Terza dose ai sanitari: "Vaccinare tutti, gli anticorpi stanno calando". Cosa dicono i dati

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- (Photo: GETTY - nejm)
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Uno spartiacque. Da un lato una piccola parte di medici e infermieri non ancora vaccinati contro il Covid, e sospesi da lavoro e stipendio, dall’altra un esercito di colleghi che chiedono la terza dose al più presto per continuare a svolgere in serenità il loro lavoro in prima linea. Perché il Vax Day di dicembre 2020, che aveva dato il via alle vaccinazioni del personale sanitario, inizia ad allontanarsi all’orizzonte e gli anticorpi cominciano a calare, esponendo la categoria al rischio di infezioni e lasciando sguarniti i reparti causa quarantene. Lo evidenzia chi è in prima linea, ma non mancano gli studi.

Intanto ’non sono previsti rinvii per la terza dose agli operatori sanitari”, ha assicurato ieri Silvio Brusaferro. Il portavoce del Cts e presidente dell’Istituto Superiore di Sanità ha aggiunto: “La somministrazione, nell’ottica di massima precauzione, viene indicata progressivamente per gli ultraottantenni, i residenti nelle Rsa, le persone ultrafragili e operatori sanitari a partire da quelli più a rischio”. Per il presidente dell’ordine dei medici Fnomceo, Filippo Anelli, però, “i sanitari a rischio sono tutti, ognuno ne ha uno proprio”. E dunque “può avere un senso partire da quelli più esposti, come quelli che lavorano nei reparti Covid” ma poi la terza dose va estesa a tutti perché “garantisce la riduzione del rischio e aiuterebbe la categoria a continuare a lavorare in serenità”.

Oggi, intervistato dal Corriere, Anelli rincara: “Infettivologi, oculisti, medici di famiglia, operatori del Pronto soccorso che lavorano in un porto di mare sono tutti uguali, niente distinzioni, hanno il diritto di essere difesi nella professione. Quindi se ci mettono dietro i cittadini fragili va anche bene. Purché quando tocca a noi non si faccia il ‘tu sì tu no’. Il virus circola e te lo puoi prendere anche quando vai a visitare un paziente a casa”.

Cosa ci dice lo studio sui casi di infezione post-vaccino tra gli infermieri in California

- (Photo: nejm)
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Un recente studio apparso sul New England Journal of Medicine ha analizzato l’incidenza delle infezioni sintomatiche tra gli operatori sanitari dell’ospedale dell’Università della California completamente immunizzati con vaccini a Rna messaggero (Pfizer/BioNTech o Moderna). La ricerca ha fatto emergere che nel periodo successivo al completamento del ciclo vaccinale e per i successivi quattro mesi (marzo-giugno), l’efficacia nei confronti della malattia sintomatica si è mantenuta tra il 94% e il 96%, per poi calare al 65,5% nel mese di luglio.

Il calo dell’efficacia ha coinciso con la fine dell’obbligo di indossare le mascherine in California (15 giugno) e con la diffusione della variante Delta: questo ha fatto in modo che le infezioni aumentassero rapidamente anche tra i membri del personale sanitario che avevano concluso il ciclo vaccinale. Dal 1 marzo al 31 luglio un totale di 227 operatori sanitari dell’ospedale dell’Università della California è risultato positivo al Covid, di cui 130 (57,3%) erano completamente vaccinati. Sintomi si sono manifestati in 109 dei 130 operatori totalmente immunizzati (83,8%) e in 80 dei 90 non vaccinati (88,99%). Non sono stati segnalati decessi in nessuno dei due gruppi; una sola persona non vaccinata è stata ricoverata in ospedale con sintomi correlati a Sars-CoV-2.

Lo stesso studio ha evidenziato che in Gran Bretagna, dove l’intervallo tra la prima e la seconda dose di vaccino è stato portato a dodici settimane, si è mantenuta invece attorno all’88% contro l’infezione sintomatica associata alla variante Delta. “Come si è osservato in altre popolazioni che hanno ricevuto il vaccino a mRNA ad intervalli standard autorizzati in emergenza (21 giorni per Pfizer e 28 per Moderna, ndr), anche i nostri dati suggeriscono che l’efficacia del vaccino contro la malattia sintomatica lieve che non necessita di ricovero è considerevolmente inferiore nei confronti della variante Delta e può diminuire nel tempo dopo la vaccinazione”, hanno affermato i ricercatori.

Ordini e sindacati italiani preoccupati: “Dopo 6-8 mesi i nostri anticorpi stanno crollando, tanti colleghi si stanno infettando. Terza dose subito”

“Secondo gli studi disponibili, la durata degli anticorpi prodotti dal vaccino è inquadrata tra 6 e 8 mesi e noi, come il resto del personale sanitario, siamo stati i primi ad assumerlo, a partire dal 27 dicembre 2020 quindi la protezione è scaduta. E infatti diversi colleghi si stanno reinfettando, non in forma grave, ma comunque devono stare in quarantena. E se a loro si sommano i camici bianchi no vax sospesi, la tenuta del sistema è a rischio. Bisogna procedere con la terza dose già in autunno, per prevenire reinfezioni e garantire una piena efficienza nell’assistenza ai malati”, aveva segnalato già qualche settimana fa Giovanni Leoni, vicepresidente nazionale della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo).

