Talebani tra modello Iran, amico Qatar, casse vuote e resistenza Panshir

·7 minuto per la lettura
TOPSHOT - Taliban spokesman Zabihullah Mujahid (C, holding shawl) arrives as he is accompanied by officials to address a media conference at the airport in Kabul on August 31, 2021. - The Taliban joyously fired guns into the air and offered words of reconciliation on August 31, as they celebrated defeating the United States and returning to power after two decades of war that devastated Afghanistan. (Photo by WAKIL KOHSAR / AFP) (Photo by WAKIL KOHSAR/AFP via Getty Images) (Photo: WAKIL KOHSAR via Getty Images)
TOPSHOT - Taliban spokesman Zabihullah Mujahid (C, holding shawl) arrives as he is accompanied by officials to address a media conference at the airport in Kabul on August 31, 2021. - The Taliban joyously fired guns into the air and offered words of reconciliation on August 31, as they celebrated defeating the United States and returning to power after two decades of war that devastated Afghanistan. (Photo by WAKIL KOHSAR / AFP) (Photo by WAKIL KOHSAR/AFP via Getty Images) (Photo: WAKIL KOHSAR via Getty Images)

Il nuovo Governo dell’Afghanistan “senza alcun dubbio, sarà islamico. Qualunque sia la combinazione, che sia islamico è garantito”. Più delle parole pronunciate da Zabihullah Mujahid, rileva l’emittente a cui le ha pronunciate. Il portavoce dei talebani è stato intervistato da Cgtn, canale in lingua inglese dell’emittente televisiva statale cinese Cctv, a cui ha raccontato gli sforzi in atto per ripristinare ordine e sicurezza nel Paese, a cominciare da Kabul e dall’aeroporto.

Il modello Iran. Sono i giorni in cui si lavora alla nascita del nuovo Governo talebano. I tempi sono quelli previsti, dopo il ritiro del 31 agosto, avevano avvertito. Le indiscrezioni che rimbalzano da più parti vedono nascere un Governo dell’Emirato islamico ispirato a quello della Repubblica islamica iraniana. Com il leader religioso Hibatullah Akhundzada nel ruolo di Guida Suprema, sul modello dell’ayatollah Ali Khamenei. Il mullah Abdul Ghani Baradar dovrebbe invece essere invece la guida operativa del Governo. Per ricoprire ruoli chiave, in forte discesa le quotazioni dell’ex presidente Hamid Karzai e del capo dell’Alto consiglio per la riconciliazione nazionale, Abdullah Abdullah, che sembravano poter rientrare nella compagine e invece, secondo alcune indiscrezioni, di fatto praticamente ridotti agli arresti domiciliari. In forte ascesa invece le quotazioni di Mawlawi Mohammad Yaqoob e Sirajuddin Haqqani, entrambi figure vicine a Akhundzada. Così come Sadar Ibrahim, che ha operato di fatto come ministro degli Interni dalla presa del potere a Ferragosto. Nessun ruolo di primo piano alle donne.

Davanti ai nuovi signori dell’Afghanistan si aprono sfide complesse, su più fronti. Alle difficoltà nella creazione del nuovo Esecutivo dovute alle tensioni interne al gruppo - confermate dallo stesso Mujahid – si sommano infatti una situazione economica disastrosa, la strenua resistenza di una parte della cittadinanza e le pressioni che arrivano dall’esterno.

L’amico Qatar. A Doha si stanno riorganizzando le diplomazie internazionali prima presenti in Afghanistan, da Doha proviene il primo aereo atterrato all’aeroporto di Kabul dopo il ritiro americano. Il Qatar svolge un ruolo centrale nei negoziati tra l’emirato islamico e la comunità internazionale. Il ministro degli Esteri Mohammed al Thani ha sottolineato come l’isolamento del nuovo governo potrebbe solo scatenare una maggiore instabilità per il Paese. Allo stesso modo, ha avvertito i talebani che la creazione di un governo inclusivo rappresenta una conditio sine qua non per il loro riconoscimento internazionale. “È nostro compito esortarli sempre ad avere un governo allargato che includa tutti i partiti e non escluda nessuno”, ha dichiarato durante un incontro a Doha.

“Abbiamo ribadito ai talebani che dovrebbero rivedere attentamente le loro politiche e la loro retorica nei confronti delle donne, consentendo loro di assumere un ruolo effettivo ed attivo”. Un’esortazione rispedita subito al mittente, in quanto le donne “non avranno ruoli apicali” nel nuovo governo, fa sapere alla Bbcil vice capo dell’ufficio politico talebano, presente in Qatar dal 2013. Intanto un rapporto di Reporters Sans Frontières (Rsf), citato dal Guardian, dice che meno di 100 delle 700 giornaliste di Kabul stanno ancora lavorando e un piccolo gruppo continua a lavorare da casa in altre due province afghane.

