Taiwan e non solo. Blinken protesta col cinese Wang: "Non toccate lo status quo"

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US Secretary of State Antony Blinken (L) and Chinese Foreign Minister, Wang Yi meet on October 31, 2021 at a hotel in Rome on the sidelines of the G20 of World Leaders Summit of Rome. (Photo by Tiziana FABI / POOL / AFP) (Photo by TIZIANA FABI/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: TIZIANA FABI via Getty Images)
US Secretary of State Antony Blinken (L) and Chinese Foreign Minister, Wang Yi meet on October 31, 2021 at a hotel in Rome on the sidelines of the G20 of World Leaders Summit of Rome. (Photo by Tiziana FABI / POOL / AFP) (Photo by TIZIANA FABI/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: TIZIANA FABI via Getty Images)

La questione Taiwan, principale trofeo nella competizione tra Stati Uniti e Cina, non poteva che essere al centro di uno dei più importanti incontri “a margine” del G20 di Roma: quello tra il segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Il capo della diplomazia americana ha ribadito che gli Usa si oppongono alle azioni intraprese da Pechino che hanno aumentato le tensioni nello Stretto di Taiwan e a qualsiasi atto unilaterale che cambi lo status quo. Quasi contemporaneamente, le agenzie battono la notizia che la Cina ha inviato 8 aerei militari a violare lo spazio di identificazione di difesa sudovest di Taiwan: il ministero della Difesa dell’isola, in una nota, ha riferito che sono stati impiegati un Y-8 ASW, sei J-16 e un KJ-500.

È la fotografia della crisi tra superpotenze che più preoccupa gli osservatori internazionali, consapevoli della delicatezza del meeting Blinken-Wang. L’assenza di Xi Jinping al vertice – il cui effetto, anche visivo, è stato quello di una foto di gruppo anti-cinese – ha fatto sì che il bilaterale più caldo avvenisse a livello di capi diplomatici. I due non si incontravano personalmente dal vertice di Anchorage, in Alaksa, nel marzo scorso: un vertice segnato dalla tensione, con Pechino uscita diplomaticamente sconfitta.

Mesi dopo, i motivi di attrito tra le due superpotenze sono ancora tutti lì, ma il piano degli Usa per ricompattare l’Anglosfera e l’Ue in chiave anti-Cina ha fatto notevoli passi in avanti, dal patto Aukus per la fornitura di sottomarini all’Australia alla “scoperta” europea dell’Indo-Pacifico. Così gli Usa hanno giocato ancora una volta in casa, sul palcoscenico amico di Roma.

Il segretario di Stato ha espresso preoccupazione “per una serie di azioni di Pechino che minano l’ordine internazionale basato sulle regole e che sono contrari ai nostri valori e interessi e a quelli dei nostri alleati e partner, comprese le azioni relative ai diritti umani, Xinjiang, Tibet, Hong Kong, il Mar Cinese Orientale e Meridionale e Taiwan”, ha reso noto il Dipartimento di Stato al termine dell’incontro. Blinken – recita la nota - ha sottolineato l’importanza di mantenere aperte “linee di comunicazione” per gestire in modo “responsabile” la competizione tra Cina e Usa, e ha evidenziato le aree in cui le parti possono lavorare insieme, come la crisi climatica, l’Iran e l’Afghanistan.

Nello specifico, riguardo a Taiwan, Blinken ha detto a Wang che gli Stati Uniti si oppongono ad azioni intraprese da Pechino che hanno aumentato le tensioni attraverso lo Stretto, ribadendo che Washington si oppone a eventuali modifiche unilaterali dello status quo. È quanto ha rivelato a Reuters un alto funzionario del Dipartimento di Stato riguardo all’incontro tra i due capi della diplomazia, durato circa 50 minuti. Blinken ha anche ribadito che Washington non ha cambiato la sua politica di “una sola Cina” nei confronti di Taiwan, ha aggiunto il funzionario.

La Cina, com’è noto, rivendica l’isola democratica come parte del proprio territorio e considera qualsiasi intervento straniero su Taiwan come un’interferenza nei suoi affari interni. Gli Stati Uniti hanno intensificato il loro sostegno al governo di Taiwan durante la presidenza Trump e sempre di più nei primi mesi dell’amministrazione Biden. Nell’ultimo mese la Cina ha aumentato le sue dimostrazioni di forza nell’area; Washington ha risposto esplicitando la propria determinazione a difendere Taiwan da una eventuale aggressione cinese. Solo pochi giorni fa la presidente taiwanese Tsai Ing Wen ha ammesso per la prima volta la presenza di militari americani sull’isola.

Il colloquio tra Blinken e Wang è stato definito dagli americani “sincero, costruttivo e produttivo”. Più abbottonati per ora i cinesi, allo stesso tempo protagonisti e outsider del vertice. Del resto, il lato verso cui tendono le posizioni politiche della stragrande maggioranza dei presenti, a Roma, è chiaro. Lo hanno sottolineato ieri anche fonti della Casa Bianca, esprimendo soddisfazione per la “forte convergenza” riscontrata con i leader europei “sulla natura della sfida” con la Cina.

Ha risvolti anti-cinesi anche l’accordo raggiunto durante la notte tra Usa e Ue per la rimozione dei dazi americani su alluminio e acciaio e dei contro-dazi europei su altre merci americane. Lo ha detto chiaramente il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan: l’intesa rappresenta “un comune progresso” verso obiettivi centrali della presidenza Biden: dimostrare che le democrazie possono portare risultati per i loro popoli, specialmente per i lavoratori, e risolvere alcune delle sfide maggiori, tra cui il cambiamento climatico e la minaccia posta dalla competizione sleale della Cina. Se sul primo punto - il clima - il vertice si avvia verso un compromesso al ribasso, pesantemente condizionato dalle richieste cinesi ma anche russe e indiane, sul secondo punto l’asse anti-cinese di Biden è sufficientemente solido da turbare le mire espansionistiche di Xi Jinping.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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