I talebani come Trump: Facebook li censura. Twitter si limita a vigilare

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(Photo: Getty Images)
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Nelle stesse ore in cui i leader di alcune potenze mondiali aprono a quello che prova a configurarsi come un nuovo governo in Afghanistan, Facebook “zittisce” i talebani. Menlo Park ha adottato una linea dura di fronte ai contenuti pubblicati dal movimento sulla propria piattaforma, di fatto censurandolo. “I talebani sono sanzionati come organizzazione terroristica dalla legge degli Stati Uniti e sono banditi dai nostri servizi in quanto organizzazioni pericolose. Questo significa che rimuoviamo gli account gestiti da o per conto dei talebani e vietiamo lodi, supporto e rappresentanza”, ha affermato un portavoce alla BBC.

La mossa del colosso ha riacceso il dibattito, divampato già all’epoca della chiusura degli account di Donald Trump da parte di Twitter e Facebook: i social network sono da considerarsi uno spazio privato, pubblico oppure uno privato ad accesso pubblico? È giusto oscurare ciò che i talebani pubblicano, togliergli, in poche parole, la “cittadinanza digitale”, proprio mentre alcune potenze li riconoscono come nuova forza di governo?

Su queste contraddizioni, che la storia presenta ciclicamente, si stanno interrogando diverse testate internazionali, tra cui Guardian e Washington Post. Prima di passare in rassegna le diverse posizioni dei social network, è necessario però menzionare le aperture da parte dei leader del mondo. Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha dichiarato: “Come i nostri partner nella comunità internazionale, noi sosteniamo un’intesa politica che crediamo dia le migliori possibilità di offrire protezione e inclusione per il popolo afghano”. Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri della Cina ha fatto sapere che “la Cina rispetta il diritto del popolo afghano di determinare in modo indipendente il proprio destino e futuro, ed è disposta a continuare a sviluppare relazioni amichevoli e di cooperazione”. Josep Borrell, alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea ha affermato: “Dovremo metterci in contatto con le autorità a Kabul, chiunque ci sia, i talebani hanno vinto la guerra quindi dobbiamo parlare con loro”.

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Ciò contrasta con la netta chiusura da parte di Facebook. Uno dei portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha invitato i giornalisti a chiedere a Facebook, “che si dice promotore della libertà di parola”, perché si ostini ad impedire al movimento che ha preso il potere in Afghanistan di pubblicare contenuti su Facebook e Instagram e usare Whatsapp. Come riporta il Financial Times, anche quest’ultimo è stato messo al bando: ad esempio, sono stati chiusi dei numeri di assistenza messi in circolazione dai talebani quando hanno preso il controllo di Kabul. Secondo il giornale, il numero di aiuto era stato pensato come un numero di emergenza per i cittadini, affinché potessero denunciare violenze, furti e altri problemi. La “censura” non è comunque cosa nuova: da anni Menlo Park si serve di un “team di esperti afgani” per individuare i contenuti e i profili dei talebani o di personaggi legati ai talebani su Facebook e Instagram per rimuoverli.

Per ora il canale più usato dai talebani per comunicare è Twitter. La piattaforma si è limitata ad assicurare che “vigilerà” per far rispettare le sue regole, che non permettono di incitare alla violenza o promuovere atti di terrorismo. Intanto i portavoce dei talebani, da questi spalti digitali, si rivolgono quotidianamente ai propri follower. Nette anche le posizioni di Youtube e di Tik Tok: quest’ultimo, di proprietà della cinese Bytedance, considera i talebani un’organizzazione terroristica quindi mette al bando la loro presenza sulle proprie pagine. Youtube ha sottolineato di rispettare “tutte le sanzioni applicabili e le leggi che regolano la conformità commerciale, comprese le sanzioni statunitensi pertinenti (il riferimento è alle liste del Dipartimento del Tesoro, ndr). Pertanto, se individuiamo un account ritenuto di proprietà e gestito dai talebani afghani, lo chiudiamo. Inoltre, le nostre norme vietano i contenuti che incitano alla violenza”.

Il dibattito sulla legittimità, da parte dei social network, di dare o meno voce ad alcuni attori della scena politica internazionale si era già acceso ai tempi di Donald Trump. Allora, due amministratori delegati, Mark Zuckerberg e Jack Dorsey, avevano deciso di staccare la spina agli account Twitter e Facebook dell’ex presidente USA. Per un motivo preciso: durante l’assedio di Capitol Hill, Trump buttava benzina sul fuoco, incitando i suoi sostenitori con una serie di tweet continuando ad affermare falsamente che le elezioni erano state truccate. I “papà” di Facebook e Twitter sono intervenuti con una decisione senza precedenti: bloccare i profili social del Presidente. Luciano Floridi, una delle voci più autorevoli della filosofia contemporanea, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab, era intervenuto sul tema ad HuffPost, dando la propria visione della cosiddetta “infosfera”, “lo spazio relazionale, né pubblico né privato in cui oggi viviamo”: ”È un luogo nuovo e si basa sulla circolazione delle informazioni, qui chi controlla le informazioni ha le chiavi di tutto. Per questo servono regole chiare. Che non lascino decisioni così fondamentali alle grandi aziende Big Tech della Silicon Valley. Non credo affatto facciano un pessimo lavoro ma certamente non è quello che ci aspettavamo negli anni Novanta”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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