Taiwan, Sahel, Libia, Iran. Le crisi internazionali atterrano a Roma

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(Photo: TIZIANA FABI via Getty Images)
(Photo: TIZIANA FABI via Getty Images)

Dal dossier Taiwan, epicentro della sfida occidentale alla Cina per un Indo-Pacifico “libero e aperto”, alla polveriera Sahel, dove l’estremismo islamico fiorisce in un territorio devastato da cambiamenti climatici e lotta per le risorse, passando per la difficile transizione politica in Libia, complicata dalle ambizioni di attori internazionali come la Turchia. Sono molte e profonde le crisi internazionali che atterrano a Roma in concomitanza del G20 tra i leader delle principali economie del mondo. Accanto all’agenda ufficiale del G20 - concentrata su clima, Covid-19 e ripresa economica – c’è un’agenda parallela fatta di bilaterali, mini vertici e proteste che restituisce la complessità delle sfide che agitano il presente.

Come in ogni consesso internazionale, il presidente Usa Joe Biden sfrutterà i tre giorni romani per rafforzare l’intelaiatura della strategia americana per l’Indo-Pacifico, volta a contenere le mire espansionistiche della Cina. L’assenza fisica del presidente cinese Xi Jinping – che comparirà in videoconferenza per tenere “un discorso importante” - lascia a Biden l’intero campo da gioco per rimarcare – nei vari faccia a faccia - la causa di Taiwan, l’isola democratica da 23 milioni di persone che la Cina vuole inglobare considerandola una “provincia ribelle”.

Lo farà mentre a Roma si sono dati appuntamento legislatori di tutto il mondo per protestare contro la presenza del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, un evento organizzato dalla Inter-Parliamentary Alliance on China (Ipac). L’Alleanza chiede ai leader mondiali di non fare sconti alla Cina sulle violazioni dei diritti umani in cambio della cooperazione di Pechino sulla crisi climatica. Oggi anche l’India – principale rivale della Cina nella regione – è entrata a farne parte. Nuova Delhi è testimone “della brutale oppressione esercitata da Pechino” ed è lieta di aderire all’Ipac per perseguire la democrazia in Asia e nel mondo, è la dichiarazione con cui il parlamentare indiano Sujeet Kumar ha formalizzato l’ingresso di Nuova Delhi nel gruppo. Fondato nel 2020, l’organismo unisce oltre 200 legislatori dai cinque continenti nell’obiettivo di promuovere i diritti umani e di denunciare gli abusi perpetrati dal governo della Repubblica popolare. In previsione del G20, convocato nella capitale il 30 e 31 ottobre prossimi, i rappresentanti dell’Ipac intendono spingere i leader globali a ripensare criticamente il rapporto con la Cina, protagonista di ripetute accuse relative a violazioni di diritti umani in Xinjiang e a Hong Kong.

Il momento più atteso del controvertice è stata la partecipazione virtuale del ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu. Rumors della vigilia lo volevano fisicamente a Roma, una mossa che Pechino avrebbe considerato estremamente provocatoria. Il suo messaggio, in ogni caso, è stato chiarissimo: “Siamo determinati a difenderci e a difendere il nostro stile di vita democratico”, ha dichiarato in collegamento da Praga, una delle tappe del suo viaggio in Europa. Il diplomatico ha anche auspicato una maggiore cooperazione commerciale con l’Europa, definendo “incoraggianti” le aperture della Ue.

Attorno al perno Taiwan ruota la più ampia questione dell’Indo-Pacifico, nuovo baricentro del mondo dove si consuma la competizione strategica tra Usa e Cina, con l’Europa in cerca d’un ruolo. Se negli ultimi mesi Biden ha cementato in vari modi le relazioni con partner strategici nella regione - dall’Australia al Giappone, dall’India ai Paesi del sud-est asiatico – questa sua intraprendenza ha fatto sentire trascurati gli alleati Nato, con il caso particolare della Francia che ha vissuto il patto Aukus per la fornitura di sottomarini all’Australia come un autentico affronto.

