"Sul clima il G20 ha un problema gigantesco a Est"

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10/07/2021 Bologna, Teatro Comunale
10/07/2021 Bologna, Teatro Comunale

Se il G20 di Roma non riuscirà a raggiungere un accordo sulla lotta ai cambiamenti climatici con le potenze orientali come Cina, Russia e India, le conseguenze potrebbero essere molto serie. Non solo perché il popolo di Greta resterebbe deluso e la Cop26 a Glasgow sarebbe pregiudicata, ma in quanto “il vero problema sarebbe di Biden”. Se i cinesi si sfilano, il presidente degli Stati Uniti potrebbe avere “difficoltà a imporre al Congresso la transizione ecologica”. In Europa invece “i paesi membri potrebbero chiedere conto alla Commissione Ue dei sacrifici richiesti, se vedono che i competitor asiatici non li fanno”. In altre parole, si rischia “un imponente cortocircuito culturale ed economico”, ci dice il direttore di Repubblica Maurizio Molinari in quest’intervista sul vertice internazionale a presidenza italiana che si terrà sabato e domenica nella capitale. Un summit che è anche “un difficile test di leadership per Mario Draghi”, in questo momento il “più forte, credibile ed esperto” tra i leader dell’Unione Europea, ma si trova di fronte ad una “compagine vulnerabile”.

L’assenza fisica di Putin e Xi Jinping, che saranno collegati da remoto, le divisioni tra est e ovest sul clima, materia su cui saranno puntati i riflettori per la concomitanza della conferenza sull’ambiente la prossima settimana in Scozia: sembra ci siano i presupposti perché questo G20 sia un fallimento. È così?

No, perché c’è accordo su tre dei quattro punti dell’agenda di questo G20: pandemia, crescita, clima e Afghanistan. Il più evidente è sulla pandemia: l’impegno a condividere i vaccini con i paesi del sud del mondo va incontro alle istanze della Turchia, dell’Arabia Saudita, dell’Indonesia e anche dell’India. Su questo fronte, se finisce così, il summit avrà successo, segnerà un’intesa nella lotta alla pandemia attorno all’obiettivo dell’Onu che è vaccinare il 70 per cento della popolazione entro settembre 2022 con i vaccini occidentali: quelli russo e cinese non hanno funzionato e Mosca e Pechino ‘soffrono’ questa intesa. Sulla ripresa economica pure c’è un risultato da esibire: la scelta del Fondo Monetario Internazionale di erogare 650 miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo per i paesi più deboli è una mossa economica inedita, straordinaria. In questo momento, ci sono due grandi crisi aperte: in Argentina e in Libano, paesi che minacciano scossoni. Stanziare questi fondi straordinari significa sostenere la ripresa a livello globale. In più, i paesi occidentali hanno incassato l’appuntamento a metà novembre per la riforma del Wto che i cinesi non volevano. Sull’Afghanistan il risultato è molto più debole, non si andrà oltre quanto deciso al G20 straordinario del 12 ottobre scorso, ma oggettivamente è molto poco perché l’idea di aiutare gli afgani senza riconoscere i talebani è operazione molto vulnerabile.

Sul clima?

Il vero cortocircuito si profila sul clima, che è il tema più sentito dall’opinione pubblica dell’Occidente. Il rischio è molto serio perché il giorno in cui si chiude il G20 si apre la Cop26 e il cortocircuito sta nella differenza di impostazione tra Europa e Usa, da una parte, e Cina, dall’altra. C’è un gap di dieci anni. Sul metodo i due fronti sono molto simili: dicono che servono 10 anni di transizione ecologica per raggiungere le zero emissioni. Ma le date sono sfasate di dieci anni: noi puntiamo a raggiunge degli obiettivi già nel 2030, loro vogliono iniziare la transizione nel 2030. L’Occidente poi è compatto sull’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica nel 2050, la Cina invece punta al 2060. È una differenza imponente dietro la quale ci sono sistemi industriali diversi: la Cina è ancora molto dipendente dal carbone, i russi dal gas e petrolio, gli occidentali con grande fatica stanno cercando di emanciparsi da queste fonti di energia a partire da ora, come chiede il Green deal e pur con tante divisioni all’Interno dell’Ue. E poi c’è la posizione dell’India, che ha una sua teoria. Nuova Delhi reclama il diritto di inquinare perché, dice, l’Occidente ha già inquinato, è partito prima, ha consumato prima, ora ‘tocca a noi’ sviluppare la nostra industria.

Una miscela esplosiva.

Il rischio di cortocircuito sul clima fra occidentali cinesi russi indiani è reale. E sarebbe un cortocircuito culturale, economico, imponente. Può mettere in difficoltà la presidenza italiana, mette a rischio la Cop26 ma il vero problema è di Biden. Perché, se il presidente degli Stati Uniti non riesce a stringere un accordo con Pechino, avrà difficoltà a imporre al Congresso la transizione ecologica e potrebbe essere tentato di tornare indietro. Mentre qui in Europa, i paesi membri potrebbero chiedere conto alla Commissione Ue dei sacrifici richiesti, se vedono che i competitor asiatici non li fanno.