Al contrario, però, i talebani garantiscono la sicurezza: “alle persone è fornita una buona sicurezza e viene stabilito lo stato di diritto”, fa sapere Mujahid. La preoccupazione dello sceicco qatariota per un’escalation del terrorismo è parsa comunque eloquente. Se “lasceremo un vuoto”, ha dichiarato rivolgendosi alla comunità internazionale, “la domanda è: chi riempirà questo vuoto?”. Per questo, l’altra richiesta avanzata ai talebani è quella di garantire un “passaggio sicuro” per i rifugiati. Il ministro ha comunque ribadito l’intenzione del suo Paese di proseguire “con gli aiuti umanitari e lo stesso ci aspettiamo dalle Nazioni Unite”. I talebani fanno sapere che il dialogo per la gestione dell’aeroporto di Kabul tra Turchia e, appunto, Qatar va avanti. Ad Ankara è stato infatti chiesto aiuto nella logistica, pur restando fermi sulle loro posizioni: così come gli altri, anche le truppe turche dovranno abbandonare l’Afghanistan. Una decisione difficile, su cui il presidente Recep Tayyip Erdogan inizialmente non sembrava del tutto convinto mentre oggi, nel giorno in cui è atterrato il primo volo straniero dopo la presa di Kabul, sembrerebbe aver trovato un accordo. Sempre alla tv cinese, Mujahid ha affermato di aver “creato una forza speciale che manterrà la sicurezza all’aeroporto e speriamo che il nostro team tecnico risolva presto questi problemi in modo che le normali operazioni riprendano”.

Proprio la ripresa del funzionamento dell’aeroporto, insieme a una stabilizzazione del Paese, potrebbero essere sfruttate per tornare a sedersi al tavolo. Questa, almeno, l’idea che ha in testa Mosca, che prevede una riunione della “troika allargata”, comprendente Russia, Stati Uniti, Cina e Pakistan. In attesa che la proposta venga recepita, il commento del Cremlino sulla guerra è al veleno. “Le forze statunitensi sono state presenti su questo territorio per vent’anni e per vent’anni hanno cercato di civilizzare le persone che vi abitano, di instillare le proprie norme e standard di vita nel senso più ampio possibile di questa parola, anche quando si tratta dell’organizzazione della società”, ha detto il presidente Vladimir Putin, prima di puntare il dito direttamente contro chi ieri, per giustificare la ritirata, ha parlato anche di un “mondo nuovo, con nuove sfide come la competizione con Russia e Cina”. “Il risultato”, ha riassunto il capo del Cremlino, “sono solo tragedie e perdite di vite per chi l’ha fatto, gli Stati Uniti, e ancor di più per chi vive sul territorio dell’Afghanistan. Il risultato è zero, se non negativo a tutto tondo”.

La resistenza in Panshir. Politica interna e estera, quindi, sembrerebbero mischiarsi in Afghanistan per garantire stabilità al Paese. La necessità di un governo inclusivo, richiesto a gran voce da tutte le potenze mondiali amiche e non - Cina inclusa che, per l’occasione, ha rispolverato le parole di Mao Zedong, quando definiva l’Afghanistan un “Paese eroico” – sembrerebbe scontrarsi con la realtà. Al confronto con la resistenza del Panshir, l’ultimo territorio non controllato dai talebani, sono seguite infatti le minacce. “Ora se non si arrenderanno, agiremo”, ha dichiarato ieri Amir Khan Muttaqi, a capo della Da’wah nonché della Commissione sull’ideologia dell’Emirato islamico. Parole postume, perché secondo quanto riportato da Tolo News, due giorni fa un avamposto dei fondamentalisti è stato respinto dalle forze resistenti. Gli scontri, in realtà, vanno avanti da inizio agosto. Le difficoltà nel raggiungere un’intesa governativa, inoltre, rappresentano un ulteriore esempio delle sfide che attendono i talebani.

Le casse vuote. Le diverse vedute su come affrontare una crisi economica disastrosa sono alla base delle frizioni, ormai superate a sentire i vari esponenti. “Ci sono enormi questioni riguardo alla governance in termini di fornitura dei servizi e gestione di un’economia che è in emorragia”, ha raccontato il corrispondente di Al Jazeera. D’altronde, le riserve di moneta congelate dagli Stati Uniti sono un’arma nelle mani di Washington, consapevole di quanto servirebbero al Paese. Non a caso, dalla Banca centrale afghana chiedono il rilascio delle riserve, che ammontano a circa 9,5 miliardi di dollari. Il Paese ha sempre contato sui finanziamenti esteri, bloccati da due settimane dopo il ritorno dei talebani. I servizi di Western Union e MoneyGram stanno impedendo i pagamenti in Afghanistan, l’inflazione sui beni essenziali, come farina e olio, è schizzata alle stelle (negli ultimi giorni sono stati registrati aumenti del 35% su alcuni alimenti), mentre i bancomat stanno esaurendo le scorte di contanti. Soldi che farebbero comodo non soltanto a chi si prepara a gestire una situazione di grande complessità, ma soprattutto alla popolazione civile, la vittima per eccellenza dell’intera partita. Già a inizio anno le Nazioni Unite denunciavano come nel Paese ci fossero 18 milioni di persone ridotte alla fame, con un bambino su due malnutrito. “Le conseguenze di finanziamenti tardivi o insufficienti sarebbero disastrose”, avvertiva Parvhathy Ramaswami, coordinatrice umanitaria dell’Onu per l’Afghanistan. Noncurante - come poteva? - di come da lì a otto mesi di distanza la situazione sarebbe drammaticamente degenerata nel giro di due settimane.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli