un tema etico e delicato come quello del fine vita.