Sussidi liberi, prestiti vincolati alle riforme

European Commission President Ursula Von Der Leyen gives a press conference following a video conference EU summit to discuss the measures to tackle the spread of the Covid-19 pandemic caused by the novel coronavirus, in Brussels, on April 23, 2020. (Photo by Olivier HOSLET / EPA / AFP) (Photo by OLIVIER HOSLET/EPA/AFP via Getty Images) (Photo: OLIVIER HOSLET via Getty Images)

Più sussidi che prestiti: i primi verrebbero finanziati da nuove tasse sui servizi digitali o del tipo ‘carbon tax’ per prodotti inquinanti di paesi terzi; i secondi invece verrebbero finanziati dai bond raccolti sul mercato dalla Commissione europea, ma sarebbero legati a un piano di riforme in linea con le raccomandazioni di Bruxelles. Secondo indiscrezioni raccolte da Huffpost, l’attesissimo piano della Commissione europea sul fondo di ripresa anti-crisi, che domani Ursula von der Leyen presenterà al Parlamento europeo, dovrebbe essere una mediazione tra le richieste paesi del sud Europa, sostenute da Germania e Francia, e le condizioni chieste Nord su ‘riforme in cambio di prestiti’.

Le cifre del ‘recovery fund’ dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – viaggiare su 500mld di sussidi (esattamente quanto hanno proposto Angela Merkel e Emmanuel Macron) e il resto in prestiti, per arrivare ad una dimensione totale di quasi mille miliardi.

Il pacchetto sarà ancora materia di negoziato tra gli Stati membri, ulteriore giro di trattative dopo quelle portate avanti dalla presidente von der Leyen con i leader europei, all’interno della stessa Commissione e con il Parlamento europeo che chiede fondo di ripresa di 2mila miliardi di euro: il doppio di quanto dovrebbe proporre la Commissione. Difficile che il consiglio europeo del 18 giugno possa essere quello definitivo. Più probabile che si cerchi una ‘soluzione ponte’ per avere la disponibilità delle risorse a settembre, puntando all’operatività vera e propria del fondo a gennaio 2021.

Naturalmente, i prestiti – che dovrebbero maturare non prima della scadenza del prossimo quadro di bilancio Ue, nel 2027 - non saranno scorporati dal Patto di stabilità e crescita che per ora è sospeso e verrà riattivato a fine emergenza (non si sa quando, nessuna data ufficiale per ora, giorni fa il ministro francese Bruno Le Maire ha chiesto che la sospensione del Patto duri almeno fino alla fine del 2021). Significa che, come tutti gli altri prestiti, anche quelli del recovery fund andranno a ingrossare il debito pubblico. Ed è per questo che i quattro paesi ‘frugali’ - Austria, Olanda, Danimarca e Svezia – hanno chiesto che la loro erogazione venisse legata ad un piano di investimenti e riforme elaborato dagli Stati membri e approvato dalla Commissione e dal Consiglio europeo affinché sia in linea con le raccomandazioni del semestre Ue. In sostanza, è la garanzia affinché il debito venga riportato su un percorso sostenibile.

Nessuna sorpresa a Palazzo Chigi, dove però Giuseppe Conte punta a ottenere di più in sede di trattativa in Consiglio europeo, ritenendo la proposta franco-tedesca “un primo passo ma ancora insufficiente”. Il premier ha parlato di riforme nelle comunicazioni al Parlamento il 21 maggio, fanno notare i suoi. Oggi Conte ha avuto un colloquio telefonico con l’omologo olandese Mark Rutte, che insieme a Danimarca, Austria e Svezia fa parte del gruppo dei ‘frugali’, i più ostili al nuovo piano europeo per affrontare la crisi da Covid-19. Dopo aver diffuso la loro contro-proposta sabato scorso, i nordici ora sono disposti al compromesso. Rutte conviene con Conte che il ‘recovery fund’ è “componente fondamentale per una risposta europea tempestiva ed efficace alla sfida senza precedenti del Covid-19”.

Ciò non toglie che il compromesso resta complesso.

La parte riguardante i sussidi dovrebbe essere finanziata dalle risorse proprie del bilancio dell’Ue, il cui tetto la Commissione propone di aumentare dall’1,2 per cento attuale del pil dell’Ue al 2 per cento (sempre secondo indiscrezioni). Si tratta di nuove tasse, tipo la ‘carbon border tax’ sulle produzioni inquinanti che vengono da paesi terzi, oppure una digital tax sui colossi del web. Ma su questo gli Stati membri dovranno raggiungere un accordo in Consiglio. Cosa niente affatto semplice, basti pensare a quante divisioni conosce l’Ue sulla digital tax: Stati in ordine sparso.

L’alternativa all’aumento del tetto delle risorse proprie è aumentare i contributi nazionali al bilancio dell’Ue: cosa ancor più complicata e osteggiata sia dai ‘frugali’, per definizione non generosi col bilancio, sia dagli Stati del sud, che usciranno ancor più appesantiti dalla crisi del covid.

Ma la Germania spinge per l’accordo. E questo, a livello europeo, fa la differenza. Se altri Stati importanti dell’eurozona – tipo l’Italia – non riemergessero dalla crisi, anche i tedeschi ne subirebbero i contraccolpi. Oggi si è esposto il presidente della Repubblica federale tedesca, Frank-Walter Steinmeier, in una conversazione telefonica con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’iniziativa franco-tedesca, sono le sue parole, “è un segnale necessario”. “Raramente una crisi ha dimostrato in modo così chiaro quanto all’interno dell’Ue siamo legati da un destino comune – continua Steinmeier secondo quanto riferito dall’ufficio stampa della presidenza tedesca - L’insegnamento per noi da trarne: dobbiamo stare quanto più possibile vicini gli uni agli altri”.

Angela Merkel invece ha avuto un colloquio con il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, alla vigilia della presentazione del programma della presidenza di turno tedesca dell’Ue (che inizia a luglio) all’Eurocamera domani. “Il semestre di presidenza tedesco – dice Sassoli - si troverà al centro del piano di ricostruzione con la necessità di dare un impulso all’Unione europea e rafforzare le politiche. Siamo convinti che questa sia la stagione giusta per avviare le riforme necessarie e per garantire ai nostri paesi standard sul modello sociale e sui parametri economici sempre più omogenei”.

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