Il tête-à-tête di questo pomeriggio tra Biden e Macron a Villa Bonaparte, dove si trova l’ambasciata di Francia presso la Santa Sede, vuole segnare la rimessa in carreggiata delle relazioni transatlantiche dopo la burrasca Aukus. Macron cerca di ottenere la benedizione degli americani per la creazione di una vera e propria difesa europea, un progetto caro ai francesi, ma che stenta a prendere forma a trent’anni dal suo lancio. “L’importante - spiega l’Eliseo - è mettere tutti d’accordo sul fatto che non c’è contraddizione tra la difesa europea e l’Alleanza atlantica”. ”È virtuoso poter distribuire i ruoli in modo tale che gli europei siano collettivamente attori più capaci, più impegnati, più robusti, e che gli americani, dal canto loro, siano sempre alleati altrettanto affidabili”. Per Parigi è tempo che tutti i Paesi europei facciano il punto sul perno strategico operato dagli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico e la Cina, a discapito di altre regioni tra cui Europa e Medio Oriente. Il concetto di “sovranità europea” caro a Macron suscita però una certa sfiducia in diversi Paesi dell’Ue, ma anche negli Stati Uniti, dove l’industria della difesa cerca di difendere le proprie quote di mercato nel Vecchio Continente.

Un altro desiderio del presidente francese è quello di ottenere da Biden un rafforzamento del suo sostegno nella lotta ai gruppi jihadisti nel Sahel. “Il sostegno americano è fondamentale” perché “ci consente di operare in condizioni migliori”, ha affermato un consigliere del presidente. Finora, gli Stati Uniti non hanno pubblicamente dettagliato come intendono “rafforzare il proprio sostegno alle operazioni antiterrorismo”, secondo i termini della dichiarazione congiunta rilasciata il 22 settembre dopo una telefonata tra i due leader. Da diversi anni le forze americane agiscono con discrezione nel Sahel, lasciando in prima linea i Paesi della regione e la Francia. Soprattutto, forniscono un’assistenza importante da una grande base di droni situata nel nord del Niger.

La polveriera Sahel preoccupa sempre di più per la natura “liquida” di un jihad che si sta estendendo dalle coste atlantiche della Mauritania fino al Corno d’Africa, per poi dipanarsi verso sud, passando attraverso la Repubblica democratica del Congo fino in Mozambico, al confine con la Tanzania. In quest’area ad alto tasso di desertificazione, nell’incontro esplosivo tra cambiamenti climatici e povertà, si moltiplicano i gruppi affiliati a Daesh o al-Qaeda ma con obiettivi locali, come il controllo delle risorse.

Altro momento clou del weekend saranno gli incontri bilaterali del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, pochi giorni dopo una crisi diplomatica con la minaccia di cacciare da Ankara ben 10 ambasciatori fra cui anche quelli di Francia e Usa. Nell’agenda italiana del presidente turco gli incontri più importanti sono previsti nel pomeriggio di domani. Su tutti l’incontro con il presidente americano Biden. Erdoğan ha già annunciato che chiederà a Biden la restituzione dei 1,4 miliardi di dollari versati per ottenere da Washington i jet da guerra F-35. Gli Usa hanno al momento opposto un diniego che costituisce una sanzione per aver acquistato dalla Russia il sistema di difesa missilistico s-400. Sullo sfondo la perenne questione del sostegno americano ai curdi del Pkk-Ypg, negli ultimi anni vera e propria spina nel fianco dei rapporti tra Ankara e Washington.

Erdoğan avrà un colloquio con il presidente italiano Mario Draghi, con al centro la transizione in Libia e la crisi in Afghanistan, ma anche la lotta a Covid-19, i rapporti bilaterali e l’economia. Assai probabile anche un faccia a faccia con Macron. “Con questo governo francese è in corso una crisi molto seria”, ha detto di recente il leader turco, sottolineando come i rapporti con Parigi fossero buoni nel pre Macron. Una crisi nata dal sostegno militare della Francia alla Grecia, dopo che un accordo di collaborazione in ambito di sicurezza e difesa tra Parigi e Atene ha fatto infuriare Ankara, che negli ultimi anni ha spesso protestato e mostrato i muscoli per la presenza delle navi francesi nell’Egeo e nel Mediterraneo Orientale. A partire dalle divergenze sulla Libia, la crisi è proseguita con le dichiarazioni di Macron sull’Islam in Europa, cui Erdogan ha reagito furiosamente.

Last but not least, su Roma plana anche il dossier del nucleare iraniano. Sabato, a margine del G20, il presidente Usa ha convocato un mini vertice sul ritorno all’accordo sul nucleare di Teheran. All’incontro parteciperanno il solito Macron, il premier britannico Boris Johnson e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Al suo fianco ci sarà Olaf Scholz, suo probabile successore alla guida di un governo atteso per metà dicembre. Scholz affiancherà Merkel durante i tutti i colloqui bilaterali: una scelta presa per dare un “segnale di continuità” in mezzo alle tante sfide internazionali che convergono a Roma.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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