Tentori (Grant Thornton): errori e lezioni su Stato nell’economia

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Roma, 31 mag. (askanews) – L’inevitabile espansione dello Stato nell’economia, in questa delicata fase di ripartenza post crisi pandemica, e il successivo auspicabile ritorno all’iniziativa privata possono e devono essere gestiti nella maniera più efficace anche imparando dagli errori del passato. Bisogna evitare di ripeterli, e ispirarsi invece agli esempi virtuosi. E’ il messaggio che Roberto Tentori, il presidente di Grant Thornton Consultants consegna al Festival dell Economia di Trento. Quest’anno il convegno, di cui il gruppo è tra i main sponsor, mette a confronto economisti, imprese e policy maker proprio sul tema del “Ritorno dello Stato”.

“Lo Stato italiano e gli Stati europei hanno una responsabilità enorme, perché per legge, per proteggere la salute dei propri cittadini, hanno dovuto anche chiudere delle attività – spiega Tentori. E’ un caso abbastanza unico nella storia non c’è stato mai questo tipo di situazione. L’economia si è fermata quando c’era la guerra, ma faceva magari una produzione bellica, si era trasformata da produzione civile in quella bellica. Adesso c’è proprio la chiusura alcuni interi reparti, quindi lo Stato ha la responsabilità enorme e di restituire, aiutare queste realtà molto sofferenti, su quello che hanno perso per legge. Perché li hanno obbligati a chiudere, non è che loro siano incapaci: hanno chiuso per legge. Quindi è un aspetto molto delicato”.

Tentori, nato a Buenos Aires da una famiglia di industriali italiani, basa il suo intervento sulle esperienze, sia positive che negative, di tre economie chiave del Sud America: Argentina, Brasile e Cile.

“Mi è sembrato molto utile fare un benchmark di questi tre paesi perché sono tre paesi che non hanno superato le crisi sociali, eppure ognuno ha cercato di fare delle azioni dello Stato nell’economia abbastanza pesanti.

Una delle lezioni chiave di cui tenere conto in questa fase è sulle nazionalizzazioni.

“Non basta nazionalizzare, perché le aziende poi vanno meglio perché sono in mano allo Stato, ma bisogna poi metterle in mano di nuovo a dei manager, o pubblici, qualora ci siano, o privati, all’altezza”.

Ma poi, questa fase di protagonismo diretto dello Stato nell economia va guardata come transitoria, necessaria a ripartire ma con la prospettiva di un successivo ritorno alla normalità, in cui l attività imprenditoriale torni ad essere guidata da privati. E su questo, o meglio sul come non fare, la maggiore lezione arriva dal Paese natale di Tentori.

“L’Argentina negli anni ’90 era una profonda crisi debito pubblico e deficit pubblico e la Banca mondiale e anche altre istituzioni come il Fondo monetario e altre istituzioni internazionali, che curavano i loro debiti, hanno forzato il neopresidente Menem a fare delle severe privatizzazioni, molto intense: in Argentina è stato venduto dal petrolio, al trasporto, tutte le infrastrutture aeroportuali, perfino il giardino zoologico di Buenos Aires stato privatizzato. La luce, l’acqua, il gas eccetera eccetera, i treni. Tutto questo è stato fatto in quasi due anni e mezzo e io mi ricordo, che ero giovane allora, che ero molto orgoglioso di questa velocità”.

E con il tempo, i problemi sono arrivati. Mancanza di investimenti, mancati controlli, disservizi, svuotamento delle casse delle ex società pubbliche e intanto impennata delle tariffe, che hanno spinto tutta l’inflazione.

“Il che vuol dire che non basta solo privatizzare, bisogna privatizzare con delle clausole molto chiare, quando si tratta poi soprattutto di settori che colpiscono la comunità, come energia, gas, trasporti e quindi lo Stato deve essere molto chiaro e molto severo, a mettere delle regole, e controllare che vengano seguite”.

C’è anche il caso opposto:

“Il Cile per me è un un esempio virtuoso, perché è un Paese piccolissimo, molto stretto sul Pacifico, non ha un territorio vasto, è lungo ma è molto stretto, e però loro hanno una cultura industriale seria”. “I privati cileni sono seri. Sono imprenditori bravi, capaci, sono stati uno dei compratori più grandi in Argentina quando ha privatizzato, nonostante siano microscopici rispetto a popolazione e Pil, quindi è gente seria. C’è un problema che è tipico sudamericano e cioè che che hanno difficoltà alla distribuzione del reddito, sui cui l’Italia, secondo me, è l’esempio più virtuoso che c’è dal dopoguerra”.

“Allora, credo che poi alla fine sia tutto un insieme, si sono problemi sociali, investimenti e capacità manageriale. Queste cose, la congiunzione di questi tre fattori è un esercizio non facile. Perché magari dal punto di vista economico va benissimo, ma non va dal punto di vista sociale. Dal punto di vista degli investimenti va benissimo, ma magari il cittadino no, non ha il servizio che vuole, oppure c’è un servizio molto caro. Quindi questa è la grande difficoltà, perché è facile dire cosa bisogna fare e cosa bisogna non fare, ma è la congiunzione di questi interessi che è molto difficile mettere insieme”.

E a questo punto si guarda all Italia:

“L’Italia è un altro paese, non c’entra niente con l’economia e con la cultura sociale dei Paesi di cui parlavamo prima, però sicuramente anche l’Italia qualche errore forse l’ha fatto quando ha privatizzato. Ci sono anche esempi recenti, che non sto a citare, ma che hanno dimostrato che forse lo Stato è rimasto un po’ assente nella parte controllo.

“Se noi il sistema italiano lo continuiamo a fare, ma con più attenzione sulla managerialità delle persone che mettiamo all’interno di queste aziende, e sui controlli che lo Stato deve eseguire, con le clausole chiare e con delle penalità anche esse chiare, perché non ci sia un danno per la comunità, credo che noi possiamo fare un tracciato molto buono. Il governo Draghi, sicuramente anche gli altri, ha una capacità e una serietà abbastanza importante, quindi io sono ottimista”.