Terrorismo, caso Toni-De Palo: morto ex ambasciatore in Libano

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Roma, 30 giu. (askanews) - L'ex ambasciatore italiano in Libano Stefano D'Andrea il 9 maggio scorso deceduto, in seguito a cause naturali e dopo una lunga degenza in una clinica di Roma. Il diplomatico stava per essere convocato dai legali delle famiglie dei giornalisti italiani Italo Toni e Graziella De Palo che scomparvero a Beirut il 2 settembre 1980.

Nelle scorse settimane arrivata all'avvocato Giulio Vasaturo, legale della Fnsi e di Aldo Toni, fratello del giornalista di Paese Sera, una comunicazione con cui la presidenza del Consiglio dei ministri, a fronte della rituale istanza di acquisizione degli atti formulata dal penalista, ha annunciato "per l'ennesima volta" - si spiega in una nota - che "l'amministrazione non ritiene di accedere alla richiesta in oggetto".

"Siamo rimasti profondamente amareggiati da questo nuovo smacco ai familiari dei due cronisti uccisi a Beirut e all'intera comunit dei giornalisti italiani", ha osservato l'avvocato Vasaturo. "A quarant'anni dalla scomparsa di Italo Toni e Graziella De Palo non vi alcun motivo plausibile in grado di giustificare questa reticenza di Stato. Tutti i personaggi coinvolti in questa oscura vicenda sono morti e quei pochi ancora in vita sono oggi, sicuramente, ben lontani dal Libano. C' qualcuno, evidentemente, ancor oggi, che vuol impedire che si giunga a conoscere la verit sulle circostanze in cui furono uccisi Italo e Graziella e sui depistaggi che ne conseguirono che, com' noto, coinvolsero direttamente il Sismi".

Nei mesi scorsi, dopo una segnalazione della famiglia De Palo, il caso stato ufficialmente riaperto dalla Procura di Roma. Le indagini sono affidate al procuratore aggiunto Francesco Caporale e al pubblico ministero Francesco Dall'Olio. Gli inquirenti potrebbero esser interessati - secondo quanto si appreso - ad acquisire l'archivio e le memorie dell'ex ambasciatore D'Andrea.

Secondo molti i due cronisti furono rapiti e uccisi da una fazione estremista dell'Olp di Yasser Arafat. L'inchiesta coordinata a suo tempo dalla Procura di Roma ha portato, nel 1985, all'arresto del colonnello Stefano Giovannone, capocentro a Beirut del servizio segreto militare, e alla condanna di un sottufficiale dei carabinieri, addetto all'Ambasciata italiana in Libano, per aver favorito, con la divulgazione di informazioni riservate, i presunti responsabili dell'omicidio.