Tiziana Cantone: l’Italia ridacchia, mentre gli USA le fanno giustizia

Tiziana Cantone

Quella sul revenge porn è una piccola storia triste. Di una legge che c’è nei codici ma non abita nei cuori, non in tutti, almeno. Approvata ad aprile con voto unanime e “depurata” dall’emendamento leghista con cui gli ex padani si giocavano nel pacchetto la carta della castrazione chimica per i reati sessuali, la legge si era pure dotata di un nome da sessappiglio mediatico certo: codice rosso. Rosso a voler sottintendere l’urgenza di un vuoto normativo e quella ancora di più grande di un abisso etico, rosso come gli occhi che ancora piangono lacrime amare della madre di Tiziana Cantone che di revenge porn ci era morta, ammazzandosi nel 2016 perché il suo ganzo così, per tigna mascula, aveva sperso nel web come tanto suoi emuli le immagini dei loro approcci sessuali.

Proprio sui frame residui di quei video, ancora presenti e visibili in molti siti Usa che pescano da provider cinesi, si è scatenata in questi giorni una polemica a trazione benaltrista. In buona sostanza un team statunitense chiamato “Emme” si sta occupando di tracciare ed oscurare i server che ancora diffondono i video di Tiziana, facendo efficacemente in America quello che in Italia è stato si appaltato dal Diritto, ma non digerito dalla morale comune.

E la polpa del problema abita proprio qui: in Italia, paese dove più che mai sul web si segue il mantra “Credi in ciò che non è, come se fosse, finché non diviene”, il revenge porn è un reato mal digerito, diffusamente snobbato e largamente accasato in quella zona grigia dove il consenso iniziale a fare sporaccionate con il partner “libera” o rende veniale la possibilità che poi le stesse possano essere diffuse.

Insomma, la logica dell’utente medio dei social è quella per cui “se ti sei spogliata consenziente sei una mezza porca che poi non deve lamentarsi quando le sue sise compaiono in quei posti lì e se poi ti ammazzi un po’, diciamocelo, te la sei andata a cercare”. Il tutto farcito con l’immancabile chiosa che dirotta il tutto con l’immarcescibile must “e comunque i problemi veri sono altri”. Quali ad esempio? Nel caso di specie, a leggere i post a commento delle ultime news sul caso Cantone, quelli legati alla “libertà di espressione”, anche quando la applichi per rovinare una vita oppure ai giudici rossi italiani, che “impareranno a loro spese che la loro boria si ferma ai loro merdosi confini”.

È agghiacciante. Agghiacciante e penoso non tanto per il merito etico della faccenda, che per paradosso diviene piano di approccio troppo alto da inserire nell’equazione, ma perché dà la cifra di quale sia ormai il livello di percezione e trattazione logica delle questioni, di ogni questione che presuppone una connessione neurale minima da parte dell’utente medio dei social che degli stessi tiene saldamente la barra con la legge dei grandi numeri stretta fra i denti a mo’ di coltello da bucaniere.

Un continuo deviare dal merito delle cose per contrappuntarle con assiomi cretini prima che barbari. È una sorta di svolta obbligata, quella che ormai appartiene al retropensiero tricolore, quella che fa obbligo ad ogni “buon cittadino” con le capacità intellettive di un confetto da cresima di escludere dalla graduatoria delle urgenze ogni fatto che non rientri nella farcitura verso cui bovinamente il web, la politica che lo cavalca e il marketing che lo dirige lo conducono e lo mettono a mordacchia stretta.

La madre di Tiziana Cantone piange una figlia morta e una certa Italia ridacchia delle sue lacrime di mancata pedagoga che si, forse ha contribuito non individuare per tempo ed estirpare quel seme di immoralità che mettendo radici zozzone e fronde lubriche a sua volta ha innescato eventi evitabili, quelli per cui “dobbiamo prenderci anche le nostre responsabilità ed insegnare il pudore fin da piccoli”.

È l’apoteosi della logica quacchera che si spande dal più moderno e laico dei mezzi, un paradosso immenso che ammazza ogni speranza, oltre che le persone. Giusto mentre il revenge porn diventava reato la vendetta sessuale diventava regola su un binario parallelo che scavalca la legge e lubrifica una società-cloaca, regola estrema magari ma perché no, applicabile come categoria di ragionamento.

Perché Tiziana se l’è cercata, perché per un certo troiume non c’è legge che tenga, perché i problemi sono ben altri. Perché la prima avvisaglia della barbarie è che la stessa ha il volto primitivo e un po’ pagliaccio dei gattini che in camera da letto si lanciano contro la loro stessa immagine: non si sa mai riconoscere allo specchio. Non prima di sbatterci contro la faccia.