Tempi lunghi anche perché in Germania i partiti funzionano ancora

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21 September 2021, Berlin: A cyclist rides past large election posters with the chancellor candidates of the SPD with Olaf Scholz (r-l), of the CDU with Armin Laschet and the FDP top candidate Christian Lindner. On 26.09.2021 the German citizens are called to elect a new Bundestag. Photo: Kay Nietfeld/dpa (Photo by Kay Nietfeld/picture alliance via Getty Images) (Photo: picture alliance via Getty Images)
21 September 2021, Berlin: A cyclist rides past large election posters with the chancellor candidates of the SPD with Olaf Scholz (r-l), of the CDU with Armin Laschet and the FDP top candidate Christian Lindner. On 26.09.2021 the German citizens are called to elect a new Bundestag. Photo: Kay Nietfeld/dpa (Photo by Kay Nietfeld/picture alliance via Getty Images) (Photo: picture alliance via Getty Images)

Ci vorrà tempo, lo sapevamo. Anche se le elezioni tedesche di ieri avessero prodotto un risultato più chiaro, per la formazione del governo ci sarebbe stato comunque bisogno di una lunga trattativa. Ora, con la Spd di poco davanti a Cdu/Csu, le cose andranno ancora più per le lunghe, tanto più che l’intesa si dovrà raggiungere a tre. In teoria i numeri basterebbero per una riedizione della GroKo tra i due partiti maggiori, in pratica non sembrano proprio esserci le condizioni politiche. Negli anni la Spd è stata troppo penalizzata nella posizione di junior partner della coalizione con i democristiani; oggi l’alleato minore di un’ipotetica grande coalizione a guida Spd sarebbe la Cdu/Csu, spaventata di fare la stessa fine, specie dopo il pessimo risultato di ieri. Da domani, ognuno per la sua strada.

Ci si potrebbe interrogare sulla bontà di una democrazia parlamentare che impiega mesi per tradurre le indicazioni degli elettori nel governo del Paese, ma i tedeschi hanno familiarità con i tempi lunghi delle decisioni politiche e a nessuno verrebbe in mente di ritoccare il sistema in senso presidenzialista per snellirlo. Quindi al lavoro per una coalizione a tre, anche se l’incubazione durerà mesi. Intanto Angela Merkel e il suo governo restano in carica, senza cesure.

A condurre il gioco saranno i partiti, o meglio i partiti tradizionali. Già, come confermano queste elezioni, in Germania i partiti funzionano ancora. È lì che ci si confronta, si progetta, si mobilita il consenso. Al di là dell’incertezza sulla composizione del governo, il messaggio delle urne è univoco: il gioco si svolge “al centro” dello spettro politico, le ali estreme restano a guardare dai bordi del campo. L’Afd, sempre isolata da un robusto cordone sanitario, è ridimensionata rispetto a quattro anni fa, perde il primato dell’opposizione e con questo, secondo la prassi, il diritto a presiedere la nevralgica Commissione Bilancio del Bundestag. La Linke, letteralmente dimezzata, non supera nemmeno l’asticella del cinque per cento. Gli elettori puniscono le formazioni più radicali e si riconoscono all’85% in partiti saldamente ancorati, pur con le differenze del caso, al progetto europeo e al quadro atlantico.

Allora, in che cosa consisterà esattamente la fine dell’era Merkel, preannunciata da molti con toni funerei? L’Economist va giù di fantasia e affida alla sua copertina un bilancio tagliato con l’accetta (The mess Merkel leaves behind, il caos che Merkel lascia dietro di sé). Certo, deve trattarsi di un caos un po’ particolare, vista l’opinione comune che se la cancelliera si fosse candidata per il suo quinto mandato alla guida del governo avrebbe molto probabilmente vinto e soprattutto che il settanta per cento dei tedeschi si dichiara sostanzialmente soddisfatto della propria posizione economica.

Laschet ha fatto precipitare la Cdu/Csu a un devastante minimo storico, con una flessione di nove punti sul già magro risultato delle elezioni del 2017, eppure punta a guidare una coalizione “Giamaica”, con Verdi e Liberali. Si appella al fatto che in Germania si vota per il Parlamento, non per il cancelliere, e che la formazione del governo spetta alle forze in grado di ottenere una maggioranza al Bundestag. La Cdu/Csu potrebbe aggrapparsi per disperazione a qualche precedente: nel 1969 Willy Brandt formò il governo con i Liberali, relegando all’opposizione i democristiani che erano il primo partito. Lo stesso avvenne nel 1976 e nel 1980 con Helmut Schmidt, a capo di governi Spd-Fdp.

Scholz però ha dalla sua, specularmente, un successo elettorale molto lusinghiero, inimmaginabile fino a poche settimane fa, frutto della sua abilità, della coesione ostentata dalla Spd e degli errori degli avversari. Ha in mente di presiedere un governo “semaforo”, con Verdi e Liberali. I due aspiranti cancellieri sono così nelle mani degli stessi due potenziali alleati minori, i veri kingmaker che cercheranno un’intesa tra loro prima di sedersi al tavolo del negoziato. I Verdi propendono per un’alleanza con la Spd, i Liberali con la Cdu/Csu. La geometria è variabile ma ineludibile, si intravede il rombo di Merkel. Tuttavia, da ieri sera per la verità Olaf Scholz parla ancora di più con la gravitas del cancelliere, mentre Armin Laschet lo tallona con l’affanno della sconfitta subita e di quella incombente.

In ogni caso, per la costituzione di un nuovo governo i tempi non potranno essere compressi più di tanto, anche se l’agenda politica imporrebbe alla Germania di affrontare quanto prima qualche grosso nodo sul piano interno, come varie riforme urgenti (lavoro, ambiente, fisco etc.), e in campo europeo e internazionale, tra cui la presidenza tedesca del G7 nel 2022. L’Europa è certo destinata a risentire del lungo e laborioso avvicendamento a Berlino, le scadenze sono troppo importanti: è interesse non solo tedesco che la Germania ci arrivi con le carte in ordine, nel nuovo assetto. Nel dopo-Merkel, la continuità si misurerà anche su questo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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