Il bello è un luogo comune e Riccardo Falcinelli ci spiega perché

Di Alessia Musillo
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Photo credit: Vittorio Zunino Celotto - Getty Images
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From ELLE Decor

“La parola “immagine” può riferirsi a parecchie cose: una tela incorniciata ma pure un’idea che ci compare in testa. La lingua inglese è più accurata e impiega termini distinti: image è l’immagine in generale, di qualsiasi tipo, anche quella solo pensata; picture è invece la cosa concreta, la pittura, la foto, il disegno o la visualizzazione sullo schermo di un computer. I termini derivano entrambi dal latino: il primo da imago, ovvero tutto ciò che pertiene all’immaginazione e quindi le figure in senso lato, tra cui pure i sogni, i fantasmi o i riflessi negli specchi; picture viene invece da pictura, cioè il quadro concreto, la superficie pitturata, con un’estensione determinata e una precisa qualità mentale”. Così Riccardo Falcinelli, designer, firma di Cromorama e Critica portatile al visual design, definisce il termine "immagine" nel capitolo Il braccio degli impressionisti nel suo ultimo e già celebre libro, Figure (Einaudi, 2020) - che vanta un sottotitolo che a definirlo “seduttivo” è poco: Come funzionano le immagini dal Rinascimento a Instagram. Falcinelli non si sofferma a battere una via che la storia dell’arte tradizionale ha già ampiamente percorso, quella per lo più storica, ma insegna a guardare l’immagine. Non c’è un prima o un dopo, ma c’è una successione di punti di vista diversi (dallo spazio al medium, dalla percezione alla composizione) attraverso cui imparare ad aprire gli occhi. E, poi, guardare.

Il fatto certamente più interessante è che questo bagaglio (di formazione, di comunicazione) arrivi in un momento in cui l’estetica – tralasciando il lato kantiano del termine, intesa come l’insieme dei fattori richiesti e accettati dal gusto e dall’insieme della forma - sta giocando una partita a braccio di ferro con gli stereotipi. Cavalchiamo l’onda di un Internet fatto di immagini, dalle fotografie ai video, siamo - ammettiamolo - dipendenti da tutto quello che guardiamo - ci immedesimiamo - e sapere che “in fondo le chiamiamo immagini proprio perché sappiamo che non sono la realtà” è essenziale, quanto mai necessario perché, oggi, ci battiamo in duelli a colpi di ciò che è bello e ciò che è brutto. E se fosse superato?

Prendiamo il caso Gucci - attualissimo. Ricordando che l'arte contemporanea non sia più solo quella che vediamo in mostra nelle teche dei musei, il brand di alta moda sta lavorando sulla sua, di immagine, che poi possiamo considerare arte, e, sotto la direzione di Alessandro Michele, ha aperto il dialogo con un senso dell'estetica a partire dai nuovi volti della passerella Made in Italy. Sulla modella armena Armine Harutyunya prima e sull'identitaria e italianissima Silvia Calderoni poi, due volti estremamente interessanti, si è abbattuto un chiacchiericcio che insieme a Riccardo Falcinelli abbiamo guardato - nel senso più vero del termine. Perché "capire le immagini significa accettare che il meccanismo di Monet è diverso da quello di Bouguereau, e che ciascuno possiede un fascino preciso. Certo, sul piano storico Monet ci appare senza dubbio un innovatore, ma questo non può essere l'unico parametro con cui apprezzare le immagini, si finirebbe a parlare di arte come si fa con la tecnologia, entusiasmandosi solo per il progresso. Sarebbe un peccato. E non vedremmo niente." Parola a Riccardo Falcinelli.

Gucci sta cercando di cambiare il concetto di bello?

Il bello è un luogo comune, non è un concetto. Ogni epoca, ogni società, specialmente una società basata sui mass media, ne amplifica alcune caratteristiche. Tuttavia, credere che ci sia un modello di bello contro cui noi ci ribelliamo è un'ingenuità. I modelli proposti negli ultimi centocinquant'anni sono stati diversi. Io ci tengo a ricordare che negli Anni Settanta noi abbiamo avuto Shelley Duvall, interprete di Shining, che era considerata un'icona assoluta, un'icona di bellezza e sensualità - sicuramente al di fuori degli standard del modello canonico del mass media, quello a cui dava il volto Marilyn Monroe. Non è una novità di oggi che vengano rotti questi canoni. Il Novecento, più volte, ha rotto il canone e in vari modi. Bisogna stare attenti a enfatizzare che oggi stiano cambiando radicalmente le cose. Cioè, stanno cambiando delle cose ma le cose sono già cambiate più volte. Detto questo, il bello è una convenzione culturale: non è una cosa assoluta. Chiunque si appelli a un discorso di armonia e di proporzioni è fuori pista. Per esempio, una serie TV che sta spopolando di questi tempi è La regina degli scacchi e la protagonista è un'attrice, per me bella e sensuale, che tuttavia non rispecchia quel discorso di armonia a cui solitamente ci si appella. Bisogna chiedersi allora quali siano i modelli proposti dai mess media nel Ventesimo secolo: parlando di donne, la donna cerbiatto - per così dire. Ma se noi ci rifacciamo solo a questo modello è ovvio che tutto ci possa sembrare fuori dai canoni. Le persone colte, le persone aggiornate, le persone che si interessano di arte contemporanea e di moda sono abituate a un cambio continuo di canoni. Il punto è se questi canoni cambino per l'immaginario comune - e io credo che, gradualmente, cambieranno anche lì.

