Sylvia Plath e Ted Hughes, il tragico amore tra due poeti che si diedero tutto e tutto si tolsero

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Photo credit: Bettmann - Getty Images
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Tempestoso, tragico, controverso e molte altre cose ancora è stato l’amore tra Sylvia Plath e Ted Hughes, due poeti che furono capaci di darsi interamente l’uno all’altro e poi togliersi tutto così come se l’erano dato.

Poeta inglese lui, poetessa americana lei, si incontrano a una festa a Cambridge dove Sylvia si è trasferita a studiare da Boston con una borsa di studio. Lei si porta dietro l’ambizione di scrivere, il dolore per un padre perduto troppo presto, il ricordo di un tentato suicidio a 21 anni e gli elettroshock dell’istituto psichiatrico dove è stata ricoverata. Si vedono e si allacciano, letteralmente, non potendo resistere a una passione bruciante che sembra travolgerli come vento di tempesta. La tempesta che di lì a poco avrebbe spazzato via le loro vite.

Solo quattro mesi dopo essersi incontrati si sposano. È il 16 giugno 1956, in luna di miele vanno in Spagna ma nessuno sa delle nozze. L’anno dopo decidono di trasferirsi in Massachussets. Lei insegnerà allo Smith College, dove ha studiato prima di andare a Cambridge. Prima però trascorrono una seconda luna di miele vicino Cape Cod. Hanno intenzione di scrivere per tutta l’estate lontani dal frastuono. Dopo aver rinnovato le promesse nuziali con la famiglia e gli amici di lei affittano un cottage sul mare. Di mattina scrivono, di pomeriggio vanno a fare il bagno pedalando fino alla spiaggia, di sera leggono. Se piove, Sylvia sforna torte. È preoccupata perché non riesce a scrivere come aveva sperato. Ted invece vince un premio letterario a cui lei lo ha spinto a partecipare e inizia a farsi un nome. Quando inizia a insegnare va ancora peggio, non le resta abbastanza tempo da dedicare alla scrittura. È in questo periodo, comunque, che fermenta l’idea di La campana di vetro, che però esce solo nel 1963. Quando nascono i bambini Sylvia è nuovamente lacerata tra il desiderio di eccellere come madre e la frustrazione di non poter seguire liberamente la propria ambizione letteraria.

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I primi anni tuttavia sono idilliaci, nonostante le inquietudini che già serpeggiano. Scrivono ciascuno sul retro delle poesie dell’altro, nutrono la propria arte e alimentano il fuoco dell’amore. È soprattutto Sylvia a spronare Ted a realizzare il suo sogno mentre lei si sente bloccata. Sono cinque anni che non pubblica una storia dopo aver iniziato una brillante carriera come stagista alla rivista newyorchese Mademoiselle. Il talento di Sylvia sembra destinato a restare nell’ombra. In questo periodo fanno la spola tra Stati Uniti e Inghilterra. Poi tutto precipita di colpo.

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Esistono due versioni della stessa storia. Quella di Sylvia emerge da poesie, diari e lettere che scrive alla sua psichiatra, dottoressa Beuscher, in cui racconta i tradimenti, le liti, la violenza e un aborto procurato dalle botte. E quella di Ted Hughes raccontata dalla scrittrice olandese Connie Palmen che ha scritto il romanzo Tu l’hai detto per (ri)dar voce a lui. Per decenni accusato di aver provocato il suicidio della moglie, aver soffocato il suo talento e averla indotta alla disperazione, ha raccontato la sua storia solo nel 1998, pochi mesi prima di morire, nella raccolta poetica Lettere di compleanno. Sono tutte rivolte a lei, composte nell’arco di 25 anni: “Ti rivedo, più luminosa, più reale, che negli anni immersi nell’ombra”. È la loro storia, dal principio alla fine, da un altro punto di vista. E si conclude postuma con l’uscita, solo nel 2010, della poesia Ultima lettera che racconta gli ultimi tre giorni. Prima del forno.

Un'ora dopo – saresti andata
Dove non avrei potuto più raggiungerti.

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Così scelse di morire Sylvia, con la testa nel forno, dopo essersi presa cura per l’ultima volta dei suoi bambini addormentati. Vivevano in una casa a Londra dopo la dura separazione da Ted avvenuta nel 1962. Gli ultimi anni erano stati un inferno, il loro rapporto di reciproco sostegno era diventata una relazione fatta di ricatti e dipendenza, lo spettro del bipolarismo e della depressione sempre alle loro spalle.

Dopo un weekend trascorso nel Devon a insieme al poeta canadese David Wevill e sua moglie Assia, le cose avevano cominciato ad andare peggio. Maggio, 1962. Ted si invaghì di Assia al punto che durante un viaggio in Irlanda con Sylvia lasciò la moglie su due piedi per raggiungere l’altra. Sylvia non poteva sopportare né di tenerselo né di lasciarlo: “come potrei mai essere, se tornasse? Sono troppo piena di odio, di risentimento, di desiderio di uccidere la maledetta ragazza a cui devo la mia miseria.” Lui le aveva confessato che per metà del tempo le aveva mentito, non credeva più nel loro amore da molti anni.

Del 4 Febbraio 1963 è l’ultima lettera alla psichiatra. Sylvia vive già a Londra con i bambini, una ragazza l’aiuta nelle faccende domestiche, Ted se c’è andato l’autunno precedente e lei scrive febbrilmente. Dice a sua madre che negli ultimi mesi ha scritto le sue cose migliori, quelle per cui sarà ricordata. È vero: queste poesie finiscono nella raccolta Ariel che esce postuma nel 1965. Una settimana dopo quella lettera, l’11 Febbraio, si suicida. Poco prima ha completato la poesia Orlo:

Siamo arrivati fin qui, è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali.

In una lettera alla suocera, un mese dopo il suicidio di Sylvia, Ted scrisse che erano “entrambi ridotti a vivere in uno stato in cui le nostre azioni e il nostro normale stato mentale era la follia”.

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