Tokyo, la giappomania per le mascotte: da Funassyi a Miraitowa

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Roma, 21 lug. (askanews) – Alle Olimpiadi la tradizione delle mascotte risale a Monaco di Baviera nel 1972, quando un bassotto chiamato Waldi divenne la prima mascotte ufficiale dei Giochi. Da allora, ogni paese ospitante ha inventato il proprio personaggio che simboleggia i valori olimpici e gli aspetti del patrimonio culturale: la versione di Tokyo è il futuristico Miraitowa, con occhi grandi e orecchie a punta. Ma queste simpatiche mascotte che affollano ogni angolo della città che ospita i Giochi, nel tempio dei manga, dei pupazzi e delle stramberie, dove Hello Kitty, Pokemon e i loro amici la fanno da padrone, hanno una concorrenza altissima e non riescono a distinguersi.

Alcuni nel tempo sono diventati personaggi cult: come la “fata delle pere” Funassyi, che ha raggiunto la fama una decina di anni fa come rappresentante non ufficiale di Funabashi, una città a Est di Tokyo nota per le sue pere succose. Di sesso indefinito, iperattiva e mansueta, ha accumulato quasi 1,4 milioni di follower su Twitter ed è così popolare che una semplice passeggiata per strada rischia di attirare una folla di fan.

“È molto radicato nella nostra cultura dare un’anima alle cose e considerarle vive – spiega un ragazzo che la anima – e anche oggi spesso antropomorfizziamo le cose. Abbiamo una certa immaginazione per questo”.

I giapponesi li considerano amici. “Con tutte le confidenze che ricevo ho l’impressione che le persone abbiano bisogno di qualcuno che le capisca, qualcuno che riconosca i loro sforzi”.

Con le mascotte si possono fare molti soldi in Giappone ed esistono anche scuole per imparare a dare vita ai simpatici personaggi.

Nobuko Fujiki, studente di mascotte: “In costume, posso essere più amichevole e più attiva verso le persone. Scopro un lato diverso di me stessa”.

E Choko Ohira, insegnante, conferma: “Il solo vederli ti fa sorridere. Con una mascotte, puoi subito stringerle la mano o abbracciarla, non lo faresti con altre persone in Giappone, ed è questo che penso sia divertente”.

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