Sul clima India e Brasile non ne vogliono sapere. La Ue confida nella Cina

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BRUSSELS, BELGIUM - OCTOBER 26: European Commission President Ursula von der Leyen speaks at the Belgian Biopharma Strategy conference on October 26, 2021. (Photo by Dursun Aydemir/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)
BRUSSELS, BELGIUM - OCTOBER 26: European Commission President Ursula von der Leyen speaks at the Belgian Biopharma Strategy conference on October 26, 2021. (Photo by Dursun Aydemir/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)

“Fin dal momento in cui Biden è stato eletto alla Casa Bianca, non abbiamo sprecato un giorno per preparare la Cop26”, spiega una fonte europea alla ‘vigilia’ dei due grandi appuntamenti globali per la lotta ai cambiamenti climatici: il G20 di Roma sabato e domenica e poi la Conferenza dell’Onu sull’ambiente a Glasgow, a partire dal 31 ottobre. Se con Donald Trump le possibilità di riuscita erano “pari a zero, con Joe Biden sono aumentate di decine di percentuali da quando è stato eletto”. Il freno non è nell’Ue o negli Usa ormai, ma nel resto del mondo.

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“India, Messico, Brasile, Arabia Saudita, Indonesia”, paesi emergenti tra i più grandi inquinatori del pianeta secondo l’elenco che si fa in Commissione a Bruxelles, non hanno ancora annunciato i loro piani di azioni per la riduzione delle emissioni. Paradossalmente, lasciano capire le fonti europee, il dialogo è molto più avviato con la Cina, che oggi dovrebbe presentare i propri “Contributi determinati a livello nazionale” (Ndc, la sigla in inglese), vale a dire i piani nazionali non vincolanti sulle azioni per il clima, compresi gli obiettivi relativi alla riduzione delle emissioni di gas serra, le politiche e le misure che si intende attuare in risposta ai cambiamenti climatici e come contributo raggiungere gli obiettivi globali fissati nell’accordo di Parigi.

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“Sulla relazione con Xi si può lavorare”, dicono a Bruxelles gli sherpa attivi nella preparazione dei due vertici internazionali. “Stiamo ancora aspettando India, Messico, Brasile, Indonesia, Arabia Saudita e anche parte dell’Africa, per quanto riguarda la previsione di emissioni nella seconda parte di questo secolo. Non abbiamo la bacchetta magica, ma ci impegniamo…”.

Se l’ottimismo sul dialogo con la Cina sia dovuto alla necessità di non rompere con Pechino, per via degli interessi commerciali europei a oriente, oppure ad una realtà volontà di collaborazione da parte di Xi Jinping, lo diranno le cronache dei prossimi giorni. L’obiettivo resta quello di trovare un accordo che consenta di limitare il riscaldamento globale al di sotto di un 1 grado e mezzo. Era il target degli accordi di Parigi nel 2015, finora non rispettato. Ma secondo gli uffici della Commissione Europea, presieduta da Ursula von der Leyen che ha fondato la sua mission politica sul Green deal, di certo ora c’è maggiore sensibilità sulla lotta ai cambiamenti climatici rispetto a sei anni fa. Un abisso rispetto al passato, che tuttavia non è ancora sufficiente. Gli obiettivi europei restano i più ambiziosi del mondo: neutralità climatica nel 2050, riduzione del 55 per cento entro il 2030. Ma tutto dipende dagli altri paesi: a Glasgow ci saranno i rappresentanti di quasi tutti gli Stati sovrani riconosciuti (200 sui 208).

E allora, proprio oggi l’India, il terzo produttore mondiale di gas serra dopo Cina e Stati Uniti, ribadisce che non vuole darsi scadenze per il raggiungimento della neutralità climatica. Il premier Narendra Modi respinge così gli appelli globali per fissare una data sulla produzione di ‘emissioni zero’ di carbonio, convinto che sia più importante tracciare un percorso per ridurre tali emissioni e scongiurare un pericoloso aumento delle temperature globali.

A differenza di Xi Jinping e Putin, Modi sarà presente fisicamente sia a Roma che a Glasgow, a dimostrazione del fatto che la questione climatica è in cima alle priorità del primo ministro indiano, sottolineano da Nuova Delhi. Ma queste sono le sue condizioni. L’India si è impegnata a ridurre l’intensità delle emissioni del suo Pil del 33-35 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005, raggiungendo una riduzione del 24 per cento entro il 2016. Secondo alcune fonti, potrebbe arrivare anche al 40 per cento, dipende dagli investimenti e dalla possibilità di accedere a tecnologie più recenti. Di certo, l’India è particolarmente sensibile al tema dei finanziamenti per i paesi in via di sviluppo per aiutarli nella transizione: Nuova Delhi fa sapere che misurerà il successo della conferenza di Glasgow in base a quanto produrrà su questo aspetto.

Questione ben nota ai negoziatori europei. L’aiuto ai paesi emergenti è parte fondamentale delle trattative di Glasgow. Il piano verrà annunciato lunedì da Gran Bretagna, Germania, Canada: sarà l’offerta dei paesi sviluppati per tentare quelli più deboli. C’è da dire però che già in passato ai paesi poveri furono promessi 100 miliardi di dollari dal 2009 al 2020, fondi pubblici e privati dei paesi più ricchi per aiutarli a ridurre i gas serra e far fronte agli impatti delle condizioni meteorologiche estreme. Secondo l’Ocse, ne hanno avuti meno di 80 miliardi.

Ad ogni modo, oggi la situazione è questa: preoccupante. La Cina e l’Arabia Saudita hanno entrambi fissato obiettivi di neutralità climatica per il 2060, ma senza azioni tangibili ora. Mentre gli Stati Uniti di Biden puntano a ridurre le emissioni del 50-52 per cento nel 2030, rispetto ai livelli del 2005.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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