Teatro: lavoratore reintegrato denuncia, 'La Fenice mi paga per non lavorare'

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di Antonietta Ferrante Licenziato in modo "illegittimo", reintegrato dopo quasi sei mesi da un giudice ma "impossibilitato a tornare" dove lavora da 30 anni. "Piuttosto che ammettere lo sbaglio, la fondazione La Fenice è disposta a pagarmi con soldi pubblici per tenermi a casa. Uno spreco di denaro e uno schiaffo a un principio". E la denuncia di Massimiliano Ballarini, 50 anni, capo del reparto macchinisti del teatro veneziano. La sua intervista  all'Adnkronos è un appello all'ente presieduto dal sindaco Luigi Brugnaro a tornare sui suoi passi, e una denuncia per tutelare un diritto sempre più a rischio.   

Lunedì 21 ottobre il giudice del lavoro Barbara Bortot ha accolto il ricorso e ha riconosciuto che è stato ingiusto cacciare il dipendente per la gestione caotica del magazzino, compito aggiuntivo affidatogli anni prima. La Fenice lo accusava di omesso controllo per dei mancati incassi, dal 2012 al 2018, legati all'assenza di alcune fatture per la vendita di materiali ferrosi. "Non essendo dotato del dono dell'ubiquità - scrive il giudice nell'ordinanza - in magazzino era poco presente. La fondazione non può esigere che Ballarini, che non era in loco costantemente, seguisse con puntualità le operazioni di dismissione".   

La Fenice "è pronta a ricorrere al tribunale di Venezia" annuncia Marco Vorano, il difensore che a 48 ore dalla decisione ha ricevuto comunicazione formale dall'avvocato della controparte. "La fondazione - riferisce il legale del capo macchinista - non intende reintegrare Ballarini, ma solo pagargli lo stipendio tanto da diffidarlo da recarsi fisicamente al lavoro pena l'apertura di un nuovo provvedimento disciplinare". Una mossa "eticamente brutta che va contro la scelta del giudice e patrimonialmente sbagliata dato che si pagano due persone per lo stesso lavoro solo perché una viene lasciata a casa". La Fenice, ricorda l'avvocato "è un ente finanziato in parte con soldi pubblici".  

Ferma la replica all'Adnkronos di Fortunato Ortombina, sovrintendente e direttore artistico del teatro veneziano. "Io non entro nel merito dell'ordinanza, come fondazione La Fenice abbiamo deciso di andare avanti con quello che la legge ci consente di fare. Non andiamo assolutamente contro la legge". Ignaro della mail, giovedì 24 ottobre il lavoratore - che anticipa il suo intento con raccomandata e fax - è pronto a rientrare, ma a 200 metri dall'ingresso viene avvisato dal difensore di una nuova comunicazione con cui l'ente lirico lo invita a restare fuori.   

"Dopo aver lavorato per 30 anni senza aver mai ricevuto un provvedimento disciplinare, prima della contestazione del 17 aprile e il licenziamento illecito scattato il 10 maggio, divento all'improvviso un bandito e mi ritrovo - nonostante la giustizia mi abbia dato ragione - a dover ancora combattere contro una condotta mobbizante e ritorsiva", sottolinea Ballarini. "Pago il mio passato da sindacalista, ma sono pronto a ogni azione legale. So che le cause costano tempo e denaro ed è più facile quando usi soldi pubblici, ma io voglio indietro il mio lavoro", dice il dipendente con convinzione. L'ordinanza - che dispone anche il pagamento degli stipendi di questi quasi sei mesi - arriva in un periodo di tensione tra direzione e lavoratori, ma il giudice ha rigettato l'ipotesi che il licenziamento fosse una ritorsione per alcune accuse sulla sicurezza del teatro.  La fondazione ora potrebbe continuare a lasciare a casa il dipendente e pagarlo, "perpetrando - spiega l'avvocato Vorano - in modo odioso una condotta già giudicata da un tribunale illecita". Nell'attesa di conoscere il suo destino Ballarini non esclude nessuna ipotesi, "neppure quella di varcare l'ingresso della Fenice", svela con tono di sfida. "Stiamo valutando - conclude il difensore - ogni possibile azione per tutelare i diritti pacificamente lesi del dipendente della Fenice".