Taiwan costringe Biden e Xi a parlarsi. Blinken scalda la vigilia

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Secondo tutte le previsioni, al centro dell’imminente vertice ”virtuale” tra il presidente americano Joe Biden e il presidente cinese Xi Jinping ci sarà Taiwan. Le tensioni – anche e soprattutto militari - in costante rialzo attorno a quella che Pechino considera soltanto una “provincia ribelle” da riunificare - meglio prima che poi – alla “madrepatria” sono infatti la motivazione principale per cui i due uomini più potenti del Mondo hanno deciso di parlarsi. Entrambi sanno molto bene che una guerra tra Cina e Stati Uniti (e i rispettivi alleati) per difendere la democrazia a Taipei, è un’opzione da non prendere nemmeno in considerazione, in quanto sarebbe una catastrofe planetaria, forse LA catastrofe. E questa volta i due prevedono di parlarsi sul serio, approfonditamente e a lungo (le rispettive diplomazie parlano di almeno due-tre ore previste di colloquio “virtuale”, con inizio attorno alle due del mattino ora italiana, ovvero in serata a Washington e domani mattina a Pechino). Non come la breve telefonata di due mesi fa, quando i due si dissero poco o nulla, salvo rinfacciarsi rapidamente a vicenda tutto ciò che rispettivamente avevano “sullo stomaco”.

Ora Xi e Biden si dovranno per forza parlare. Per evitare una catastrofe. Che si chiama Taiwan, appunto.

Insomma, sia da Washington che da Pechino arrivano da qualche giorno segnali inequivocabili che entrambe le parti sono intenzionate a elaborare un sistema di “gestione della crisi” per evitare che le tensioni tra le due superpotenze si trasformino in conflitti armati. “Entrambe le parti devono raggiungere un nuovo consenso, o nuovi accordi sulla questione di Taiwan, che vuol dire meno scontro... e meno odio”, ha affermato Zhu Feng, preside della scuola di studi internazionali dell’Università di Nanchino, nel fare un pronostico sul vertice. D’altronde è innegabile che – dopo le uova marce che si sono tirati addosso da un bel pezzo a questa parte, l’atmosfera tra i due rivali globali sia radicalmente cambiata nelle ultime settimane. E in meglio. Potremmo assistere a un reale ritorno al dialogo e alla civiltà: improvviso, sorprendente ma oggettivamente molto apprezzabile.

Eravamo rimasti, infatti, al disastroso incontro – anzi meglio chiamarlo a tutti gli effetti “scontro aperto” – ad Anchorage in Alaska , tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il segretario di Stato americano Antony Blinken, che si tiravano stracci e dichiaravano uno ”stallo” su Xinjiang , Taiwan e Hong Kong. A settembre, la Cina pubblicava una “scheda informativa” in 102 punti dove si elencavano le “gravi interferenze” e la “volontà di destabilizzazione” americana su Hong Kong. Solo due settimane fa, Biden ha rimproverato Xi per non essersi fatto vedere al G20 di Roma e al vertice sul clima della COP26 a Glasgow. Ma la scorsa settimana la musica è cambiata drasticamente, dopo che sia Biden che Xi hanno inviato lettere di congratulazione alla riunione del 55° anniversario del Comitato nazionale per le relazioni USA-Cina .

Il “ramo d’ulivo” di Xi è stato persino letto alla cena di gala del comitato dal nuovo ambasciatore cinese negli Stati Uniti, Qin Gang: La Cina ”è pronta a lavorare con gli Stati Uniti per migliorare gli scambi e la cooperazione a tutti i livelli”, ha scritto Xi in quell’occasione, aggiungendo che Pechino mira ad “affrontare congiuntamente le questioni regionali e internazionali, nonché le sfide globali [e] gestire adeguatamente le differenze, in modo da riportare le relazioni tra Cina e Stati Uniti sulla strada giusta per uno sviluppo solido e costante”. Da parte sua, Biden ha riaffermato il “significato globale” della relazione USA-Cina nell’affrontare la pandemia di Covid-19 e “la minaccia esistenziale della crisi climatica”.

Le indiscrezioni che arrivavano dalla Casa Bianca - attraverso un alto funzionario statunitense – descrivono un Biden vede una forte concorrenza con la Cina “ma non vuole conflitti”. Anche da Pechino si intensificano i segnali distensivi, con il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che ha appena detto oggi che le relazioni con gli Usa sono a un punto critico e per questo motivo Xi è intenzionato a scambiare opinioni sincere con Biden su una vasta gamma di questioni: “Speriamo che gli Stati Uniti possano essere accomodanti nei confronti della Cina, gestire le differenze e le questioni delicate e attenersi alla strada del rispetto reciproco e dell’impegno pacifico”, ha detto ancora Zhao. Fin qui, le belle parole. Che non sono nulla di concreto, ma sicuramente sono sempre meglio degli insulti arrivati negli ultimi tempi dall’una e dall’altra parte per via diplomatica e mediatica.