Forse la narrazione occidentale è troppo concentrata su se stessa, sui nostri presunti ritardi nella lotta ai cambiamenti climatici. Si rischia di non vedere che il problema è a est.

Il vero rischio non è solo il popolo di Greta che protesta. Il punto è che sia Biden che l’Europa sono andati molto avanti nelle decisioni per la transizione ecologica, ma nella narrativa pubblica non è abbastanza chiaro il problema gigantesco che abbiamo a est.

Un mancato accordo sarebbe anche ulteriore benzina sul fuoco nei rapporti tra Usa e Cina.

Certo, ma anche fra Europa e Cina. Ma come? Noi rinunciamo al diesel e cambiamo tutto il nostro parco macchine e loro vanno ancora a benzina? Immagina cosa possa significare per il mercato delle automobili.

L’Unione Europea al G20: che immagine ti viene in mente?

Oggi l’Europa è Draghi. Potremmo dire che l’Europa è nell’intesa privilegiata tra Draghi e Macron, però il presidente francese sta andando incontro a elezioni molto incerte. Il punto di fondo è che il leader più forte, credibile, esperto è Mario Draghi e questo lo carica di una responsabilità senza precedenti per un leader italiano. A memoria non ricordo una situazione simile. È complesso però perché la sua autorevolezza è lo specchio della debolezza di tutti i paesi europei. Quando si tratta di armonizzare le posizioni europee, Draghi si trova di fronte ad una compagine vulnerabile. Per questo ha scelto di avere un’intesa privilegiata con Macron, anche in vista di questo G20 e sull’ambiente. Il tutto in attesa che la Germania esprima la sua politica: in questo momento la Germania non c’è.

Non c’è, eppure blocca la proposta di stoccaggio comune di gas avanzata da Italia, Francia, Spagna, come è accaduto ieri al Consiglio dei ministri dell’energia.

Anche qui l’iniziativa è italiana, francese, spagnola. In questo momento sono questi i paesi che guidano. La situazione è senza precedenti perché non c’è più il contrappeso britannico, i paesi sovranisti non esprimono delle politiche ma protestano e basta e l’assenza della Germania si vede anche da tutti gli attacchi polacchi: la Polonia alza la voce perché la Germania non c’è. Dunque il leader d’Europa è Draghi ma esercitare la sua leadership è molto difficile perché ha a che fare con una compagine molto indebolita.

Sembra un luogo comune italiano, ma a questo punto ti chiedo: la presidenza italiana del G20 può fare la differenza?

Secondo me sì. Draghi sarà davvero il grande mediatore. C’è la difficoltà dovuta al fatto che Putin e Xi Jinping non saranno fisicamente presenti. Però l’indiano Modi sarà qui. Se Draghi riuscisse a coinvolgere l’India in un accordo sul clima, sarebbe un risultato dal profilo internazionale di primissimo ordine. Questo G20 è un test di leadership internazionale per Draghi, molto difficile, ma lui ha una serie di asset: ha il sostegno dell’amministrazione Biden, di Macron e ha dalla sua l’interesse della Gran Bretagna a che il G20 sia un successo perché Londra è co-presidente della Cop26. La partita è comunque difficilissima.

Almeno si può dare per certa la schiarita tra Biden e Macron dopo lo scontro sui sottomarini e l’alleanza indo-pacifica siglata dagli Usa con Gran Bretagna e Australia in funzione anti-cinese? I presidenti di Francia e Usa si vedranno a Roma venerdì.

Sul Pacifico, gli Stati Uniti e la Francia sono destinati a collaborare più di quanto sembra perché la Francia è l’unico paese europeo che è anche un paese del Pacifico. Parigi ha basi militari a Tahiti e in Nuova Caledonia, nell’isola di Reunion vivono un milione di francesi. È vero che la Gran Bretagna è l’alleato più esposto nel sostenere gli Usa nel braccio di ferro con la Cina su Taiwan, ma nel lungo termine il paese che serve agli Stati Uniti nel Pacifico è la Francia. Credo che la rappacificazione tra Biden e Macron sia inevitabile. Gli americani dovranno trovare un modo di rimediare allo sgarbo che hanno fatto ai francesi, ma è nell’interesse degli Stati Uniti collaborare con i francesi e viceversa. Ma tutta l’Europa deve darsi una politica sul Pacifico. Gli Usa non stanno abbandonando l’Ue, ma hanno scelto di dare prevalenza al Pacifico per la sfida cinese e stanno chiedendo all’Europa di stare con loro. Dire ‘ci stanno abbandonando’, significa non ragionare all’altezza della situazione.

Penso che gli europei se la siano presa perché non sono stati avvertiti da Biden sulla nascita di Aukus.

‘Ca va sans dire’ ma ora badiamo alla sostanza.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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