Taiwan sempre più sola: Isole Salomone vanno con la Cina

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Roma, 16 set. (askanews) - Sembra una cosa da poco, vista dal lontano, ma in realtà ha una sua importanza nei delicati equilibri che esistono attorno al rapporto tra Cina e Taiwan, la cui convivenza è sempre questione delicata. Oggi Taiwan ha rotto le relazioni diplomatiche con le Isole Salomone, dopo aver appreso che queste ultime hanno deciso di riconoscere la Cina popolare. E, dal momento che di Cina ce n'è una sola, di non riconoscere più Taiwan.

La piccola nazione del Pacifico fa scendere il numero dei riconoscimenti di Taiwan da 17 a 16. Ma non è tanto il numeretto che conta, quanto il fatto che il peso di Pechino si dimostra sempre più imponente e che, a questo, sempre meno paesi sembrano intenzionati a resistere. Non a caso, Taipei ha accusato Pechino di usare la "diplomazia del dollaro" per acquistare il riconoscimento delle altre nazioni. Al contrario, invece, la Cina ha espresso "alto apprezzamento" per la decisione delle Isole Salomone di passare dalla sua parte. "Noi accolgiamo le Isole Salomone, che colgono un'opportunità storica", ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying.

Il ministero degli Esteri di Taiwan, che si è separata dalla Cina continentale nel 1949, quando i nazionalisti di Chiang Kai-shek vi si rifugiarono di fronte all'avanzata dei comunisti guidati da Mao Zedong, ha appreso che il governo guidato dal primo ministro Manasseh Sogavare aveva deciso di riconoscere Pechino nella prima mattinata.

"Il governo da questo momento in poi dichiara la conclusione delle relazioni diplomatiche con le Isole Salomone con effetto immediato", ha detto il ministro Joseph Wu. "Il governo della Cina - ha continuato - ha ancora una volta fatto ricorso alla diplomazia dei dollari e alle false promesse di grandi somme in assistenza per comprare un piccolo numero di politici". Anche la presidente Tsai Ing-wen, che è capofila di una linea di opposizione più aspra a Pechino, ha espresso "forte dispiacere e condanna" per la decisione.

Sogavare era sotto pressione da parte del mondo politico, il quale si chiedeva quale fosse il vantaggio nel restare al fianco di Taiwan. Quindi, anche in considerazione del fatto che ad aprile l'arcipelago va a elezioni, ha deciso di scegliere Pechino. Pubblicamente aveva già detto che vedeva nella Cina l'opportunità di ottenere infrastrutture importanti in un paese nel quale solo il 50 per cento della popolazione ha l'energia elettrica.

Per Taiwan perdere un ulteriore alleato è un problema importante. Ormai solo un piccolo manipolo di paesi in America latina e nel Pacifico la riconosce come rappresentante dell'unica Cina. D'altronde anche il suo principale alleato, gli Stati uniti, riconosce Pechino ormai dal 1979.

Dopo l'elezione nel 2016 di Tsai a presidente, la Cina ha avviato una campagna per isolare politicamente Taiwan, perché vede nell'attuale leader di Taipei una minaccia alla nozione dell'"Unica Cina" così come la declina Pechino. A gennaio ci saranno nuove elezioni a Taiwan e, certamente, il rapporto con il Continente sarà centrale. Anche alla luce di quello che sta accadendo a Hong Kong, l'ex colonia britannica ora regione a statuto autonomo nella Cina, dove da mesi ci sono manifestazioni di piazza a tutela delle libertà di fronte a quella che, secondo i dimostranti, è una volontà cinese di limitarla, Tsai si presenta alle elezioni considerandole un punto di svolta nella lotta "per la libertà e la democrazia".

A opporsi a lei è il leader del partito Kuomintang, il partito nazionalista che fu di Chiang Kai-shek ma che oggi è su posizioni dialoganti con Pechino.

C'è poi un terzo elemento nell'equazione, che sono gli Stati uniti. Il presidente Usa Donald Trump, oggi impegnato in una dura guerra commerciale con la Cina, mantiene una posizione di tutela a Taiwan, tanto da spingere per una fornitura senza precedenti di armi a Taipei. Ma si sa che il leader americano tende a essere volubile nelle sue scelte di politica estera e puntare sul suo sostegno rischia di essere una scelta ad alto rischio, anche se obbligata.