Photo credit: Vittorio Zunino Celotto - Getty Images
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Sta dicendo che il brutto e il bello non esistano?

Ovviamente ci sono dei parametri. Faccio un esempio un po' estremo. Cento anni fa, le persone che rimanevano sfigurate in guerra erano oggettivamente reputate brutte - mi riferisco a chi perdeva un occhio, il naso o la mandibola. Oggi, se noi pensiamo al volto di alcune donne sfigurate dall'acido per mano di uomini respinti, quel volto, che un secolo fa sarebbe stato reputato etimologicamente mostrificato, è invece il segno di una battaglia - certo, molto difficile da portare e molto difficile da guardare. Però siamo più preparati nei confronti di queste cose. Secondo me, nella società globalizzata sono proprio cambiati quei parametri rigidi a cui eravamo abituati in passato.

Perché al brutto attribuiamo un'accezione negativa?

Stiamo parlando di volti, di apparenze fisiche degli altri. Da un punto di vista strettamente formale, dobbiamo pensare che qualunque forma di apprezzamento di bello o di brutto parte da una forma di desiderio. Non esiste una bellezza disincarnata sessualmente e il desiderio è sempre, in qualche forma, erotico ed è veramente soggettivo. È molto difficile trovare una condivisione su quel piano. Di contro, il brutto potrebbe essere quello che non viene reputato attraente, ma, in una società come la nostra in cui siamo sottoposti continuamente a punti di vista diversi, è difficile trovare un brutto oggettivo come un bello oggettivo. Ecco, non credo che siano concetti superati perché non esiste un bello e un brutto. Tuttavia, è quella pretesa d'oggettività molto romantica, molto idealista, molto ottocentesca che non ha più ragion d'essere.

Quindi, per fare un esempio, quando diciamo che un'opera d'arte è oggettivamente brutta o bella non ha senso?

Sì, sbagliamo. Oggettivamente è un avverbio che non ha più senso nel mondo moderno e il confronto con gli altri ce ne dà prova continua.

Photo credit: Archive Photos - Getty Images
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A proposito di confronto, in Figure si legge: “Come hanno mostrato molti studi condotti nel XX secolo – non sembrerebbe esistere in assoluto un formato preferito dall’uomo, anzi, il dato più importante nelle scelte sarebbe sempre il confronto: ossia qualcosa piace in relazione a qualcos’altro che piace meno, non come forma in sé”

Esatto. Qualunque valutazione noi facciamo di bello o di brutto, di piacevole o di dispiacevole sta sempre all'interno di qualcosa che noi già conosciamo. Quel tipo di confronto su ciò che è noto e ciò che è nuovo determina il discrimine su ciò che noi troviamo più o meno attraente. Io credo che il mondo in cui viviamo oggi, che ci mette sotto il naso molti modelli estetici diversi, fa sì che quei confini così rigidi in fondo vengano a crollare. E questo succede sotto tanti punti di vista: non solo intorno al bello o al brutto, ma anche intorno a ciò che appare mascolino e ciò che appare femminile. Insomma, oggi è tutto più sfumato, abbiamo molte più gradazioni di possibilità.

In questa sfera di confronto, design e moda, sono arti che definiscono la bellezza?

Design e moda la definiscono per una élite, non la definiscono per tutti. Poi, su tempi lunghi, il cambio di parametri all'interno dell'élite può riverberarsi su gruppi più ampi. Tuttavia, non è un processo immediato. Il famoso monologo del Diavolo veste Prada - io scelgo questo turchese e dopo cinque anni nel negozio economico trovi un maglione turchese, per riassumerlo - ci dà l'idea di un lasso di tempo. Quindi i grandi brand della moda e del design possono imporre il loro modello estetico, ma ci vogliono dai cinque ai dieci anni perché quel modello venga eventualmente accettato dalla massa.

E dipende dalla capacità di immedesimarci in quello che guardiamo?

Sì, ma anche di accettarlo all'interno del nostro panorama di cose che ci circondano e in relazione a chi siamo noi. È tutto molto relativo al rapporto che noi instauriamo rispetto a ciò che guardiamo. L'oggettivo assoluto è oggi superato non dal punto di vista del progresso, semplicemente perché non ci serve più.

Photo credit: George Rinhart - Getty Images
Photo credit: George Rinhart - Getty Images

Se abbiamo superato il concetto del bello e del brutto, perché un caso come quello di Gucci fa così parlare?

Perché mette insieme gli aspetti di cambiamento dell'invenzione artistica e del marketing. Negli Anni Venti, quando Greta Garbo o Katharine Hepburn si tagliano i capelli, si fanno la riga di lato e si mettono il gel fanno parlare allo stesso modo. Qualunque scostamento da quello che consideriamo norma in relazione a noi fa parlare, spesso perché si ragiona per luoghi comuni. Noi viviamo in un sistema di luoghi comuni - quello che si chiama "immaginario collettivo" - e la sua rottura fa parlare. Poi, è molto più facile creare rumore con una rottura verso il brutto o lo strano. Come possiamo definire brutte le modelle proposte da Gucci? Hanno dei visi interessantissimi, ma sono strane rispetto al luogo comune. Quello crea pettegolezzo, ma è marketing - in senso buono. Ed è qualcosa che il mercato fa sempre e lo fa da almeno centocinquant'anni.