Sulla terza dose, già a fine agosto, si era espressa la FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche) ricordando che “i contagi tra gli operatori sanitari sono andati via via calando nei mesi a partire dal vax day di dicembre 2020 – aveva detto la presidente Barbara Mangiacavalli – quando su base mensile si registravano tra i 16mila e i 19mila casi, fino alla cifra più bassa di soli 212 operatori sanitari infettati in un mese (dato dell’11 luglio). Oggi, però, dai dati aggiornati al 1° settembre, sono aumentati in poco più di un solo mese oltre il 600%, e sono 1.954. Di questi l’82-84% circa sono infermieri che da inizio pandemia si sono contagiati in circa 115mila”.

Sulla terza dose Mangiacavalli aveva affermato che “è la scienza che deve decidere ma, sul campo, stiamo assistendo ad un aumento di contagi, sia pure con esiti non gravi, grazie alla vaccinazione che protegge dalle conseguenze peggiori dell’infezione”. Una delle ipotesi è che i sanitari, vaccinati per primi, abbiano visto ridurre la propria immunità e siano quindi più soggetti all’infezione. Per quanto sulla gravità della malattia, come specificato da Mangiacavalli, il vaccino mantiene la sua efficacia. Il fatto positivo, infatti, è che si tratta di casi non gravi e non si registrano decessi. Grazie al fatto che il 95% degli operatori sanitari risulta vaccinato (il 98,1% almeno con una dose). “Sul fronte dei ricoveri e dei decessi – spiega Nicola Draoli, membro del comitato centrale della Fnopi – i dati non sono sovrapponibili a quelli dell’anno scorso. L’aumento dei contagi è compatibile con la circolazione della più contagiosa variante delta. Ma la quasi totalità degli operatori contagiati sono asintomatici o paucisintomatici”.

L’Iss rassicura: “Contagi tra sanitari all′1,72%. Dato contenuto, ma cosa accadrà tra un mese non lo sappiamo”

Dopo l’allarme lanciato da FNOPI e da altri sindacati e ordini, la scorsa settimana l’Istituto Superiore di Sanità ha però voluto rispondere snocciolando dati più contenuti. Secondo l’Iss, la percentuale dei casi di contagio Covid tra i sanitari è dell′1,72%, dal 31 maggio al 12 settembre 2021, pari a 4.269, di cui 3.825 a partire dal 12 luglio scorso, calcolati sui casi totali della popolazione nel periodo considerato (248.396) per la fascia 20-65 anni. “L′1,72%”, spiega Patrizio Pezzotti, direttore del Reparto di Epidemiologia Iss all’Ansa, “non è di grande diffusione. Ci manteniamo cauti. Al momento non vediamo questa forte evidenza di un aumento dei contagi tra operatori sanitari”.

Analizzando l’andamento dei casi diagnosticati fra gli operatori sanitari - afferma l’Iss nell’aggiornamento sui casi di contagio degli operatori sanitari - si rileva un lieve aumento dei casi in corrispondenza dell’aumento del numero dei casi nella restante popolazione ad inizio luglio. Tale valore in termini percentuali oscilla, dalla seconda settimana di luglio alla seconda settimana di settembre, tra l’1.6% e l’1.9%, in leggero aumento rispetto ai due mesi precedenti (con una media tra aprile e giugno pari al 1,2%) e comunque da inizio febbraio 2021 risulta essere stabilmente sotto il 2%.

Il ‘salto’ verso l’alto si registra nella settimana dal 12 al 18 luglio quando i casi sono stati 215 (1,78% sui casi totali nella popolazione nella fascia tra 20 e 65 anni) rispetto agli 89 della settimana precedente (1,55%). Poi dal 19 luglio i contagi tra operatori sanitari sono saliti via via nelle settimane successive, a 366 (1,82%), 433 (dal 26 luglio all′1 agosto, 1,77%), 507 (2-8 agosto e picco di percentuale con 1,89%), a 509 (9-15 agosto, 1,87%) per iniziare poi la discesa. Dal 16 al 22 agosto 503 casi (1,75%), dal 23 al 29 agosto 476 casi (1,62%), dal 30 agosto al 5 settembre 458 casi (1,82%), dal 6 al 12 settembre 358 casi di contagio tra operatori sanitari (1,79%). Il totale è 4269 casi dal 31 maggio al 12 settembre 2021 pari a 1,72%.

Il calcolo, specificano dall’Iss, non prende in considerazione il luogo di contagio. “Cosa accadrà tra un mese purtroppo non lo sappiamo”, sottolinea Pezzotti. Il minimo dei casi si è registrato dal 21 al 27 giugno con 42 casi mentre la percentuale più bassa è stata nella prima settimana di giugno (1,02%).

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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