Venerdì, in una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha affermato che Washington ha sostenuto “la pace e la stabilità attraverso lo stretto di Taiwan” ed ha espresso preoccupazione per la “pressione militare, diplomatica ed economica” della Cina contro l’isola. “Parole sbagliate”, respinte così da Pechino. E oltre al nodo Taiwan, i temi in agenda sono molti, e restano difficili, complessi e, soprattutto, estremamente divisivi. Riarmo nucleare, clima, diritti umani, Hong Kong, Xinjiang e, non ultimi, i problemi commerciali, ovvero dazi e tariffe.

Biden sarebbe intenzionato a confrontarsi con Xi su una vasta serie di argomenti, dai sussidi industriali al presunto lavoro forzato nello Xinjiang. In particolare il problema dei dazi e delle tariffe sarà probabilmente tra i primi posti dell’ordine del giorno. Vasti settori economici americani hanno fatto infatti forti pressioni sull’amministrazione Biden per adeguare la sua politica commerciale, con il Business Council USA-Cina - che rappresenta più di 200 aziende statunitensi – che sabato ha scritto al rappresentante commerciale degli Stati Uniti Katherine Tai e al segretario al Tesoro Janet Yellen chiedendo di rimuovere i dazi sui prodotti cinesi per ripristinare la competitività delle aziende statunitensi.

Nell’ormai lontano 2012, a Los Angeles, l’allora vicepresidente cinese Xi Jinping assaggiava compiaciuto le noci di macadamia ricoperte di cioccolato durante un incontro con il suo omologo – anch’egli allora vicepresidente - Joe Biden. L’incontro faceva parte di un viaggio di cinque giorni di Xi negli Stati Uniti, al termine del quale Biden lo elogiava pubblicamente per la sua resistenza, il suo interesse verso gli Stati Uniti e il suo desiderio di incontrare gli americani. In poco meno di un decennio, entrambi gli uomini sono diventati leader dei loro paesi, ma le relazioni bilaterali non potrebbero essere più diverse.

Entrambi i leader arrivano all’imminente meeting virtuale in qualche modo rafforzati. Biden di ritorno dal suo viaggio in Europa dove ha riaffermato la leadership globale degli Stati Uniti, al G20 di Roma e alla Cop26 a Glasgow. Xi – fino a ieri noto per il suo intenso programma di viaggi internazionali – invece non ha lasciato la Cina dall’inizio della pandemia globale e quindi non è stato in grado di esercitare un’influenza diplomatica internazionale di persona, ma interverrà dopo il trionfo interno al Plenum del Pcc, che lo ha “incoronato” guida suprema e “timoniere” della nazione, rafforzando ulteriormente la sua leadership assoluta e assicurandogli una strada sicura, il prossimo autunno, per un terzo mandato come leader del partito, il primo in Cina da oltre 20 anni. Il presidente Usa, però, deve affrontare a casa sua qualche recente difficoltà politica e sondaggi che vedono il suo consenso ai minimi. Di sicuro, ciò spingerà l’amministrazione di Biden ad agire con molta cautela. I litigi all’interno del partito e le due battute d’arresto delle elezioni suppletive, in Virginia e nel New Jersey, hanno sollevato preoccupazioni sulla vulnerabilità alle elezioni di medio termine del prossimo anno al Congresso e al Senato. A questo punto, Biden deve, a tutti i costi, proteggere i fianchi dalle accuse che gli muove il Partito Repubblicano: essere “morbido” con la Cina.

Nell’attesa per questa vigilia di un incontro che – visto “l’andazzo dei tempi” – potrebbe benissimo divenire “storico” , una cosa è certa, e cioè che la delicatezza degli – eventuali – equilibri che le due superpotenze forse raggiungeranno grazie al vertice è tale, che basta poco o nulla per fare nuovamente precipitare tutto. All’inizio di dicembre, Biden ospiterà il primo dei due vertici per la democrazia, che riuniranno leader del governo, della società civile e del settore privato da tutto il Mondo. Un progetto che non piace per nulla alla Cina, che ha già definito l’iniziativa un tentativo di Washington di creare “fratture ideologiche”. Se poi venisse invitata anche la presidente Taiwanese Tsai Ing-wen – vero “nemico pubblico numero uno di Pechino – come pare molto probabile, allora… saremmo nuovamente punto e a capo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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